Correre una maratona a 50 anni, macinare centinaia di chilometri in bicicletta ogni settimana, preparare un Ironman quando molti coetanei hanno già appeso le scarpe al chiodo: per tanti è la prova che il cuore è in perfetta efficienza. È qui, però, che scatta l’equivoco. Essere molto allenati non equivale a essere immuni dalle malattie cardiovascolari.
Una nuova review, pubblicata nel 2026 sull’European Journal of Preventive Cardiology, affronta una domanda che fino a poco tempo fa sarebbe parsa provocatoria: decenni di allenamento di resistenza ad alto volume possono lasciare, in una quota di persone, esiti meno favorevoli sul muscolo cardiaco? La risposta degli autori è più sfumata di un sì o di un no. L’attività fisica rimane saldamente associata a salute migliore e a mortalità ridotta. Tuttavia, negli atleti che per anni o decenni sostengono carichi elevati di endurance stanno emergendo alcune alterazioni — dalle aritmie alla fibrosi miocardica, fino alla calcificazione coronarica — che richiedono attenzione soprattutto con l’avanzare dell’età. La parola chiave non è smettere, ma personalizzare.
Il paradosso dello sport che protegge
Questo non è un j’accuse contro lo sport. Anzi: l’esercizio regolare è uno dei più potenti strumenti di prevenzione che possediamo. Il nodo scientifico si colloca nella fascia più alta della “dose” di attività: riguarda chi per lunghi periodi pratica allenamenti intensi e molto voluminosi. Analizzando runner, ciclisti, triatleti, fondisti e maratoneti, i cardiologi hanno osservato che il cuore dell’atleta si adatta in profondità all’allenamento; non tutte le modificazioni che compaiono con l’età, però, rientrano sempre nella fisiologia “perfetta” dell’allenamento. La review del 2026 conclude che, per la maggioranza, anche lo sport intenso si accompagna a ottima salute e longevità; in una minoranza suscettibile, però, carichi molto prolungati potrebbero spingere il rimodellamento cardiovascolare oltre la soglia del fisiologico.
Dopo i 35 anni cambia anche l’avversario
In cardiologia dello sport si parla di “Masters athlete” per indicare atleti di almeno 35 anni che continuano ad allenarsi con intensità e volumi spesso superiori a quelli suggeriti per il semplice benessere. Proprio nel 2026 l’European Association of Preventive Cardiology e l’American College of Cardiology hanno pubblicato un documento congiunto dedicato a questa popolazione. Il motivo è semplice: il cuore del cinquantenne che corre maratone non è quello di un ventenne con qualche anno in più. Con l’età crescono aterosclerosi coronarica, ipertensione e rischio di alcune aritmie. Lo sport abbatte molti di questi rischi, ma non li annulla. Così, anche un atleta magro, con pressione ottima e capacità aerobica d’eccellenza può presentare un problema cardiaco da riconoscere.
Il “cuore lento” dell’atleta non sempre coincide
La bradicardia è familiare a chi pratica endurance: 50, 45 battiti al minuto (o meno) a riposo, spesso senza disturbi. Per anni è stata attribuita soprattutto all’aumento del tono vagale. Studi più recenti suggeriscono che gli anni di allenamento possano indurre anche modifiche più profonde nel sistema elettrico del cuore. La review del 2026 segnala che, negli ex atleti di endurance, alterazioni della funzione del nodo del seno e della conduzione possono persistere anche riducendo gli allenamenti. Ciò non significa che una bassa frequenza cardiaca nell’atleta sia patologica: nella grande maggioranza è un adattamento benigno. Diventa però cruciale distinguere la bradicardia fisiologica da condizioni con sintomi o disturbi significativi della conduzione.
L’aritmia più frequente negli sportivi di endurance
Tra i segnali più studiati spicca la fibrillazione atriale. L’associazione con molti anni di endurance è una delle osservazioni più solide negli atleti Masters, soprattutto uomini. Non vuol dire che correre “causi” automaticamente l’aritmia: il quadro è multifattoriale e implica predisposizione individuale, dilatazione atriale, modifiche del sistema nervoso autonomo e l’insieme della “dose” di allenamento accumulata. Inoltre, gran parte delle evidenze riguarda uomini caucasici; sui dati femminili e su altre etnie la letteratura è più scarna. Il messaggio è pratico: palpitazioni persistenti, battito irregolare o cali immotivati della performance non vanno liquidati come semplice stanchezza.
Lo studio sui 106 over 50
Un lavoro uscito nel 2026 ha alimentato il confronto. I ricercatori hanno seguito 106 uomini di almeno 50 anni, ciclisti o triatleti altamente allenati, con alle spalle almeno 15 anni di endurance e non meno di 10 ore settimanali di esercizio. Atleti, non semplici amatori. A ciascuno è stato impiantato un dispositivo per la registrazione continua del ritmo, mentre smartwatch e ciclocomputer tracciavano in dettaglio gli allenamenti. In un follow-up mediano di circa 796 giorni, 25 partecipanti (23,5%) hanno presentato aritmie ventricolari, per lo più tachicardie non sostenute. Un dato rilevante, da interpretare però con cautela: mancava un gruppo di controllo equivalente e lo studio non consente di concludere che l’allenamento intenso sia la causa diretta delle aritmie.
Il dettaglio nascosto nel muscolo
La sorpresa più interessante è emersa alla risonanza magnetica cardiaca. Tra gli atleti con aritmie ventricolari, il 76% presentava fibrosi miocardica, contro il 38,3% di chi non aveva avuto tali episodi. I tre casi di tachicardia ventricolare sostenuta si sono verificati durante lo sforzo e in tutti era presente fibrosi. L’ipotesi, affascinante e ancora da confermare, è che lo sforzo intenso agisca non tanto da causa primaria, quanto da “innesco” in presenza di un substrato vulnerabile. A rafforzare l’idea, i volumi e le intensità di allenamento non differivano in modo significativo tra chi aveva sviluppato aritmie e chi no.
Fibrosi non è sinonimo di pericolo
“Fibrosi” evoca timore, ma indica aree del miocardio con caratteristiche simili a piccole cicatrici e non tutte hanno lo stesso significato clinico. La review europea sottolinea che la prevalenza varia enormemente in base alle definizioni e alle popolazioni esaminate e che non esiste ancora prova definitiva di un nesso causale diretto tra endurance e fibrosi. Alcuni reperti sono considerati benigni; altri, specie se associati ad aritmie o ad alterazioni strutturali, richiedono una valutazione specialistica. La sfida è distinguere il “cuore d’atleta” dal cuore che inizia a segnalare patologia.
E poi ci sono le coronarie
Un altro mito da archiviare: un maratoneta può avere aterosclerosi. In alcuni uomini di mezza età e anziani che praticano endurance ad altissimo volume, gli studi di imaging hanno riscontrato più calcio e placche coronariche rispetto a soggetti meno attivi. La review riporta prevalenze molto variabili nelle diverse coorti di atleti Masters, dal 30 al 70% a seconda di età, profilo di rischio ed esposizione complessiva all’esercizio. Il paradosso? Una maggiore quantità di calcio coronarico non si è tradotta, finora, in più eventi coronarici rispetto ai meno attivi. Le placche degli sportivi sono spesso altamente calcificate — quindi più stabili — e il profilo cardiovascolare globale resta favorevole.
L’allenamento non cancella LDL e familiarità
La capacità di pedalare per cento chilometri non azzera colesterolo LDL, ipertensione, diabete, tabagismo pregresso o una forte familiarità per infarto precoce. Gli esperti raccomandano di valutare negli atleti Masters gli stessi fattori di rischio tradizionali del resto della popolazione. Essere molto attivi riduce enormemente il rischio, ma ridurre non significa annullare.
Segnali da non ignorare
Durante o dopo lo sforzo meritano attenzione: dolore o oppressione toracica, sincope o presincope, palpitazioni persistenti, affanno sproporzionato, calo improvviso della performance. Lo stesso vale in presenza di una storia familiare di morte improvvisa o cardiopatie precoci. Non ogni extrasistole registrata dallo smartwatch richiede una risonanza: il sintomo va interpretato nel contesto di età, familiarità, fattori di rischio e tipo di allenamento. Il consenso del 2026 sui Masters insiste sull’evitare automatismi e sull’impostare la valutazione in base alla combinazione tra rischio, eventuali anomalie, sintomi e obiettivi sportivi.
Screening: niente TAC per tutti
L’errore sarebbe trasformare ogni quarantenne sportivo in un paziente. Non è raccomandato uno screening indiscriminato con TAC coronarica o altri esami avanzati negli atleti a basso rischio. Se il rischio è intermedio o elevato, oppure compaiono sintomi o reperti anomali, il medico potrà indicare test mirati. Più esami non significa più prevenzione: conta eseguire l’esame giusto alla persona giusta. Anche perché il cuore dell’atleta presenta adattamenti fisiologici che, a chi non ha esperienza specifica, possono sembrare patologici.
Il vero rischio sarebbe smettere
Dopo aver letto di fibrosi, aritmie e calcio coronarico, la conclusione peggiore sarebbe: meglio fare poco. La ricerca dice il contrario. La review del 2026 parla di un “paradosso della mortalità”: pur in presenza di alcune alterazioni più frequenti in gruppi di endurance, le grandi coorti mostrano in genere una longevità uguale o superiore alla popolazione generale. E, a livello di popolazione, i potenziali rischi associati a quantità estreme di esercizio non superano i benefici dell’attività fisica.
Non esiste inoltre un numero “magico” di chilometri o ore oltre cui lo sport diventa dannoso.
Non c’è il chilometro del “basta”
La scienza non può affermare che dopo cinque, dieci o quindici ore settimanali il cuore inizi a deteriorarsi. Non esiste oggi una soglia universale oltre la quale l’esercizio diventi pericoloso. Età, sesso, genetica, pressione arteriosa, colesterolo, patologie pregresse, recupero e storia allenante modulano la risposta. Due persone possono completare lo stesso numero di maratone e mostrare adattamenti cardiaci molto diversi. Per questo la medicina dello sport sta passando dalla domanda “quanto sport è troppo?” a quella, più utile: “quanto sport è appropriato per questa persona?”
Dopo i 40: allenarsi forte, ma allenarsi informati
Correre, pedalare, nuotare e camminare restano tra le migliori polizze sulla salute. La novità è che oggi sappiamo di più: si può essere sportivi, magri, performanti e avere comunque fattori di rischio; si può avere 50 battiti al minuto per allenamento e non per questo ogni aritmia è innocua; si possono completare venti maratone e non essere immuni dall’aterosclerosi.
La forma fisica non è un certificato permanente di invulnerabilità cardiologica. E qualche dato sulle possibili conseguenze dell’endurance estremo non deve trasformare lo sport in un nemico. La stessa review europea è chiara: l’obiettivo non è scoraggiare l’esercizio, ma rendere più individualizzati allenamento, valutazioni cardiovascolari e follow-up, soprattutto negli sportivi che invecchiano o mostrano elementi di vulnerabilità.
Il messaggio per il runner di 45 anni o per il ciclista di 60 non è smettere. È più semplice: continuare a muoversi, continuare ad allenarsi e smettere di credere che essere allenati significhi essere invulnerabili.


