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Redazione Esteri
Il presidente Usa impone alla Marina il ritorno alle catapulte a vapore nonostante le obiezioni sui costi. Sullo sfondo, le perdite di droni in Iran rivelano la difficoltà di Washington a ricostituire rapidamente le proprie scorte
Donald Trump vuole riportare indietro nel tempo le portaerei americane. Con un memorandum sulla sicurezza nazionale – di cui dà conto il Wall Street Journal, in una sua esclusiva -, il presidente ha ordinato alla Marina di abbandonare le catapulte elettromagnetiche delle nuove navi classe Gerald R. Ford e di tornare al sistema a vapore: una tecnologia certamente più che collaudata, ma che i vertici della Marina hanno contestato per anni. Oltre alle contestazioni però c’è dell’altro: questa decisione potrebbe costare miliardi di dollari agli Stati Uniti. La decisione riguarda, a partire dalla quarta nave della classe, la futura Doris Miller, tutte quelle successive. Le prime tre — Ford, John F. Kennedy ed Enterprise — manterranno invece il sistema elettromagnetico. Trump sostiene di aver maturato questa convinzione già nel 2017, dopo una conversazione con un ufficiale della Marina che, secondo il suo racconto, gli aveva espresso dubbi sul nuovo sistema elettromagnetico.
Il punto è soprattutto tecnologico. Le portaerei classe Ford sono state progettate sostanzialmente intorno all’elettricità: per tornare al vapore occorrerebbe riprogettare parti della nave e reintrodurre infrastrutture ormai eliminate. Inoltre, la Marina sostiene che le catapulte elettromagnetiche consentono di lanciare e recuperare aerei più rapidamente di quelle a vapore. Sulla Ford, con questa tecnologia, sono già stati effettuati quasi 37 mila lanci. E alla lista di critici del presidente, si è aggiunta anche la General Atomics, che produce il sistema, che lo invita a riconsiderare la scelta: per la Doris Miller il lavoro è già stato completato almeno per il 50 per cento. Cambiare ora, sostiene l’azienda, comporterebbe rischi rilevanti su costi, tempi e integrazione.
La Cina, intanto, utilizza già catapulte elettromagnetiche sulle sue portaerei più recenti e la Francia prevede di adottarle sulla nuova portaerei.
Ma il memorandum non riguarda solo le catapulte. Trump chiede più investimenti nella cantieristica americana, un nuovo cantiere pubblico per la manutenzione dei sottomarini e un centro per i pezzi di ricambio. L’obiettivo è rafforzare una base industriale che Washington considera strategica, mentre la Marina punta ad aumentare la produzione di sottomarini.
Intanto, la guerra con l’Iran presenta anche un altro conto (decisamente salato) per gli Stati Uniti: almeno 45 droni MQ-9 Reaper sarebbero andati perduti negli attacchi messi a punto nello Stretto di Hormuz. A riportare la notizia è il Washington Post dopo essere entrato in contatto con tre funzionari americani a conoscenza dei dati del Pentagono. Il numero di perdite rappresenta circa un quarto della flotta. Il Reaper, impiegato per sorveglianza e attacchi mirati, non è affatto economico: ha un valore che si aggira tra 30 e 50 milioni di dollari. Facendo i conti, le perdite superano dunque potenzialmente 1,3 miliardi. La loro velocità ridotta e il volo spesso a bassa quota li hanno esposti alle difese iraniane e alle forze alleate di Teheran in Yemen e Iraq. Ma non tutti i Reaper perduti, hanno precisato i funzionari, sarebbero stati abbattuti: alcuni si sarebbero distrutti schiantandosi dopo la perdita del collegamento con gli operatori.
Le perdite dei droni si aggiungono a una pressione crescente sull’arsenale americano. Nel primo mese di guerra gli Stati Uniti hanno impiegato oltre 850 Tomahawk e più di mille intercettori Patriot e Thaad. Il Pentagono nega che le scorte siano in esaurimento, ma l’amministrazione Trump ha chiesto al Congresso 67 miliardi di dollari aggiuntivi per finanziare il conflitto e ricostituire le riserve. Prima della guerra gli Stati Uniti disponevano di circa 185 Reaper, esclusi quelli delle agenzie di intelligence. A maggio l’Aeronautica aveva già segnalato che il numero era sceso a circa 135. Il Pentagono sta comunque preparando il superamento del Reaper, destinato a essere sostituito da droni più economici e pensati per operare in massa.
Il problema, però, non è solo il costo immediato delle perdite. Ricostituire le scorte potrebbe richiedere anni. È questo il caso dei missili Thaad: la capacità produttiva attuale è di 96 esemplari l’anno, mentre il Pentagono ne chiede 857 solo per il 2027 e quasi 2.600 nei successivi cinque anni. Secondo l’American Enterprise Institute, ai ritmi attuali servirebbero circa 27 anni per soddisfare la domanda. E anche aumentando la produzione, avverte il think tank, mancano ancora contratti e finanziamenti sufficienti per trasformare gli accordi annunciati dal Pentagono in nuove armi. È una vulnerabilità che va oltre il campo di battaglia: anni di guerra in Ucraina e il nuovo conflitto con l’Iran stanno mettendo alla prova la capacità americana di consumare, produrre e rapidamente rimpiazzare le proprie armi.
14 agosto 2026 ( modifica il 14 agosto 2026 | 14:09)
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