A tre anni dall’ultima stagione, Ted Lasso ci mette un po’ a carburare, ma dal secondo episodio torna ai livelli che conoscevamo

ATTENZIONE! SPOILER SUI PRIMI DUE EPISODI DELLA QUARTA STAGIONE

Quando abbiamo sentito per la prima della quarta stagione di Ted Lasso, le emozioni sono state tre: sorpresa, gioia, timore.
Sorpresa perché non ci aspettavamo un nuovo ciclo di episodi a tre anni da una terza stagione molto “conclusiva”.
Gioia perché, beh, adoriamo questo mondo e questi personaggi, e l’idea di rivederli non poteva che scatenarci affetto e nostalgia.
Timore perché i più cinici sostenevano che Ted Lasso potesse essere perfetta con una stagione sola, e anche i meno cinici (tipo me) riconoscevano che verso la fine si era vista qualche ridondanza di troppo, pur in un grande entusiasmo generale.

La quarta stagione, approdata come sempre su Apple TV e incentrata sul ritorno in Inghilterra del protagonista interpretato da Jason Sudeikis (chiamato ad allenare una squadra di calcio femminile), è iniziata da una decina di giorni, e abbiamo visto solo un paio di puntate.
In quelle due puntate, però, sembra si sia capita una cosa: c’è voluto un attimo per ricarburare e prendere le misure con la premiere, ma già nel secondo episodio sembra di essere tornati a ciò che amavamo di Ted Lasso. Una serie che forse, quindi, possiamo amare ancora.

All’inizio del primo episodio della quarta stagione, scopriamo che Ted è tornato in America per stare vicino al figlio ormai adolescente o quasi, e lavora in un supermercato in cui, naturalmente, è amato da tutti. Il destino però lo attende: i vecchi amici Rebecca, Keeley e Higgins lo raggiungono per convincerlo a tornare a Londra e allenare la squadre femminile del Richmond.
All’inizio Ted rifiuta, proprio perché non vuole lasciare nuovamente il figlio, ma alla fine dell’episodio accetta, un po’ perché si è reso conto (anzi, gli hanno fatto capire) che sacrificare la propria felicità in nome della prole non è esattamente un grande insegnamento, ma soprattutto perché è lo stesso figlio, insieme alla ex moglie, ad accettare un trasferimento in Europa che salva capra e cavoli.

Nel secondo episodio, poi, si entra nel vivo della stagione, con il ritorno in campo, l’incontro con altri vecchi protagonisti come Roy Kent (diventato nel frattempo allenatore della squadra maschile) e Coach Beard (rimasto a fare l’assistente di Roy), ma soprattutto con l’arrivo di nuovi personaggi, fra cui ovviamente le calciatrici della squadra femminile, ma anche la coach Chilton, interpretata dall’ex Sex Education Tanya Reynolds, che interpreta un’allenatrice ambiziosa, preparata, ma anche burbera e scontrosa.

La prima puntata aveva lasciato qualche perplessità. Un po’ perché ci metteva troppo a entrare nel vivo della storia, ma anche per un paio di altre sfumature. Riusciva a divertire, per esempio con un running joke di Rebecca che si sporca continuamente con il cibo unto e grasso degli americani, ma lo faceva in maniera un po’ lenta, seduta, con momenti di nostalgia affettuosa che scaldavano sì il cuore, ma con l’impressione di una rimpratriata di classe in cui il piacere nel rivedere i vecchi compagni si sposa con la consapevolezza che è passato tanto tempo e magari era meglio tenersi solo il ricordo.

Forse era in parte voluto, perché ci trovavamo proprio nel momento in cui Ted deve capire cosa fare della sua vita, teso fra la consapevolezza di aver chiuso una porta sul passato, e il pensiero che forse quel passato era davvero più felice, e allora varrebbe la pena di riaprirla, quella la porta. Però non ci siamo trovati comodissimi, una sensazione aumentata da un certo atteggiamento didascalico nel voler introdurre il tema del calcio femminile: fra l’esplicitazione dei disagi delle ragazze e la gita di Higgins al museo della storia black del baseball americano, la sceneggiatura sembrava volerci inculcare con troppa forza nel cervello l’idea che di calcio femminile bisogna parlare, che è importante, che è doveroso, ecc ecc. Che di per sé è anche giusto, ma le cose vanno fatte con moderazione ed equilibrio, altrimenti suonano finte.

Con il secondo episodio, però, tutta un’altra musica. Il primo finisce con lo scambio di messaggi via cellulare in cui Ted scopre che il figlio, che in quel momento Lasso credeva essere sua madre, è aperto all’idea di un trasferimento a Londra. Questo risvolto, forse, toglie fin troppo conflitto da un episodio che rischia di andare via troppo liscio, ma serve in realtà a liberare il personaggio (e noi) da un peso troppo grande, che sarebbe diventato una zavorra per il resto della stagione.

Questo permette alla seconda puntata di decollare libera verso le antiche vette di Ted Lasso: divertentissima tutta la vicenda di Coach Beard, che dopo la partenza di Ted si era abbruttito male, ed efficace anche il ripristino della storia romantica fra Roy e Keeley, che in teoria dovrebbe ormai esserci venuta a noia, e che invece, raccontata attraverso il tentativo di rimodernare un vecchio spogliatoio pieno di “trappole” per le squadre avversarie, riesce a essere ancora piena di sentimento.

Ma poi funziona tutto quello che riguarda la squadra femminile: simpatiche le calciatrici, con due-tre personaggi che spiccano subito nella loro verve comica, e ottima la coach Chilton. La sua storia di ex calciatrice sfortunata, diventata allenatrice brava ma incarognita, è la classica sfida da superare per la bontà di Ted, che già riesce ad ammorbidirla abbastanza da tenersela come vice, ma che genererà una nuova tensione al momento del ritorno di Beard.

E se ci era sembrato che il primo episodio fosse un po’ troppo didascalico e politically correct, il secondo corregge benissimo il tiro raccontandoci sia della difficoltà di Rebecca a mettersi sul petto il distintivo di “femminista”, trovando più difficile del previsto capire il modo migliore in cui esserlo, sia sottolineando le criticità economico-finanziarie della squadra: rappresentare le difficoltà del calcio femminile è un modo giusto, se non addirittura inevitabile, per ancorare la serie alla realtà e dare alla storia sfumature diverse rispetto alle prime tre stagioni, in cui la sopravvivenza della squadra era in dubbio perché Rebecca la voleva affossare, non certo perché il calcio maschile, di per sé, fosse sempre a rischio fallimento. Molta dell’efficacia oserei dire politica della stagione passerà dal modo in cui si deciderà di trattare questo tema: è chiaro l’intento di raccontare il calcio femminile come un calcio puro, di passione e non di soldi, ma tenerlo ben legato ai problemi veri e cinici del movimento aiuterà a dare al tutto uno spessore di realtà, senza rinunciare all’entusiasmo.

In questo quasi Ferragosto caldissimo, dunque, siamo qui a guardare con favore al ritorno di Ted Lasso. Poteva andare molto male, e potrebbe ancora farlo, ma l’impressione è che ci sia una buona consapevolezza di ciò che la serie era e deve continuare a essere, ma anche di cosa servisse cambiare e innovare per darle un sapore nuovo.
Se la prima stagione risultava innovativa anche per la sua capacità di portare gioia e sentimento in un mondo, quello del calcio, ormai sempre più velenoso e polarizzato, ora la quarta sembra voler usare gli stessi strumenti non tanto per gettare una nuova luce su un mondo già conosciuto, quanto per dare spazio a un’altra dimensione, quella del calcio femminile, che di visibilità ne sta ottenendo sempre di più, ma che ha ancora bisogno di approfondimento, di riflessione, di storie da raccontare.

Ma al netto di qualunque analisi strutturale e di intenzioni, resta anche un fatto molto più basilare: avevamo paura di ritrovare una Ted Lasso invecchiata e fuori tempo massimo, e invece, soprattutto col secondo episodio, ci siamo divertiti un sacco sia con i vecchi personaggi sia con quelli nuovi.
Benissimo così.

E se un mondo del calcio in cui tutti si vogliono bene e si divertono non vi sembra ancora abbastanza fantasy, non dimenticato di dare una chance a Void, il mio romanzo che non contempla alcun calcio al pallone, ma in compenso ha dentro un sacco di altra roba.
Lo trovate a questo link.