di
Federica Maccotta
Il cantante racconta il rapporto della band con i cantautori
Lucio Dalla ascoltato in macchina da bambino, Fabrizio De André sostegno a New York. Guccini mentore della musica come politica, De Gregori compagno di palco. Giuliano Sangiorgi, che con i Negramaro è in tour da tre anni, si prepara a fermarsi. «Per vivere e per scrivere brani che resistano nel tempo. È la scuola dei grandi cantautori: dopo 70 anni ascoltiamo le loro canzoni come se fossero state scritte stamattina, no?».
Guccini ci ha lasciati.
«L’altra sera a Rieti abbiamo omaggiato sia Lucio Battisti, nato lì a Poggio Bustone, sia Guccini con Dio è morto».
Appare in Note di viaggio, raccolta di pezzi di Guccini, e nel suo murale a Bologna.
«Guccini mi ha avvicinato alla musica politica. La musica per me è sempre politica, anche Tenco faceva politica cantando l’amore. L’amore per la parola politica, o almeno la non paura di dirla, l’ho imparata da Guccini».
Nel disco canta Stelle.
«Era appena nata mia figlia Stella, mi sono fatto un regalo. Ricordo il suo entusiasmo quando ha sentito le registrazioni, era come un bambino. Ci ha ringraziato, dicendoci cosa pensava delle nostre versioni: ci aveva lasciato piena libertà. Un gigante».
Altro gigante è De André: ha letto di Salvini?
«Credo che la musica debba unire, però è stato giusto che la ragazza abbia detto quello che pensava: se succede nel rispetto civile, ha una forza disarmante. Come la foto di Tienanmen.
Dall’altro lato, si spera che De André possa far riflettere i politici che la pensano in una maniera diametralmente opposta».
Per Alice De André suo nonno gli avrebbe chiesto cosa ci faceva lì.
«Chi può dirlo. Secondo me De André era un gran signore, rispettoso. Oggi bisogna dare esempi di rispetto civile. Mi fa paura la mancanza di umanità, come quando un generale come Vannacci incita all’odio e le persone rispondono “ci siamo”».
Rapporto con De André?
«L’album Amore che torni è un omaggio a De André. Avevamo deciso di allontanarci, ero a New York a scrivere il nuovo romanzo e il nuovo disco, è stato un momento difficile. Sono andato, senza volerlo, a cercare l’ombra ristoratrice di grandi come lui».
Francesco De Gregori?
«Abbiamo suonato spesso insieme. Una volta, quando mi ha chiesto cosa volevo cantare, ho scelto Guarda che non sono io. E lui era sconvolto, perché non era un classico. Siamo molto amici e abbiamo condiviso momenti intensi».
Cosa pensa quando dice che l’artista non deve prendere posizione?
«Credo che volesse provocare, dire che non si può ridurre tutto a un pollice in su o in giù. Nell’era “socialitica” bisogna far parte di una squadra o dell’altra, non c’è modo di riflettere e far riflettere. È spaventoso quanto dire che è meglio tacere. Noi ci siamo esposti, per la Palestina e Una nessuna centomila».
È direttore artistico del Tremiti Music Festival, che celebra Lucio Dalla.
«I ricordi più grandi della mia famiglia sono i viaggi in Sicilia, tutti e cinque in macchina ad ascoltare Dalla».
Una location intima contro gli ingorghi, come da Ultimo o da voi a Galatina?
«Cantare per cento persone al tramonto alle Tremiti non esclude il resto. I problemi di organizzazione non dipendono dall’artista, ma da chi lavora intorno all’evento».
Nella pausa dei prossimi mesi c’è Sanremo?
«No no no no».
Ha ricevuto da Mattarella l’onorificenza di ufficiale.
«Ho cantato il 2 giugno per il presidente, il Sergio nazionale. È una soddisfazione istituzionale a cui non sono abituato ma che arriva come un arcobaleno».
Meglio ufficiale che generale…
«Ufficiale mi sta benissimo».
12 agosto 2026
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