Lo studio pubblicato il 14 agosto su Frontiers in Endocrinology indica con chiarezza che il rischio cardiovascolare non percorre una sola strada. Metabolismo alterato, infiammazione persistente e predisposizione lipidica in larga misura ereditaria sono fenomeni biologicamente distinti; tuttavia, quando si presentano insieme, possono comporre un profilo di rischio assai più rilevante di quello suggerito da ciascun segnale isolato. Questa è la tesi centrale. Ma non significa, come una lettura affrettata potrebbe far credere, che tre esami siano sufficienti a prevedere il destino clinico di una persona.
I ricercatori hanno esaminato 320.506 partecipanti della UK Biobank, tutti inizialmente privi di malattia cardiovascolare aterosclerotica, seguendoli per un periodo mediano di 13,88 anni. Nel corso dell’osservazione si sono verificati 32.743 eventi cardiovascolari. Le dimensioni della popolazione studiata e la durata del controllo consentono dunque di osservare con particolare ampiezza ciò che può accadere prima che la malattia diventi clinicamente evidente: il rischio cresce progressivamente quando più biomarcatori risultano elevati nello stesso individuo.
Quali sono questi segnali? Innanzitutto il TyG, indice ricavato dai valori di trigliceridi e glucosio, impiegato come indicatore indiretto dell’insulino-resistenza. In secondo luogo la proteina C-reattiva ultrasensibile, o hs-CRP, che permette di rilevare uno stato di infiammazione sistemica di basso grado. Infine la lipoproteina(a), o Lp(a), una particella lipidica determinata in larga parte geneticamente, capace di contribuire al processo aterosclerotico anche quando il colesterolo LDL è ben controllato. Non si tratta, quindi, di tre misure equivalenti, bensì di tre diverse dimensioni biologiche che possono convergere sul medesimo bersaglio: le arterie.
La Lp(a) merita una precisazione, perché il suo ruolo nella prevenzione è già riconosciuto con crescente attenzione. Le indicazioni europee e statunitensi più recenti raccomandano di considerarne la misurazione almeno una volta nella vita adulta. Ciò non toglie che anche questo dato debba essere interpretato nel quadro complessivo della persona, insieme con età, pressione arteriosa, abitudine al fumo, colesterolo, indice di massa corporea e altri fattori clinici. Un biomarcatore può aggiungere conoscenza; non può sostituire il giudizio medico.
I risultati mostrano bene l’effetto cumulativo. Rispetto alle persone che non presentavano nessuno dei tre valori nel quinto più alto della distribuzione, un solo biomarcatore elevato era associato a un aumento del rischio del 18%; con due segnali l’hazard ratio saliva a 1,48; con tutti e tre raggiungeva 1,85. Considerando separatamente le otto combinazioni possibili, il gruppo con TyG, hs-CRP e Lp(a) contemporaneamente elevati arrivava a un hazard ratio di 1,90, corrispondente a un tasso di eventi circa il 90% superiore rispetto al gruppo di riferimento, dopo gli aggiustamenti statistici effettuati dagli autori.
È necessario evitare un equivoco frequente. Un rischio relativo superiore del 90% non significa che una persona abbia il 90% di probabilità di ammalarsi. Esprime un confronto fra gruppi nel corso del tempo, non una previsione individuale assoluta. Anche separatamente i tre marcatori risultavano associati agli eventi, ma con valori inferiori: 1,32 per il TyG, 1,36 per la hs-CRP e 1,23 per la Lp(a), confrontando il quinto più alto con quello più basso della distribuzione. Le associazioni apparivano inoltre più evidenti per la malattia coronarica che per l’ictus.
Dobbiamo allora chiedere indiscriminatamente questi tre esami? A mio parere, lo studio non autorizza una simile conclusione. Innanzitutto la definizione di valore “elevato” indicava l’appartenenza al quinto superiore della popolazione della UK Biobank, non il superamento di una soglia clinica valida universalmente. In secondo luogo si tratta di uno studio osservazionale: rileva associazioni, ma non dimostra che la modificazione dei biomarcatori produca automaticamente una riduzione degli eventi. Infine, ciascun valore è stato misurato una sola volta; la popolazione era prevalentemente di ascendenza europea e, per il TyG, i prelievi non erano tutti effettuati in condizioni standardizzate di digiuno.
Vi è poi un limite che deve essere considerato con particolare attenzione. Quando i tre biomarcatori venivano aggiunti insieme a un modello clinico già fondato sui fattori tradizionali, la capacità di distinguere chi avrebbe sviluppato un evento migliorava, ma in misura modesta: la C-statistic passava da 0,712 a 0,717. Il dato è istruttivo, perché ridimensiona ogni tentazione miracolistica. I nuovi indicatori non cancellano ciò che già sappiamo e non rendono superflui pressione, fumo, colesterolo, peso corporeo e valutazione clinica; possono, semmai, integrare queste informazioni e rendere più articolata la lettura del rischio.
La conseguenza operativa non è dunque moltiplicare gli esami senza criterio, ma migliorare la capacità di selezionare, interpretare e collegare le informazioni disponibili. La ricerca dovrà confermare l’utilità di questi biomarcatori in popolazioni più diverse, con misurazioni ripetute e condizioni standardizzate; i medici dovranno evitare tanto il rifiuto pregiudiziale quanto l’entusiasmo prematuro; i cittadini dovranno essere informati senza falsi allarmismi. La prevenzione cardiovascolare non nasce da un numero isolato, bensì dall’incontro fra conoscenza, organizzazione e responsabilità: soltanto così il progresso scientifico può diventare autentica tutela della salute.

Chen G, Lan Y, Wu D, Liu P, Zheng H, Wang Y, Chen Y, Chen Z. “Metabolic, inflammatory, and lipoprotein(a)-related risk profiling for incident ASCVD: a multi-biomarker study”. Frontiers in Endocrinology, 14 agosto 2026; 17. DOI: 10.3389/fendo.2026.1901020.

