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Redazione Economia
L’8 luglio 2026, ultimo giorno del vertice Nato in Turchia, il presidente Usa venne fatto salire sul Boeing 747 ma poi di nascosto trasferito altrove
Nell’ultima giornata del summit Nato di Ankara, il presidente Donald Trump si presenta davanti alle telecamere e sale sulla scaletta del vecchio Air Force One, il classico Boeing 747 blu che per decenni ha rappresentato l’aereo presidenziale. Saluta i fotografi, entra nel velivolo. Ai giornalisti imbarcati nella zona posteriore dell’aereo — tra cui lo storico fotografo del New York Times Doug Mills — viene chiesto di tenere abbassate le tendine dei finestrini.
Tutto sembra procedere secondo copione: Trump aveva annunciato sui social di voler volare sul vecchio velivolo presidenziale, anziché sul nuovo Boeing 747-8 donato dal Qatar con cui era arrivato in Turchia. In realtà, secondo le ricostruzioni di Washington Post, New York Times, Cnn e Cbs News, quella salita a bordo era solo la prima mossa di una messinscena elaborata per proteggerlo da una minaccia ritenuta credibile.
L’allarme dell’intelligence
Nelle ore precedenti alla partenza, l’intelligence statunitense raccoglie più segnalazioni convergenti: l’Iran conoscerebbe con precisione dove alloggiava Trump, incluso il piano dell’hotel, e nei pressi del summit sarebbe stata avvistata una persona in possesso di un missile spalleggiabile (un sistema d’arma antiaereo leggero trasportabile e azionabile da una singola persona). A coordinare la risposta è il generale Dan Caine, capo di Stato Maggiore Congiunto, già artefice delle tattiche di diversione durante l’operazione «Midnight Hammer» contro i siti nucleari iraniani nel giugno 2025.

La sostituzione
Pochi minuti dopo essere salito a bordo del vecchio Air Force One, secondo le fonti citate dalle testate americane, Trump esce dal lato opposto del velivolo nascosto dentro un container per il catering, sollevato fino al portellone da un mezzo a terra. La ricostruzione video effettuata dal New York Times, basata sulle immagini raccolte a bordo pista, permette di individuare due container di catering distinti in movimento durante le operazioni di imbarco.
Il primo camion del catering
Il primo container, posizionato sul lato anteriore del vecchio Air Force One (opposto a quello inquadrato dalle telecamere durante l’imbarco pubblico di Trump), viene sollevato da un camion, si allontana dal 747 e viene condotto fino alla parte posteriore del C-32A, il velivolo militare — versione modificata del Boeing 757 — parcheggiato poco distante sulla stessa pista. Le immagini non offrono una visuale continua e nitida dell’interno del container, ma la traiettoria del mezzo coincide con quella tesi.
Il secondo camion
Un secondo container, posizionato invece nella parte posteriore del vecchio Air Force One, viene semplicemente allontanato dal velivolo senza mai avvicinarsi al C-32A: un elemento che, secondo gli analisti, potrebbe aver contribuito a confondere ulteriormente chi osservava le operazioni a terra, mescolando i movimenti di servizio ordinari con quello utilizzato per il trasferimento del presidente.

I decolli
Il vecchio Air Force One decolla da Ankara prima del C-32A, che parte solo successivamente con Trump e una ristretta squadra di collaboratori a bordo, diretto verso il Regno Unito. Il volo del C-32A non risulta tracciabile pubblicamente: i transponder del velivolo non trasmettevano né rotta né coordinate, e chi seguiva le comunicazioni radio ha potuto identificarlo solo grazie all’indicativo di chiamata utilizzato con la torre di controllo.
Chi c’è a bordo dell’Air Force One
Il segretario di Stato Marco Rubio è tra i pochi a conoscenza del piano, avendo contribuito a organizzarlo. Sceglie però di restare sul vecchio Air Force One insieme al segretario al Tesoro Scott Bessent, al direttore delle comunicazioni Steven Cheung e al vice capo di gabinetto Stephen Miller, oltre a numerosi altri collaboratori e all’intero pool giornalistico. Non è chiaro quanti di loro fossero informati della minaccia. Il vecchio Air Force One, con a bordo funzionari, staff e giornalisti convinti che il presidente fosse tra loro, decolla comunque, nonostante quella che le autorità avevano definito una minaccia credibile contro il velivolo. Ai reporter viene chiesto di mantenere le tendine abbassate per l’intero decollo
Gli arrivi nel Regno Unito
Le ricostruzioni basate su tracciamenti di volo amatoriali e testimonianze di appassionati di aviazione presenti alla base RAF Mildenhall permettono di fissare una sequenza oraria abbastanza precisa:
18.26 (ora locale, le 19.26 in Italia) — Atterra per primo il nuovo Air Force One, il Boeing 747-8 donato dal Qatar, partito separatamente dalla Turchia.
22.20 — Atterra il C-32A con a bordo Trump. Il velivolo, secondo chi seguiva le comunicazioni della torre di controllo, viaggiava con l’indicativo di chiamata «Reach 18» e non trasmetteva dati di volo tracciabili.
22.29 — Atterra infine il vecchio Air Force One con lo staff e i giornalisti «diversivi».
La richiesta alla torre di controllo
Un aviatore presente a Mildenhall, Harry Moulton, che seguiva le trasmissioni radio della torre di controllo, ha riferito di aver sentito Air Force One chiedere esplicitamente ai controllori di far atterrare per primo il C-32A — un ulteriore indizio, secondo i ricostruttori, della precedenza operativa data al velivolo con il presidente a bordo rispetto agli altri due. La sequenza di tre atterraggi ravvicinati nell’arco di circa quattro ore, tutti sulla stessa base aerea, in un momento in cui nessuno dei passeggeri sul vecchio Air Force One sapeva ancora dove si trovasse realmente il presidente, è stata definita dagli osservatori uno degli elementi più insoliti dell’intera operazione.
Il rientro in scena
Una volta atterrato a Mildenhall, secondo un funzionario statunitense citato dal New York Times, Trump viene fatto scendere dal C-32A e trasferito in auto fino al vecchio Air Force One, ancora fermo sulla pista dopo il suo arrivo. Sale a bordo da un ingresso diverso da quello utilizzato normalmente dal presidente — così da non essere notato da eventuali osservatori — per poi ridiscendere poco dopo dalla scaletta principale, davanti alle telecamere, esattamente come se non avesse mai lasciato l’aereo su cui era salito ad Ankara.
Sul Boeing donato dal Qatar
Da lì attraversa la pista a piedi, in piena visibilità, e sale sul nuovo Air Force One donato dal Qatar — il velivolo arrivato per primo a Mildenhall ore prima — con cui completa la tratta transatlantica fino a Washington. È durante questo ultimo volo che Trump si intrattiene con i giornalisti a bordo, ancora ignari, secondo le ricostruzioni successive, di essere stati parte di un’operazione di depistaggio durata l’intera giornata.

Il dibattito sulla mossa
La vicenda, rivelata per prima dal Washington Post e poi confermata da New York Times, Cnn e Cbs News, ha riacceso il dibattito sui limiti etici delle tecniche di protezione presidenziale. Diversi ex funzionari hanno sottolineato che, se la minaccia era reale, lo stratagemma potrebbe aver spostato il rischio su decine di persone ignare — giornalisti, funzionari, militari — anziché sul solo presidente.
«È stata una decisione del Secret Service»
Interpellato dai cronisti, Trump ha dichiarato di essersi limitato a seguire le indicazioni dei servizi segreti: «È stata una decisione dei Secret Service. Io seguo quello che vogliono fare loro». Il portavoce della Casa Bianca, Steven Cheung, ha difeso invece la sicurezza del nuovo velivolo presidenziale, sottolineando che gli Stati Uniti utilizzano «ogni strumento» per contrastare le minacce straniere, senza però commentare nel dettaglio l’operazione di Ankara.
I precedenti
Non è la prima volta che la sicurezza presidenziale americana ricorre a manovre di depistaggio: viaggi analoghi furono organizzati per George Bush e Barack Obama in Iraq, o per Bill Clinton in Pakistan nel 2000, quando il presidente cambiò aereo per eludere possibili attentatori. La differenza, secondo alcuni ex portavoce della Casa Bianca, sta nel fatto che in quei casi il pubblico — e in parte anche i giornalisti coinvolti — furono informati a cose fatte, mentre l’operazione di Ankara è rimasta segreta per un mese, fino alle rivelazioni della stampa.
12 agosto 2026
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