di
Armando Di Landro

Lo strappo e quel «perché?» di Jody Cecchetto. Cosa c’è dietro l’addio di Max allo storico produttore

Non c’è stato tradimento sentimentale, tra Claudio Cecchetto e Max Pezzali. Ma qualcosa che gli somiglia sì: un legame strettissimo, una lunga vita professionale insieme, i successi. E poi una separazione che uno dei due non ha capito e forse non si aspettava. Perché i tradimenti, per l’uno e non per l’altro, spesso iniziano prima dell’addio, prima della scoperta rivelatrice, quando una delle due persone che ha costruito qualcosa insieme all’altra smette di riconoscersi nella stessa storia.

Il provino in cassetta

Bisogna tornare al 1991, alla cassetta che Max Pezzali e Mauro Repetto fanno arrivare a Radio Deejay. Dentro ci sono le canzoni di due ragazzi di Pavia che ancora non sanno bene che cosa diventeranno. Cecchetto ascolta, li convoca, li prende sotto la sua ala. Solo un anno dopo «Hanno ucciso l’Uomo Ragno» è una hit clamorosa. Il nome 883 segna una generazione, c’è chi li ama, chi li considera troppo banali; di sicuro, sono in parecchi ad ascoltarli. 



















































Da quel momento Cecchetto non è soltanto colui che li ha scoperti. È il produttore, in parte l’artefice del successo, l’uomo che costruisce intorno agli 883 una macchina discografica e imprenditoriale. Con Pier Paolo Peroni accompagna il gruppo e poi Pezzali per anni. Anche quando Repetto se ne va, nel 1994, la storia non finisce: è sempre più quella di Max, affiancato da Claudio. Cecchetto e Pezzali attraversano insieme più epoche. Passano attraverso gli anni Novanta, successi e qualche delusione, la trasformazione del gruppo, la carriera da solista. Per più di trent’anni sono, in forme diverse, dalla stessa parte.

Andare via

Poi arriva il 2022. Prima delle serate live a San Siro Pezzali annuncia la chiusura del rapporto professionale con Cecchetto e Peroni. La sua spiegazione è quasi tenera, nella sua semplicità: «A un certo punto è normale voler andare via di casa». Max non racconta una guerra, ma un desiderio di emancipazione. Come un figlio adulto che a un certo punto prende le proprie cose e se ne va per il mondo. 

Ma dall’altra parte, quella stessa porta che si chiude viene vissuta diversamente. Cecchetto parla di ingratitudine. Dice che Pezzali è stato, tra gli artisti da lui lanciati, quello che gli ha lasciato più amarezza. «Un ingrato» appunto. Per Cecchetto il successo degli 883 è stato costruito insieme e deve continuare a incidere sul presente: per lui è ciò che conta. Max parla di autonomia, quindi, ma Claudio se la prende, è ferito. Non è detto che le due versioni dei fatti, solo abbozzate da entrambi e mai del tutto approfondite, siano incompatibili. Anzi. E le «questioni legali», vagamente citate da Pier Paolo Peroni al momento dello strappo, non sembrano essere state una causa scatenante: è la conferma di una frattura più «sentimentale», nella sua declinazione artistica e professionale, che economica o societaria. 

Agli anni d’oro

A rendere la faccenda ancora più malinconica, c’è un figlio. Jody Cecchetto, intervistato dal Corriere, ha raccontato di essere cresciuto insieme al fratello Leo «a pane e 883». Per questo, dice, non riesce più a separare la musica da quello che è successo dopo. È dispiaciuto e aggiunge che suo padre, nei dj set, usa ancora le tracce degli 883. Jody dice anche che a un concerto di Max non andrebbe mai. 

Ma poi racconta una cosa che vale più di molte dichiarazioni: quando da casa, a Milano, sente arrivare la voce di Pezzali da San Siro, prova nostalgia. Gli ricorda «quanto eravamo felici ascoltando quelle canzoni». E chissà che non accada anche a papà, che abita nella stessa via. I versi, le note e i successi, che hanno diviso, in qualche modo continuano a unire. E resta una domanda: «Perché?». Jody dice che, se avesse davanti Max Pezzali, glielo chiederebbe. 

Non sa esattamente che cosa sia successo tra suo padre e il cantante. Sa soltanto che, per Claudio, la rottura arrivò «come un fulmine a ciel sereno»: dopo tutti quegli anni, non se l’aspettava. Una risposta chiara, alla domanda del figlio, non c’è mai stata. Di sicuro, come lui stesso ricorda, a ogni tour estivo di Pezzali migliaia di persone continuano a cantare quelle stesse canzoni. Quelle che un tempo appartenevano a un gruppo, a un produttore, a un manager, a due ragazzi di Pavia. Oggi appartengono soprattutto alla memoria di chi le ha cantate, un po’ come il «grande Real» e «Happy Days» cantati ne Gli Anni, rimasti nel cuore dei tifosi di mezzo mondo o di generazioni di telespettatori. Si consoli, Claudio: è un tradimento che tutto sommato incide poco sui frutti migliori di una storia (in)finita.

12 agosto 2026 ( modifica il 13 agosto 2026 | 09:17)