di
Andrea Nicastro

Ci sono molti dubbi sull’opportunità di relazionarsi con un regime liberticida, ma c’è il pericolo che, se l’economia del Paese collassa, l’unico suo prodotto da esportazione diventi la Guerra Santa

Cinque e ancora cinque. Il primo Emirato talebano è durato cinque anni, dal 1996 al 2001. Il secondo raggiunge oggi lo stesso record. In questo tempo, solo la Russia ha riconosciuto lo Stato degli «studenti del Corano». Per gli altri l’Afghanistan è invisibile, proprio come le afghane sotto il burqa. Resta una pietà rituale che vale per le donne espulse dalle scuole a Kabul come per i bimbi affamati in Africa.

Non mettere le mani nel fango, non garantisce vestiti puliti. In Afghanistan c’è una riserva di combattenti enorme. Reduci da 20 anni di attentati, agguati, terrorismo e guerriglia. Gente addestrata alla guerra asimmetrica capace di costringere al ritiro la macchina da guerra americana, la più potente della storia. Questa massa di combattenti in ciabatte oggi si accontenta di mantenere la sicurezza nel Paese che ha riconquistato, ma domani potrebbe esportare il know-how altrove. Dice al Corriere Antonio Giustozzi, il più autorevole esperto di Afghanistan in circolazione, che se «un numero consistente di talebani decidesse di spostarsi in Africa per addestrare e guidare un gruppo ribelle locale, nessun governo saprebbe resistere».



















































Il primo Emirato è crollato perché il suo leader, il mullah Omar, difese con ostinazione Osama Bin Laden, la mente degli attentati dell’11 settembre 2001. Rifiutò di consegnarlo ed entrò così senza volerlo nella Guerra Santa internazionale scatenata da Al Qaeda. I nuovi talebani, guidati dal mullah Hibatullah Akhundzada, sembrano aver imparato la lezione. Non un passo indietro sulla loro versione antiquaria dell’Islam, ma solo dentro i confini.

Un unico inciampo nell’ultimo anno. Il Pakistan chiede al mullah Akhundzada di espellere i ribelli pachistani di Hizb-ut Tahrir che si rifugiano in territorio afghano. Sono soprannominati i «talebani pachistani», ma non sono una milizia proxy, non combattono per espandere l’Emirato afghano. Eppure, per mille ragioni legate a tribù e ospitalità, l’Afghanistan li protegge. Il Pakistan è arrivato a bombardare Kabul, a bloccare l’export afghano, ma il mullah Akhundzada non molla gli Hizb-ut Tahrir.

Il 15 agosto 2021 a Kabul andò in scena la più vergognosa ritirata dai tempi del Vietnam. Gli americani lasciavano un Paese a cui avevano promesso democrazia per consegnarlo ai talebani. Tutti sapevano che sarebbero tornati burqa, segregazione e niente scuola per le donne, e barbe, camicioni e preghiere obbligatorie per gli uomini. Riducendo gli aiuti umanitari, poi, è cresciuta la fame. Un terzo dei 40 milioni di abitanti fatica a procurarsi cibo e acqua. Per l’Onu, metà della popolazione avrebbe bisogno di aiuti che non bastano.

«Quella ritirata fu gestita in modo pessimo — sostiene Giustozzi —, ma era necessaria. Qualcuno proponeva di lasciare duemila americani per la difesa aerea della Repubblica. Cosa avrebbe fatto l’Iran di quei marines nella guerra di quest’anno con gli Usa?».

Il Paese è oggi molto più sicuro di quando c’erano i militari internazionali. Aumentano le morti per indigenza, ma sono crollate quelle per i combattimenti. Jeep cariche di turisti viaggiano per il Paese. Cinque anni fa sarebbe stato impossibile. Il governo talebano non ci piace, ma funziona.

Cina, Russia, India e Paesi dell’Asia centrale vorrebbero investire in Afghanistan. A frenarli è la guerra col Pakistan. L’America si è chiamata fuori. Pakistan e Iran hanno espulso sei milioni di migranti. L’Europa vorrebbe fare lo stesso. A giugno, Bruxelles ha invitato una delegazione di talebani per negoziare uno scambio tra migranti e aiuti. È giusto trattare con un regime del genere? Se non lo è, come si maneggia la massa di guerriglieri a riposo? E la bomba umana di migranti? Se l’economia afghana collassa, l’unico export non diventerà la Guerra Santa?

14 agosto 2026 ( modifica il 14 agosto 2026 | 22:48)