CREMONA – Lo si legge tutto d’un fiato, la dimensione del volume è agevole, ma l’intensità della scrittura è unica: la leggibilità è tanto immediata quanto denso di valore simbolico, quasi profetico e al tempo stesso ancestrale. È ‘La grande abbuffata’ di Marco Ferreri e Rafael Azcona, che la casa editrice Cue Press pubblica nella curiosa collana «I romanzi». Non è la sceneggiatura del film, ma la narrazione della storia portata sul grande schermo dall’irregolare Marco Ferreri nel 1973, un testo che, per la sua immediatezza e ferocia, trovò nel film una sua degna e accurata messinscena, suscitando a Cannes, dove venne presentato, un prevedibile scandalo.
Di scena sono quattro maschi borghesi: Marcello (Mastroianni), pilota d’aerei; Ugo (Tognazzi), chef; Philippe (Noiret), uomo di legge; Michel (Piccoli), regista televisivo. Decidono di finire i loro giorni in una sorta di esilio volontario in una villa alle porte di Parigi, all’insegna degli eccessi. Mentre iniziano i lauti pasti, Marcello invita alcune prostitute. A loro si aggiunge Andréa (Ferréol), una maestra che aveva portato la propria classe in visita al giardino della villa, dove il “tiglio di Boileau” troneggia accanto alla lapide che ricorda il soggiorno del poeta francese nella casa. Le prostitute presto se ne vanno nauseate. La maestra, invece, resta; Philippe le si dichiara e anche gli altri, a turno, godranno delle sue abbondanti grazie. Andréa partecipa ai sontuosi banchetti fino alla morte dei convitati, in circostanze differenti: Marcello congelato di notte, sotto la neve, su una vecchia Bugatti; Michel con la pancia gonfia d’aria; Ugo per indigestione, mentre si fa mestamente masturbare da Andréa; Philippe nel giardino, dopo aver gioiosamente mangiato un grosso budino che ha la forma di due seni femminili. Andréa rientra in casa da sola, mentre i cani ululano ai garzoni della macelleria che stanno portando nuove vivande.
Così del film scrive Morando Morandini nel suo ‘Dizionario del cinema’: “Scritto con Rafael Azcona, è probabilmente il più grande successo internazionale (di scandalo) nell’itinerario di Marco Ferreri. Questo apologo iperrealista ha gli scatti di una buffoneria salace e irriverente, i toni furibondi di una predica quaresimalista e, insieme, l’empietà provocatrice di un pamphlet satirico; e chi lo prende per un film rabelaisiano, non ne ha inteso la sacrale tristezza — si legge —. C’è piuttosto l’umor nero, la salute, la disperazione di uno Swift. Con qualcosa in più: la pena. La sua forza traumatica risiede nella calma lucidità dello sguardo e nell’onestà di un linguaggio che Ferreri conserva anche e soprattutto quando non arretra davanti a nulla. Se si esclude parzialmente Mastroianni, forse il meno riuscito del quartetto, i personaggi non sono mai volgari. Nonostante le apparenze realistiche (di un neorealismo fenomenico e irrazionalistico), sfocia nel clima allucinato di un apologo fantastico, come certi segni e invenzioni suggeriscono”.
Tutto ciò è noto agli amanti del cinema e agli estimatori di Ugo Tognazzi e di Marco Ferreri, ma (ri)leggendo il testo si ha la netta sensazione non tanto di una profetica e funerea previsione dell’autodistruzione del sistema borghese, messa in atto da Ferreri, quanto di una «invenzione» narrativa e drammaturgica che oggi richiama quell’autofiction in cui personaggio e interprete si mischiano, si intrecciano in una costruzione strabordante di situazioni che mettono a nudo l’essenza e l’universalità dei singoli attori. Ed allora le novità dei nostri anni, caratterizzati dal postdrammatico e dall’autofiction come modelli testuali e narrativi, scolorano dinanzi all’invenzione di Ferreri e Azcona, che anticipano ciò che oggi appare nuovo.
Dalla pagina escono gli attori: esce Ugo Tognazzi, con il suo satiresco e sfacciato cinismo egoriferito; esce la vacuità di Marcello Mastroianni; la titubanza remissiva di Noiret; il candore un poco fanciullesco di Piccoli. Mentre sublime è Ferréol, che da “vittima inconsapevole” si fa vestale del rito di cibo e morte. La lettura de ‘La grande abbuffata’ mette il lettore al cospetto dell’anima segreta degli attori e, al tempo stesso, interroga — ancora oggi — sull’intimo legame che unisce la morte al godimento. E, dopotutto, orgasmo in francese si traduce petite mort: non sarà un caso. Da leggere, ancor prima di vedere o (ri)vedere il film di Ferreri.
(M. Ferreri – R. Azcona, La grande abbuffata, CuePress,. 2025, pagine 100, euro 24.99).
