Considerato soprattutto come il luogo nel quale miliardi di microrganismi convivono con il nostro organismo, l’intestino si rivela ora anche una sorprendente officina antivirale: alcuni batteri commensali — cioè i normali abitanti del microbiota — producono infatti una molecola capace di rendere le cellule meno adatte alla moltiplicazione dei virus. Lo indica uno studio pubblicato il 13 agosto su Nature Communications, che ricostruisce un collegamento preciso fra metabolismo batterico, attività cellulare e replicazione virale.

L’indagine è cominciata con giovani macachi esposti allo SHIV, impiegato come modello dell’infezione da HIV. Negli animali più resistenti risultavano maggiormente presenti il Lactobacillus gasseri e alcuni batteri della famiglia delle Lachnospiraceae. Gli studiosi sono quindi passati a ceppi di origine umana, fra i quali Clostridium immunis e Ruminococcus gnavus: messi alla prova in colture cellulari e in cellule immunitarie umane, questi microrganismi hanno prodotto una marcata riduzione della replicazione dell’HIV. Ma non è tutto. Il risultato non si limita alla generica constatazione che certi batteri siano “benefici”: gli esperimenti hanno consentito di individuare l’ingranaggio biochimico dal quale dipenderebbe l’effetto.

Al centro del meccanismo vi è ArAT (aromatic amino acid aminotransferase), un enzima con cui i batteri trasformano alcuni amminoacidi aromatici. Quando il gene responsabile della sua produzione è stato inattivato in C. immunis, gran parte dell’azione antivirale è scomparsa. A quel punto i ricercatori hanno esaminato le sostanze liberate dal batterio e, fra 214 molecole annotate, ne hanno isolata una particolarmente attiva: l’acido 3-indololattico (ILA), derivato dal metabolismo del triptofano. Somministrato da solo alle cellule, l’ILA è bastato a ridurre l’infezione da HIV.

Come può una molecola fabbricata nell’intestino ostacolare un virus? Ecco il passaggio decisivo. L’ILA attiva AhR, il recettore degli idrocarburi arilici, una sorta di centralina che regola l’espressione di numerosi geni; più a valle diminuisce CDK1, una proteina che contribuisce indirettamente a mantenere disponibili i “mattoni” necessari per costruire il DNA virale. Per intenderci, il batterio non si comporta come un’arma che colpisce il virus, ma come un tecnico che chiude alcuni rubinetti della sua officina: il virus entra nella cellula, ma trova meno materiale con cui riprodursi. È questo l’aspetto più notevole della scoperta: non viene aggredito direttamente il virus, viene modificato il terreno cellulare di cui esso ha bisogno.

Lo stesso circuito dipendente da ArAT ha mostrato attività anche contro il citomegalovirus (CMV), assai diverso dall’HIV sotto il profilo biologico. Si è dunque cercata nell’uomo la medesima firma microbica. In una coorte ad alto rischio di HIV — 9 persone che successivamente si sono sieroconvertite e 20 rimaste negative — il gene batterico araT era già meno abbondante, prima della sieroconversione, negli individui che sarebbero poi risultati infetti.

Un altro segnale è emerso in 72 bambini sottoposti a trapianto di cellule staminali ematopoietiche, e perciò particolarmente vulnerabili al citomegalovirus: dopo il trapianto l’abbondanza di araT diminuiva soprattutto nei bambini che sviluppavano una viremia da CMV, vale a dire la presenza del virus nel sangue. Infine sono state seguite 285 persone esposte in casa al SARS-CoV-2. In questo caso il gene non distingueva chi avrebbe contratto l’infezione da chi sarebbe rimasto negativo; fra gli infetti, tuttavia, era più abbondante nei soggetti asintomatici rispetto a quelli con sintomi, sebbene tutti avessero sviluppato una malattia lieve.

Tre contesti virali differenti, dunque, e una traccia coerente. Ma attenzione: nelle coorti umane si tratta di un’associazione, non della prova che araT o l’ILA abbiano protetto direttamente le persone osservate. Gli esperimenti capaci di mostrare un rapporto di causa ed effetto sono stati condotti soprattutto in vitro ed ex vivo, cioè rispettivamente in colture di laboratorio e in cellule prelevate dall’organismo; nell’uomo è stata invece misurata l’abbondanza del gene microbico, senza somministrare la molecola e senza verificarne l’efficacia come trattamento.

A scanso di equivoci, lo studio non dimostra che un probiotico possa prevenire HIV, CMV, Covid o altre infezioni; né autorizza a pensare che consumare più alimenti contenenti triptofano faccia aumentare automaticamente la produzione di ILA. Anche AhR è un recettore assai complesso e può produrre effetti differenti secondo il virus, il tipo di cellula e la sostanza che lo attiva. Occorrerà quindi confermare il fenomeno in modelli animali d’infezione e, soltanto in seguito, valutarlo in eventuali studi clinici. Non abbiamo ancora un nuovo antivirale: abbiamo però un possibile bersaglio, ricavato da una funzione naturale dei nostri batteri intestinali. Resta da vedere se questa piccola fabbrica chimica saprà lavorare anche fuori dal laboratorio.

Jiang D., Soo N., Tan C.Y. et al., “Commensal bacteria inhibit viral infections via a tryptophan metabolite”, Nature Communications, pubblicato il 13 agosto 2026. DOI: 10.1038/s41467-026-76412-8.

Link alla pubblicazione