Non sono soltanto i neuroni a invecchiare. Con il passare degli anni sembra cambiare anche la squadra incaricata di proteggerli. Nel cervello esiste infatti un vero sistema di sorveglianza costituito soprattutto dalla microglia, cellule immunitarie specializzate che pattugliano continuamente il tessuto cerebrale, eliminano detriti, reagiscono ai danni e partecipano alla risposta contro infezioni e alterazioni. Per decenni si è ritenuto che queste cellule, arrivate nel cervello già nelle primissime fasi dello sviluppo, potessero sostanzialmente mantenersi e rinnovarsi lì per tutta la vita. Ora qualcosa di questo schema sembra dover essere riscritto.
Tra i 50 e i 75 anni qualcosa cambia
Uno studio finanziato dai National Institutes of Health statunitensi ha analizzato tessuti dell’ippocampo di 40 persone neurologicamente sane, tra i 20 e i 95 anni. L’ippocampo è una struttura particolarmente importante perché partecipa ai processi di apprendimento e memoria ed è una delle aree osservate con maggiore attenzione nello studio dell’invecchiamento cerebrale e delle demenze. I ricercatori hanno scoperto che tra circa i 50 e i 75 anni il panorama delle cellule immunitarie dell’ippocampo subisce una profonda trasformazione. Le microglia residenti diminuiscono progressivamente e aumentano cellule con caratteristiche differenti, comprese firme biologiche più infiammatorie e aspetti simili a quelli di cellule immunitarie provenienti dalla periferia dell’organismo.
In altre parole, nel cervello che invecchia sembra verificarsi una sorta di cambio della guardia.
Non avviene naturalmente allo scoccare del cinquantesimo compleanno. I 50 anni non sono una data di scadenza biologica. Si tratta di un processo progressivo osservato, nello studio, soprattutto nella fascia compresa tra la mezza età e l’età avanzata.
Le nuove guardie potrebbero arrivare dal midollo osseo
Ed è qui che la storia diventa ancora più interessante. Un altro studio, pubblicato su Nature il 30 luglio 2026, ha cercato di capire da dove provenissero alcune di queste cellule. I ricercatori hanno utilizzato particolari mutazioni che si accumulano nel tempo nelle cellule staminali del midollo osseo come una sorta di impronta digitale biologica. Cercando la stessa impronta nelle cellule presenti nel cervello, hanno potuto ricostruirne l’origine. Nel tessuto cerebrale post mortem di 20 adulti anziani sono state trovate cellule che condividevano mutazioni con quelle del sangue degli stessi individui. Queste cellule assomigliavano sotto molti aspetti alla microglia e la loro presenza risultava maggiore nei cervelli più anziani rispetto a quelli più giovani.
Un indizio ancora più suggestivo è arrivato da una persona che in vita aveva ricevuto un trapianto di midollo osseo: nel suo cervello sono state individuate cellule con le caratteristiche genetiche del midollo del donatore.
Significa che, almeno durante l’invecchiamento, cellule originate fuori dal cervello possono contribuire alla popolazione immunitaria cerebrale.
Ma il cervello non era protetto dal sangue?
Sì. Ed è proprio per questo che la scoperta è importante. Il cervello è protetto dalla barriera emato-encefalica, una struttura estremamente selettiva che impedisce a molte sostanze e cellule presenti nel sangue di entrare liberamente nel tessuto cerebrale. Eppure questi nuovi lavori indicano che alcune cellule immunitarie provenienti dal midollo osseo riescono, nel corso della vita, a raggiungere il cervello e ad assumere caratteristiche simili alla microglia.
Il meccanismo attraverso il quale ciò avviene e quanto sia rilevante nelle diverse persone devono ancora essere chiariti.
Cosa c’entra tutto questo con l’Alzheimer?
Qui serve prudenza. Lo studio non dimostra che questo cambio della guardia provochi l’Alzheimer. Dimostra però che l’invecchiamento modifica profondamente anche il sistema immunitario del cervello. E la neuroinfiammazione è da tempo uno dei processi studiati nelle malattie neurodegenerative.
Un lavoro pubblicato l’11 agosto 2026 su Nature Genetics, basato sull’analisi di oltre 832 mila cellule mieloidi cerebrali provenienti da 1.607 donatori, ha ulteriormente mostrato quanto le popolazioni di microglia siano dinamiche durante l’invecchiamento e nelle diverse fasi della patologia di Alzheimer. I ricercatori hanno identificato differenti sottotipi cellulari, alcuni dei quali aumentano in associazione con la patologia della malattia.
Non abbiamo quindi trovato “la cellula dell’Alzheimer”. Stiamo però iniziando a comprendere che la salute del cervello dipende anche da come invecchia il suo sistema immunitario.
Un cambiamento necessariamente negativo? Non lo sappiamo
Una maggiore attività infiammatoria potrebbe contribuire, in determinate condizioni, al deterioramento cerebrale. Ma sarebbe sbagliato concludere che le nuove cellule siano semplicemente “cattive”. Le cellule immunitarie devono anche eliminare materiale danneggiato, reagire alle lesioni e aiutare a mantenere l’equilibrio dei tessuti.
E c’è persino un dato sorprendente: nello studio pubblicato su Nature, alcuni tipi di ematopoiesi clonale, cioè l’espansione con l’età di determinate popolazioni di cellule del sangue, sono risultati associati a un rischio inferiore di Alzheimer. Il significato di questa associazione è ancora oggetto di studio.
Il cambio della guardia, quindi, potrebbe non essere soltanto un segno di deterioramento. Potrebbe comprendere anche meccanismi di adattamento e protezione.
E se un giorno potessimo usare quelle cellule per portare farmaci al cervello?
È forse la conseguenza più affascinante della scoperta. Uno dei grandi problemi della neurologia è proprio la barriera emato-encefalica: protegge il cervello, ma rende anche difficile far arrivare al suo interno molti farmaci. Se cellule immunitarie provenienti dal midollo riescono naturalmente a raggiungerlo, in futuro potrebbero forse essere modificate per trasportare molecole terapeutiche direttamente nel tessuto cerebrale. È una prospettiva ancora sperimentale, non una terapia disponibile, ma è una delle strade indicate dagli stessi ricercatori.
Dopo i 50 anni, dunque, non cambia soltanto quello che ricordiamo, la velocità con cui elaboriamo un’informazione o la capacità del cervello di adattarsi. Potrebbe cambiare anche chi monta di guardia. E scoprire da dove arrivano queste nuove sentinelle, cosa fanno e perché diventano più numerose con l’età potrebbe aiutarci a capire meglio non soltanto come invecchia il cervello, ma anche come proteggerlo quando l’invecchiamento prende la strada della malattia.