Oggi l’ex attaccante compie 70 anni: “Ero un falso 9. Non avrò vinto il Mondiale per colpa di quella squalifica smentita dalla giustizia ordinaria, ma ho giocato col migliore”
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13 agosto 2026 (modifica alle 09:32) – NAPOLI
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In questi giorni cupi, in cui la felicità è un ricordo, Bruno Giordano, trova la forza di soffiare su candeline che lasciano ondeggiare la propria fiammella al vento. “Sono quattro mesi che Susy non c’è più ed è dura. Tutto quello che sono lo devo a lei, è merito suo”. E oggi che sono 70, dei quali 45 attraversati con la moglie, bisogna mettersi una maschera e però continuare. “Perché ci sono i nostri figli ed è giusto che mi vedano apparentemente sereno: con Susy siamo stati felici e lei non ci vorrebbe tristi”. Settanta anni di Bruno Giordano sono stati pieni di gioia e di dolore, di capolavori e di qualche scarabocchio, d’un tempo vissuto con l’eleganza “di un sudamericano nato a Trastevere”. Si comincia sempre da lì: “il calciatore italiano più forte con cui abbia giocato”. Lo disse Maradona di Giordano. “Mentre lui è stato il più grande di tutti i tempi e io sono stato suo compagno di squadra e suo amico. Il primo scudetto del Napoli, con lui, è storia che resterà nei secoli dei secoli”.
Si comincia sempre dall’inizio, però, e allora nel destino del diciannovenne Bruno Giordano compare Tommaso Maestrelli.
“Si accorse che avevo doti pure a me sconosciute. Ero un attaccante, certo, oggi si direbbe un falso nueve, mi piaceva muovermi, scimmiottavo Cruijff, ma quando Chinaglia andò in America, prese la 9 e me la consegnò. Segnai subito, a Firenze, alla seconda di campionato, e da quel momento divenni un centravanti”.
Cresciuto nella Lazio delle “canaglie”.
“Ha accelerato il mio processo di maturazione. Un gruppo con personalità pazzesche, in campo e in panchina, che in allenamento se le suonava e alla domenica magicamente combatteva”.
Le pistole in “dotazione”, diciamo così, non sono leggende metropolitane…
“Credo che a un certo punto fossimo solo io e Felice Pulici a non possederne. Una domenica, giocavamo ad Ascoli Piceno, eravamo in ritiro a Colle San Marco, ci avviamo e in uno slargo c’era la carcassa di un’auto buttata lì. Alcuni scesero, fecero una specie di gara di precisione e poi andammo a giocare”.
Il primo scandalo delle scommesse – nell’80 – la investì e la “distrusse” per un po’.
“Condannato per non aver commesso il fatto. Perché io dalla giustizia ordinaria sono stato assolto, mentre quella sportiva mi ha fermato per tre anni e mezzo, poi diventati due grazie a Paolino Rossi, che fece in tempo a rientrare e a farci vincere il Mondiale che invece saltai. Sarei stato campione del Mondo. Pazienza, è andata così: ho giocato con Diego, posso raccontarlo”.
“Maradona, Giordano e Carnevale, giocatore che ha anticipato i tempi. Il Mandzukic degli Anni 80, che segnava pure tanto. Poi arrivò Careca e fu sempre Ma.Gi.Ca. E pensate che Carnevale – dico Carnevale – finì in panchina”.
Il Napoli che si ammutinò contro Bianchi, l’allenatore…
“Avevamo perso la partita con il Milan, la situazione divenne esplosiva, secondo me fu gestita male da qualche dirigente, perché si sarebbe potuto intervenire diversamente. Fosse stato così, magari avremmo vinto a Firenze, nel giorno in cui la Juventus fermò il Milan sullo 0-0, e ci saremmo ritrovati alla pari al primo posto in classifica. Io non ci capii più niente ad un certo punto”.
Una delusione che è rimasta…
“Brucia ancora e fa assai male. Avremmo fatto il bis, battendo una squadra che poi sarebbe diventata regina d’Europa e del Mondo. Gare tra mostri, stellari loro e stellari noi”.
Si dice sempre così: ai miei tempi….
“Talvolta è vero. Io ripenso ai derby di Roma vissuti, quelli in cui incrociavamo Bruno Conti e Agostino Di Bartolomei. Erano la bandiere della Roma ma sono stati e restano nostri amici, dico miei, di Lionello Manfredonia – un fratello – di quelli che stavamo sulle due sponde. Poi eravamo rivali in campo per 90 minuti. L’addio di Ago è stato drammaticamente doloroso, quella sì una ferita, perché Di Bartolomei era straordinario, era buono”.
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