di
Ilaria Sacchettoni e Giulio De Santis
L’avvocato difensore di Lavitola aggiunge un «no comment» sull’eventuale consapevolezza del conduttore di Report
Oltre cinque ore di interrogatorio. Che in realtà, però, lasciano in sospeso diversi interrogativi, forse più delle certezze che possono aver fornito le risposte. Perché Valter Lavitola ammette le accuse, confessando di essere il mandante dell’attentato al conduttore di Report Sigfrido Ranucci: «L’ho fatto perché era in pericolo, minacciato, per il suo bene, per fargli alzare il livello di scorta». Tuttavia è impossibile considerare chiusa l’inchiesta, ritenere chiaro il movente, spiegare il ruolo di ogni protagonista della vicenda, pensare che sia stata fatta piena luce su cosa sia successo la notte del 16 ottobre 2025, quando una bomba è esplosa davanti casa di Ranucci.
A cominciare dalle parole del legale di Lavitola, Sergio Cola, navigato principe del foro di Napoli. All’uscita dal carcere, a interrogatorio terminato da almeno mezzora, nell’incontro con i cronisti viene chiesto all’avvocato: «È stata confermata l’estraneità di Ranucci?». Risposta di Cola: «No, no, non dico assolutamente altro, non posso dire altro». Una frase che solleva interrogativi e permette diverse interpretazioni: sarebbe stato sufficiente affermare di aver chiarito la totale estraneità per separare in modo definitivo il destino del ristoratore da quello del conduttore di Report, invece quella frase tiene legati i due «amici» in questa storia. Al legale di Lavitola viene chiesto poi se dietro l’organizzazione dell’attentato ci sarebbe stato un movente politico: «L’atto, indubbiamente delittuoso, lo ha fatto per il bene del giornalista, perché era oggetto di minacce — risponde —. Nessun movente politico, anche se di fatto l’attentato, non per volontà di Lavitola, ha potuto aumentare la popolarità di Ranucci». Insomma, pur senza volerlo, lascia intendere, avrebbe potuto averne benefici.
E così alle parole di Cola replica il legale di Ranucci, l’avvocato Roberto De Vita: «La confessione di cui apprendiamo lascia sgomenti e conferma il delirante teatro della follia». Il conduttore di Report — ricorda De Vita — ha già la scorta dal 2021 e la sua popolarità è già «elevatissima», quindi «se il movente è quello, si colloca tra l’inutile e il rassicurante. Ovviamente un conto è la confessione, altro la valutazione della credibilità».
La giornata dell’indagato Lavitola inizia verso le nove, quando il suo legale si presenta in carcere, a Rebibbia, per discutere della linea da tenere nell’interrogatorio. Un colloquio lungo più o meno due ore. La strada scelta da Lavitola è la confessione. Davanti al gip, infatti, a mezzogiorno Lavitola non gira intorno ai preamboli. Gli viene letto il capo d’incolpazione e ammette subito di essere l’organizzatore dell’attentato.
Il pm Edoardo De Santis e il gip chiedono il perché. Lavitola racconta di aver appreso di pericolosi tentativi di aggredire Ranucci e di conseguenza di aver agito per garantire l’incolumità dell’amico giornalista. Si dice persino soddisfatto dell’obiettivo raggiunto perché la scorta è passata da due a otto agenti.
Alle 17.30 il pm, senza fermarsi all’uscita, torna a Piazzale Clodio per riferire al procuratore Francesco Lo Voi la confessione e il contenuto dell’interrogatorio. Il gip esce da una porta secondaria. La scena è tutta dell’avvocato Cola. E delle lacune che ancora tengono banco nel racconto di Lavitola.
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12 agosto 2026 ( modifica il 12 agosto 2026 | 23:36)
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