di
Jacopo Strapparava
Ivan Sodini è docente di greco e latino da oltre 20 anni al liceo Prati di Trento: «Non sono partito prevenuto, i classici si possono reinterpretare. Ma in certe scene sembra un mix tra Bruce Lee e Arma letale»
«L’Odissea di Christopher Nolan? Non posso dire che mi abbia entusiasmato». Ivan Sodini, 52 anni, da più di venti professore di greco e latino al liceo Prati di Trento, il film del momento lo ha visto durante le ferie, passate con una compagnia di amici tra il Salento e la Sicilia. E cosa gliene è parso? «Mah. Avrò guardato l’orologio 7-8 volte. Le dirò — precisa, a mo’ di premessa — A me piace, nell’ambito degli studi classici, il tema della ricezione dell’antico. Lo studio di come vengono tramandati i classici. Di come gli artisti, nei secoli, hanno giocato con i miti riempiendoli di significati nuovi e diversi. È interessantissimo studiare come cambiano le storie, e perché. Stando attenti a non dimenticare il punto di partenza».
Per Sodini, insomma, il punto fondamentale non è la fedeltà assoluta al testo. Proprio di recente ha scritto un articolo sulla ricezione nell’arte della Novella di Policrate di Samo, il cui originale è in Erodoto (il dotto intervento è finito su una pubblicazione del centro culturale Rosmini). Con la sua terza, quest’anno, ha affrontato «Il lutto si addice a Elettra», di Eugene O’Neill, rielaborazione datata 1931.
Reinterpretare un classico
Anche la trama dell’Odissea, spiega, è tutt’altro che immodificabile, anzi. Le prime rielaborazioni risalgono già all’antichità. Esistono versioni antiche in cui Odisseo è un personaggio negativo. Altre in cui Penelope si stufa di aspettarlo e si concede ad altri uomini. «Insomma, non sono andato al cinema prevenuto o con l’occhio del classicista». Però? «La mia è un’opinione personale, e si potrà non essere d’accordo. Non sono esperto di cinema, e non conosco benissimo l’opera di Nolan. Però, ecco, diciamo che non andrei a rivederlo. Per certi aspetti forse si poteva osare di più. L’ho trovato un po’ troppo americano. A partire dal cast stellare, che attira di per sé ma porta via un po’ la scena. Bravissima Anne Hathaway. Telemaco è l’unico che ho trovato un po’ sbiadito. Scene ben fatte. Bellissima fotografia. Mi è piaciuta la scena in cui Antinoo tenta smaccatamente di sedurre Penelope, e lei quasi cede. A differenza di alcuni colleghi, poi, mi sono piaciuti i mostri. Mi è piaciuto Polifemo. Mi è piaciuta Circe, che plasma i compagni e li trasforma in maiali. Scilla e Cariddi, con quel turbinio di violenza. O la scena della tempesta: sembrava di essere su un ottovolante».
Un mix poco riuscito
Ma sono troppe le cose che non hanno convinto il professor Sodini. «Ho trovato fastidiosa tutta questa riflessione sulla guerra da parte degli americani, che hanno fatto della guerra il loro modus operandi. L’ho trovato didascalico, specie nella seconda parte — dice — Sembra che il regista abbia voluto mettere dentro troppe cose, tanto per, solo perché doveva mettercele per forza, senza scegliere un impianto narrativo preciso. Con il rischio di un effetto polpettone». Il finale, poi, non gli è piaciuto per niente. «La scena in cui Odisseo da solo ammazza tutti i Proci: ci ho visto un po’ Bruce Lee, un po’ Steven Seagal, un po’ Io vi troverò, un po’ Arma letale. Quei film lì, uno vale l’altro. E l’ultimissima scena, con loro due sulla nave. “Andremo verso il sole nascente”. A me ha ricordato il Titanic». Sodini pensa che, tutto sommato, fosse più onesto il Troy del 2004, con Brad Pitt-Achille e Paride-Orlando Bloom. «Non andrei a rivedere nemmeno quello. Ma almeno era quello che doveva essere. Un kolossal di Hollywood. Senza tante pretese. Anche lì, il cast stellare. Poi, va be’, Briseide sembrava una sciampista».
La grandezza dell’Odissea
Nonostante tutto, spiega il prof, anche questo film conferma la grandezza dell’Odissea. «Ancora oggi di Omero si parla, su Omero si riflette, con Omero si lavora. Qui sta il vero classico. La vera eternità dell’arte». Poco importa se l’Ulisse omerico sia tanto diverso da quello del cinema. «L’Odisseo originale è polytlás, “colui che tutto sopporta”. È polyméchanos, “capace di ingegnarsi”, di costruirsi da solo gli attrezzi, l’arco o la zattera. È polytropos, “colui che si volge da tutte le parti”, che di solito viene tradotto con “multiforme” o “versatile”». L’Odissea è il poema della mêtis, parola che il greco usa per indicare «l’intelligenza attiva», che prevede, calcola, organizza, distinta dalla noûs, l’intelligenza inattiva e contemplante. L’Odissea, soprattutto, è il poema del nóstos, il ritorno. Sodini, per farlo capire, cita la grecista Maria Grazia Ciani: «Odisseo resiste a ogni mutamento. Il viaggio di andata, l’assedio, il viaggio di ritorno, non ampliano i suoi orizzonti, né gli aprono il cuore. Tutto ciò che incontra sulla sua via è precario e transitorio: perché nessuna terra è Itaca, nessuna casa è la sua casa, nessuna donna è Penelope».
Spiega: «L’Odisseo omerico vuole tornare a Itaca non per gli affetti. Odisseo rivuole il suo status, la sua timé, il suo onore, e vuole che questo status sia riconosciuto e riconoscibile. Per questo il dettaglio più importante per capire il poema è il talamo nuziale che lui stesso si è costruito su un tronco d’olivo. Radicato nella terra. Inamovibile. Lui vuole tornare a quella cosa lì. Perché la sua identità è quella cosa lì». E quanto a Christopher Nolan? «Gli darei un 6 e mezzo», concede il professore. Sorride sotto i baffi. E aggiunge: «Forse, alla fine dell’anno, può arrivare a strappare un 7».
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14 agosto 2026
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