di
Massimiliano Del Barba

Un percorso tra meraviglie che ha tanto da raccontare, ma che sconta l’assenza di una regia regionale per fare sistema e rilanciare un asset oggi evidentemente sottoutilizzato dal punto di vista turistico

Alle spalle il lago d’Iseo, i novanta chilometri tondi tondi di Ciclovia dell’Oglio che separano Pisogne da Ponte di Legno sono per gambe allenate. Non tanto la prima parte, quella del fondovalle. Più da Capo di Ponte in poi, quando il tracciato lascia la sponda del fiume incominciando a salire (e a scendere) alternativamente sul versante bacìo e su quello solatìo dalla terra dei Camuni. Ma in cinque ore i 1.250 metri di dislivello corrono veloci. E non pesano, complice l’eterogeneo paesaggio sotto le ruote. Da Costa Volpino a Darfo Boario Terme la campagna si alterna alle zone produttive: può sembrare antiestetico lambire i vecchi clinker e i nuovi prefabbricati, ma questo ci ricorda di cosa vive l’uomo. 

Da dove viene la ricchezza e il nostro benessere: cioè dal ferro e dalle sue lavorazioni. Spiace che la ciclovia, specie nel tratto della Bassa e della Media Valle, sia spesso interrotta. All’altezza di Artogne per lavori in corso, ma più in generale ogni qualvolta dalla campagna si entra in un centro abitato. È, questo, il peccato originale del percorso, ed è un peccato che il percorso condivide con tante altre ciclovie lombarde, a dire il vero. Tutto è lasciato ai Comuni, al limite alle Comunità Montane. Manca insomma una regia regionale che ne coordini le direttrici, ne finanzi la manutenzione e ne promuova le attrattività, sia intrinseche (il turismo attivo) che collaterali (la cultura e l’enogastronomia). 



















































Perché la sensazione è che la Ciclovia, dal Po al Tonale, esista solo sulla carta, e che non sia un’attrazione: nessun bikepacker in questi due giorni di viaggio, sul piano la usano al limite i bimbi per giocarci e le signore per fare la spesa. Ed è un peccato, perché questo viaggio ha tanto da raccontare. Dagli scorci che ricordano il Canal du Midi vicino a Tolosa all’imponente Concarena, montagna sacra per il popolo dei pitoti. fino all’ultimo tratto, da Malonno in su, dove il mais cede alla vite eroica e la strada lascia l’Oglio incominciando a salire.

C’è da stringere i denti su queste forestali dalla pendenza irregolare. Ma il terreno è quasi sempre buono, spesso asfaltato e altrimenti ben battuto. A Edolo, poi, la grande centrale idroelettrica ci ricorda da dove veniamo: fu la forza dell’acqua a render moderna l’Italia alla fine dell’ottocento ed è ancora questa tecnologia che ci sta aiutando a inseguire gli obiettivi di decarbonizzazione. Infine ancora qualche sforzo ed ecco, subito dopo l’ultimo dosso, sua maestà l’Adamello.


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13 agosto 2026 ( modifica il 13 agosto 2026 | 11:20)