di
Luigi Ippolito

Silvia, 26 anni, lavora in una startup hi tech (dopo un master a Bristol e una laurea a pieni voti allo Iulm): a causa di una falla nel sistema di visti messo in piedi da Londra dopo la Brexit, ora rischia l’espulsione

Una giovane italiana che rischia l’espulsione dalla Gran Bretagna per un disguido burocratico: è la conseguenza del sistema di immigrazione entrato in vigore dopo la Brexit e che ha già rivelato più di una falla.

Protagonista della vicenda – che è un cliché definire kafkiana – è Silvia, 26 anni, arrivata a Bristol nel 2023 per frequentare un master, dopo la sua laurea a pieni voti allo Iulm di Milano. In seguito all’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea, per venire a studiare o a lavorare Oltremanica è necessario munirsi di un visto: Silvia quindi arriva con un visto studentesco e poi resta grazie al “graduate visa”, che consente ai laureati di rimanere due anni mentre cercano lavoro.



















































Un anno fa viene assunta da una startup tecnologica, sempre a Bristol, e all’inizio di quest’anno, scaduto il “graduate visa”, l’azienda accetta di sponsorizzarla per ottenere il visto di lavoro: per averlo, è infatti necessario uno “sponsor” autorizzato. Solo che Silvia è la Office Manager della startup e in questo ruolo si occupa delle pratiche amministrative: quindi assegna a se stessa, a nome dell’azienda, il certificato di sponsorizzazione.

All’inizio tutto sembra filare liscio, ma qualche mese dopo arriva una comunicazione del ministero dell’Interno britannico che definisce la procedura irregolare e revoca a Silvia il certificato. Inutilmente l’azienda cerca a più riprese di contattare il ministero britannico: non arriva nessuna risposta utile. Del caso si interessano anche i deputati locali e sia Silvia che la sua azienda sono costretti a ingaggiare uno studio legale: finora lei ha dovuto spendere 5 mila sterline (quasi 6 mila euro) in costi legali e amministrativi.

Ma le cose vanno perfino peggio: a fine luglio, a causa della presunta irregolarità commessa, l’azienda si vede revocare la licenza a concedere sponsorizzazioni. Considerato che ci lavorano all’80% immigrati, sono in diversi che finiscono per trovarsi nella situazione di Silvia. Tecnicamente, lei è ora un’immigrata irregolare e dovrebbe lasciare la Gran Bretagna al più presto, anche se non ha ancora ricevuto una notifica formale: «Sono sola qui – dice – sospesa in un limbo burocratico, cercando di combattere questa battaglia in ogni modo possibile e a costi enormi. Non ho commesso alcun crimine. Non ho cercato di aggirare il sistema. Ho pagato ogni tassa, rispettato ogni regola, risposto a ogni richiesta. Eppure il sistema inglese mi sta espellendo».

È una storia che riguarda non solo la nostra giovane connazionale: il governo di Londra vorrebbe attrarre talenti internazionali, ma poi finisce per penalizzare le aziende, soprattutto di piccole dimensioni, per errori amministrativi, senza alcuna possibilità di ricorso. «Questo resta un grandissimo Paese che offre tante possibilità – osserva Silvia – ma poi va in direzione contraria, ostacola invece di agevolare».

E così molti datori di lavoro si scoraggiano e preferiscono evitare di assumere europei o stranieri in generale: con danno per tutti. Quanto a Silvia, è ancora in attesa di un segnale, prima di dover fare le valigie.

14 agosto 2026