di
Silvia M. C. Senette
L’artista di Roana inaugura «Il bacio» a Molveno: i suoi lavori nati dal legname abbattuto nel 2018. «La natura sa rigenerarsi»
Due volti fatti di radici, alti quasi sei metri, si stagliano sul lago di Molveno, in Trentino. È «Il bacio», la nuova scultura dell’artista veneto Marco Martalar di Mezzaselva di Roana, sull’Altopiano di Asiago. Un’opera comparsa pochi giorni fa in Trentino, nata dal riciclo di oltre duemila frammenti di abete rosso abbattuti dalla tempesta Vaia e già virale sui social. Come ogni sua scultura, tutte enormi e iconiche, tra il Trentino-Alto Adige e il Veneto, famose su Instagram, Tik Tok, Facebook, le opere d’arte più fotografate, sfondo ideale per i selfie. Una tendenza social che continua a crescere. Le principali sculture di Martalar nel Veneto, sempre in legno e radici di recupero, utilizzando gli alberi distrutti dalla tempesta Vaia del 2018, sono il «Leone Alato» a Fratta di Tarzo (Treviso), il «Leone Vaia» a Jesolo (Venezia), il «Gallo» a Gallio (distrutto da un nubifragio) e «l’Ape» a San Pietro Mussolino (Vicenza), ma anche «Fuoco e acqua» a Mezzaselva di Roana, suo paese natale.
Marco Martalar, la nuova scultura «Il bacio» potrebbe diventare la sua opera più «instagrammabile»?
«Lo vedremo. Ma la combinazione tra soggetto, il Bacio e lago di Molveno va in quella direzione. L’idea, in realtà, risale a tre anni fa, ma quando si è presentata l’occasione di elaborarla, ho capito che la prospettiva e la location erano perfette per fare dialogare i due volti».
Due figure umane, scelta inedita per il suo percorso artistico caratterizzato da animali e creature mitologiche?
«In realtà, prima di diventare noto per i miei animali monumentali, ho sempre scolpito la figura umana. Questa, però, è la prima volta che creo due mezzibusti in dialogo, lasciando volutamente incompiuta la parte posteriore. Volevo sottolineare che la mia arte non si limita alla fauna, ma affronta il tema delle persone e della natura: siamo noi a dovere comprendere il valore del bosco».
Come prende forma un colosso del genere mantenendo il segreto?
«Ho lavorato nel magazzino comunale di Molveno in Trentino per evitare la ressa di persone curiose. L’opera pesa circa 1.200 chili per cinque metri di larghezza e quasi sei di altezza: per assemblarla ho impiegato 2.000 pezzi di radice d’abete rosso provenienti dalla Val d’Assa e circa 2.500 viti. Faccio tutto da solo, dalla raccolta del legname al disegno della struttura in ferro, fino alla salita sulle gru. L’ingegnere interviene solo per la perizia finale».
Che significato ha questo bacio?
«Oltre al tema ecologico del riutilizzo dei rami spezzati dalla tempesta Vaia, c’è il valore dell’unione. Le due figure non arrivano a toccarsi: colgo l’istante precedente, l’intimità che nasce quando due anime si riconoscono. È un messaggio di vicinanza che supera la distanza, intessuto con la materia ferita del bosco».
A quasi otto anni dalla tempesta Vaia, qual è lo stato di salute dei boschi tra Veneto e Trentino-Alto Adige?
«La natura sta reagendo con una forza straordinaria: flora e fauna occupano gli spazi vuoti con una crescita spontanea e prepotente. I tronchi abbattuti sono stati rimossi da tempo, mentre le radici che impiego io sono ancora abbondanti. Anche l’emergenza parassitaria del bostrico sta esaurendo il ciclo naturale. La ferita resta, ma la ricrescita dimostra che la natura sa rigenerarsi».
La violenza di Vaia ha segnato la nascita delle opere monumentali di Martalar…
«Senza dubbio. Scolpivo il legno anche prima, ma non cercavo la grande dimensione. Un tronco unico non offre mai i volumi che posso raggiungere oggi con le radici. Vaia mi ha messo sotto casa la materia prima e la drammaticità giusta, è stato l’innesco per un linguaggio nuovo».
Il futuro?
«Ho vari progetti nel cassetto che metto in fila quando si presentano i contesti adatti. Nelle prossime settimane inizierò un nuovo lavoro nel Nord Italia, ma per scaramanzia non rivelo neppure a mia madre la location, fino all’ultimo. Continuo a privilegiare lo spazio pubblico rispetto ai committenti privati: l’arte deve restare accessibile a chiunque passi lungo un sentiero o attraverso una piazza».
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14 agosto 2026 ( modifica il 14 agosto 2026 | 07:47)
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