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Redazione Online
Le relazioni con stagiste e fonti dei suoi servizi, la costruzione del brand «Report» indissolubilmente legato alla sua figura e infine l’amicizia con Lavitola. Sono i punti chiave del lungo articolo che Selvaggia Lucarelli dedica al caso Ranucci-Lavitola nella sua newsletter «Vale Tutto».
Il rapporto con le donne che avrebbe mescolato piano personale e professionale, tra relazioni con le stagiste e fonti dei suoi servizi; la tendenza a raccontarsi come bersaglio per le sue inchieste, anche prima che venga accertato un legame di causa-effetto; la costruzione del brand «Report» indissolubilmente legato alla sua figura; l’amicizia con Lavitola. Sono i punti chiave del lungo articolo che Selvaggia Lucarelli dedica al caso Ranucci-Lavitola nella sua newsletter «Vale Tutto».
La giornalista parte da un episodio preciso per spiegare la sua decisione di parlare della vicenda: siamo alla presentazione dei palinsesti Rai nell’estate 2025. Ranucci ha scelto di non presentarsi in segno di protesta contro la Rai che voleva, a suo dire, depotenziare la trasmissione. Alla richiesta di commentare l’assenza del conduttore di «Report», Lucarelli preferisce non rispondere. Il motivo lo spiega nella newsletter: «Su Ranucci ho sempre avuto molte riserve, umane e professionali».
E così Lucarelli racconta alcuni episodi che vedono Ranucci protagonista, ricorda gli errori del programma e l’atteggiamento del conduttore, sempre teso a difendersi da accuse e critiche sostenendo di essere «attaccato perché pericoloso», in una spirale di «mitomania» che lo porta all’amicizia con Lavitola e all’inchiesta attuale. «Se contesti un servizio di Report», scrive Lucarelli, «rischi di essere rappresentato non semplicemente come qualcuno che ne discute metodo e contenuti, ma come parte di quel sistema di pressioni dal quale Report deve essere difeso. Insomma, un suo nemico. Sicuramente di destra».
Il rapporto con le donne
Lucarelli continua raccontando che una sua amica (che resta anonima) le ha riferito di una sua storia con il conduttore di «Report», relazione che poi viene chiusa – come riferisce la donna alla giornalista – proprio per il modo in cui Ranucci gestiva il piano professionale e quello personale, mescolando relazioni e lavoro. Dopo la breve liaison i due – racconta Lucarelli – rimangono in buoni rapporti e la donna riferisce alla giornalista di come altre collaboratrici erano state allontanate per poi essere accolte di nuovo in redazione. Sulle ragioni di questo gesto Lucarelli non entra nei dettagli: «Mi raccontò molto altro che tengo per me (sono più gentile di quanto lui lo sia stato con la moglie di Sangiuliano) e alla fine optai per non scrivere nulla perché mi sembrava tutto molto squallido, ma non spettava a me in quel momento parlare della strana gestione del lavoro di Ranucci».
Nel 2021 scoppia un presunto caso Me Too contro Ranucci, a partire da un dossier anonimo in cui si parlava di molestie, mobbing, relazioni sessuali con le colleghe non riscontrate però dall’audit interno della Rai. Ranucci nega, sostenendo che sia un modo per colpire Report.
Che non fosse tutto falso lo confermerebbe proprio il suo libro autobiografico, in cui ammette relazioni amorose che si intrecciano al piano professionale.
Ranucci scrive di relazioni sessuali con stagiste e con le fonti di alcuni suoi servizi, ma – si domanda Lucarelli – perché ha scelto di rendere pubblici una serie di episodi e dettagli che avrebbero potuto essere criticati dal punto di vista etico? È colpa di una certa tendenza alla mitomania, riflette Lucarelli, oppure è un modo per disinnescare altri «potenziali Me Too», ammettendo in prima persona le sue liaison sul lavoro? La terza opzione è che abbia inventato tutto, ma cozzerebbe con le sue iniziali affermazioni sui racconti autobiografici nel romanzo.
«È lui stesso», scrive Lucarelli, «a presentarlo come “un racconto del Ranucci segreto senza sconti, senza indulgenze”, “un Ranucci intimo raccontato con lo stesso rigore del Ranucci inchiestista”, “un debito nei confronti del mio pubblico”. Eppure, dopo gli attacchi della stampa di destra sui vari episodi controversi narrati nel libro (appunto dalla relazione sessuale con una stagista di Report a quelle con alcune fonti delle sue inchieste) Ranucci ha sorprendentemente precisato che il volume contiene “parti romanzate” e che il racconto che ne è stato fatto è fuorviante, perché costruito selezionando esclusivamente le pagine di gossip. Ma come, non era un racconto autobiografico e rigoroso?»
A ciò si aggiunge anche un altro tassello, che confermerebbe quello che Lucarelli chiama «il modus operandi» di Ranucci: uno dei nomi emersi in relazione a Ranucci in questi giorni è quello di Laura Cianfoni. La donna, spiega Lucarelli, «viene dall’ambiente Cisl: da qui nasce il sospetto che possa aver avuto un ruolo informativo nell’inchiesta di Report del 2020 sulla Cisl (il servizio «Gli insindacabili»). Tra l’altro ci sono delle foto di Dagospia di settembre 2020 che la ritraggono al Premio Colalucci a Roma, accanto a Ranucci. Il servizio di Report sulla Cisl esce a dicembre 2020. Loro si conoscevano già dal 2019. Qualcuno insinua che Cianfoni sia la «Lavinia» del libro di Ranucci e in effetti ci sono alcune cose che potrebbero farlo pensare, ma chissà».
La relazione rientrerebbe dunque perfettamente nel quadro dipinto da Ranucci stesso nel libro.
Le inchieste di Report e la «tendenza alla mitomania»
Lucarelli ricorda poi che Report, negli anni di conduzione di Ranucci, ha portato avanti inchieste di valore e che ci sono stati diversi lavori degni di nota, prima di citare alcuni episodi o servizi che hanno fatto discutere – alcuni dei quali si sono poi rivelati falsi.
Dal servizio sui presunti danni dei vaccini contro l’Hpv alle parole di Ranucci su Nordio e la visita nel ranch di Cipriani e Minetti (poi rivelatasi falsa, con smentita da parte del conduttore di Report), passando per il caso Maria Rosaria Boccia con la messa in onda dell’audio della telefonata tra Gennaro Sangiuliano e la moglie.
L’obiettivo di Lucarelli, specifica nell’articolo, è ricordare ai lettori che «Report non è la Bibbia e Ranucci non è Dio» e che questa costruzione del «mito» è servita ad alimentare il personaggio Ranucci, fino all’epilogo con il caso Lavitola.
La giornalista cita poi – prima di annunciare una «seconda parte», in arrivo, del suo lavoro su Ranucci – altri due episodi: quello di una recensione (poi cancellata) del libro «La scelta», firmata con un nome falso e poi smascherata dal fatto che è stata pubblicata con l’account Amazon di Ranucci, in cui si esalta sia l’opera che il lavoro di Ranucci e di Report, e poi quando nel 2019 parlò di un hackeraggio bancario che secondo lui era la diretta conseguenza della sua attività di inchiesta con la trasmissione.
È quello il momento, spiega Lucarelli, in cui lei ha iniziato a guardare con sospetto alla sua comunicazione e al suo modo di raccontarsi come vittima e bersaglio proprio per il suo lavoro di inchiesta a Report. E sempre secondo Lucarelli è proprio questo atteggiamento, crescente negli anni, a spiegare l’epilogo e l’amicizia tra lui e Lavitola: «Un misto di vittimismo, narcisismo e di spericolata confidenza con chi assecondava le sue mire egotiche, ovvero l’amico pluripregiudicato».
«Ranucci», continua la giornalista, «sembra rifugiarsi sempre più spesso nella forza simbolica della propria biografia. I figli, la madre, i morti della mafia, il sacrificio personale. Tutto vero, tutto rispettabile. Ma nessuna di queste cose risponde alla domanda essenziale: come ha gestito, da giornalista, rapporti così stretti con persone come Lavitola e Tavares? Perché lasciava che la fantasia politica di Lavitola venisse coltivata attorno a lui, perché ci interagiva? Perché proprio lui che scomoda i figli, ha esposto i figli a frequentazioni così pericolose? La sensazione è che Ranucci sia abituato a fare domande, ma non a rispondere in maniera esaustiva. O a farlo in maniera opaca».
14 agosto 2026 ( modifica il 14 agosto 2026 | 13:01)
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