L’acufene interessa, secondo il National Institute on Deafness and Other Communication Disorders, circa il 10-25% degli adulti. Si tratta della percezione di un suono — un fischio, un ronzio, un sibilo, talvolta un rombo o una sorta di allarme — in assenza di una sorgente esterna corrispondente. Ma il dato quantitativo, da solo, non descrive il problema: per alcune persone il disturbo rimane marginale, mentre per altre compromette il sonno, la concentrazione e le relazioni. È proprio questa sofferenza, comprensibile e talvolta profonda, ad alimentare un mercato di integratori, apparecchi e trattamenti che promettono la scomparsa del sintomo.
Occorre allora chiarire subito una distinzione fondamentale. Oggi non disponiamo di una terapia universale capace di eliminare l’acufene cronico; disponiamo, tuttavia, di interventi che possono ridurne in modo significativo l’impatto sulla vita quotidiana. Curare il disturbo non significa necessariamente cancellare il suono: può significare impedire che esso occupi continuamente l’attenzione, generi ansia, favorisca l’insonnia e condizioni i comportamenti. Non è una rinuncia terapeutica, bensì un obiettivo clinico concreto.
Innanzitutto, fra gli strumenti sostenuti dalle prove più convincenti vi è la terapia cognitivo-comportamentale (CBT). Essa non agisce promettendo il silenzio, ma interviene sul circuito attraverso il quale il suono viene percepito come una minaccia permanente: attenzione ossessiva, pensieri catastrofici, ansia, evitamento e difficoltà del sonno. Una revisione Cochrane, comprendente 28 studi e 2.733 partecipanti, ha rilevato una riduzione dell’impatto dell’acufene sulla qualità della vita. Va osservato che la qualità delle evidenze è stata giudicata da bassa a moderata e che i dati a lungo termine sono ancora limitati; ciò non toglie che le linee guida VA/DoD raccomandino la CBT nei casi di acufene disturbante.
In secondo luogo, quando al sintomo si associa un’ipoacusia, cioè una perdita dell’udito, gli apparecchi acustici possono svolgere una duplice funzione. Da un lato amplificano i suoni dell’ambiente, riducendo la predominanza percettiva del rumore interno; dall’altro migliorano la comunicazione, che costituisce una parte essenziale della vita sociale della persona. Anche in questo caso le linee guida ne suggeriscono l’impiego negli adulti con deficit uditivo. Il trattamento, dunque, deve partire dalle caratteristiche del paziente e non da una promessa valida indistintamente per tutti.
La terza direttrice riguarda la terapia sonora. Il cosiddetto rumore bianco e altri suoni possono aiutare a dormire, a lavorare o semplicemente a evitare che il silenzio assoluto renda l’acufene ancora più evidente. Le prove disponibili, però, sono meno solide. Il trial internazionale UNITI, pubblicato su Nature Communications nel novembre 2025, ha assegnato 461 persone con acufene cronico alla CBT, agli apparecchi acustici, a un counseling strutturato tramite applicazione, a una terapia sonora tramite applicazione oppure a combinazioni di questi interventi. Dopo 12 settimane tutti i gruppi mostravano un miglioramento, ma gli effetti maggiori sono stati osservati con la CBT e con gli apparecchi acustici, mentre la sola terapia sonora ha prodotto il risultato più modesto.
Questo studio consente anche di correggere un equivoco frequente: accumulare trattamenti non significa automaticamente curare meglio. Le combinazioni hanno ottenuto, nel complesso, risultati lievemente superiori rispetto alle terapie singole, senza tuttavia dimostrare una vera sinergia. In altre parole, aggiungere un intervento debole a uno già efficace non ne moltiplica necessariamente il beneficio. La medicina richiede selezione, appropriatezza e verifica, non una sommatoria indiscriminata di strumenti.
Infine vi è la frontiera della neuromodulazione bimodale, una tecnica che associa stimoli sonori a una lieve stimolazione elettrica della lingua. Nel trial TENT-A3, pubblicato nel 2024, l’aggiunta della stimolazione linguale ha fornito un beneficio ulteriore in una parte dei pazienti con acufene almeno moderato. È un risultato incoraggiante, ma non definitivo. Gli studi disponibili non consentono ancora di considerare questa tecnologia una risposta risolutiva e le linee guida mantengono un atteggiamento prudente verso numerose forme di neurostimolazione. L’innovazione deve essere accolta e studiata, non trasformata prematuramente in certezza.
Più netto è il giudizio su ginkgo biloba, integratori, nutraceutici e diversi farmaci spesso acquistati con la speranza di eliminare il disturbo: non sono raccomandati come trattamenti specifici dell’acufene. È comprensibile che chi soffre cerchi una soluzione immediata; non è però accettabile che la paura e la stanchezza diventino terreno favorevole per promesse prive di solide basi. L’informazione corretta è, anche in questo campo, parte della cura.
Prima di affrontare la convivenza con il sintomo, occorre inoltre comprendere quale acufene si abbia di fronte. Una comparsa improvvisa, un rumore pulsante, un disturbo presente soltanto da un lato oppure associato a perdita improvvisa dell’udito, vertigini o manifestazioni neurologiche richiede una valutazione medica. Individuare una causa, quando ciò è possibile, precede la scelta del trattamento e impedisce che condizioni meritevoli di attenzione vengano trascurate.
La risposta più seria, dunque, non consiste nel promettere a tutti un silenzio che oggi la medicina non può garantire. Consiste nel valutare, distinguere e scegliere: identificare le possibili cause, utilizzare gli interventi sostenuti dalle evidenze, proteggere i pazienti dai falsi rimedi e continuare la ricerca. Non il miracolismo, ma una speranza sottoposta al metodo; non l’abbandono al sintomo, ma la restituzione alla persona di spazio, autonomia e dignità nella propria vita.

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