L’ultima volta che siete entrati in un reparto di radioterapia vi siete chiesti quanto pesino, oltre alla malattia, i viaggi, i permessi di lavoro, le attese e le giornate costruite intorno all’ospedale? Per molti uomini con tumore della prostata questo calendario si ripete quasi quotidianamente per quattro, cinque o sei settimane. Ora uno studio randomizzato internazionale di fase 3, NRG-GU005, mostra che, in casi selezionati, il trattamento può essere concentrato in cinque soli appuntamenti senza provocare un maggiore peggioramento dei disturbi urinari e con risultati persino migliori su alcuni aspetti della qualità di vita. Ma sul controllo del tumore la risposta è assai più delicata.

La ricerca, pubblicata il 13 agosto su JAMA, ha coinvolto 698 uomini con carcinoma prostatico localizzato a rischio intermedio, di età mediana pari a 68 anni, arruolati in 136 centri degli Stati Uniti, del Canada, dell’Europa e dell’Asia. Una metà ha ricevuto la radioterapia stereotassica corporea (SBRT), tecnica che concentra con grande precisione l’irradiazione: 36,25 Gy distribuiti in cinque frazioni, cioè cinque dosi separate, nell’arco di circa due settimane. L’altra metà è stata sottoposta alla radioterapia a intensità modulata moderatamente ipofrazionata (MH-IMRT), con 60 Gy in 20 sedute oppure 70 Gy in 28, lungo quattro-sei settimane.

Per intenderci, è come dover consegnare la stessa cura attraverso due calendari completamente diversi: nel primo il paziente attraversa la porta del centro cinque volte; nel secondo deve farlo venti o ventotto volte. La differenza non è soltanto aritmetica. Significa meno spostamenti, meno assenze dal lavoro, meno giornate assorbite dalla terapia. Cinque accessi contro venti o ventotto: una riduzione clamorosa, purché la maggiore concentrazione della dose non presenti poi il conto sotto forma di disturbi più pesanti.

Ebbene, a due anni il peggioramento clinicamente rilevante dei sintomi urinari irritativi o ostruttivi è risultato quasi identico: 35,4% fra gli uomini trattati con SBRT e 33,7% fra quelli sottoposti allo schema più lungo. Sul versante intestinale è emerso, invece, un vantaggio della terapia in cinque sedute: il deterioramento significativo della qualità di vita ha riguardato il 34,9% dei pazienti contro il 43,8% del gruppo MH-IMRT. Non solo. Fra gli endpoint secondari — gli altri risultati misurati dallo studio — la SBRT è stata associata a minori peggioramenti della funzione sessuale dopo un anno e dell’incontinenza urinaria dopo due anni; gli eventi avversi genitourinari di grado 3 o superiore, dunque i più severi, sono comparsi nello 0,6% contro il 2,5% dei pazienti.

Fin qui, dunque, il trattamento abbreviato sorprende favorevolmente. Ma non è tutto. Il punto decisivo resta la capacità di tenere a bada il tumore e, dopo tre anni, la sopravvivenza libera da malattia è stata dell’88,6% con la SBRT e del 92,1% con la MH-IMRT. Le cinque sedute non hanno quindi dimostrato la superiorità oncologica che NRG-GU005 era stato progettato per verificare; anzi, sul piano numerico il risultato ha favorito la radioterapia più lunga.

A scanso di equivoci, ciò non dimostra automaticamente che la SBRT sia meno efficace. Non consente, però, neppure di affermare sulla base di questo trial che cinque sedute siano oncologicamente equivalenti a venti o ventotto, poiché lo studio non era stato costruito come prova di non inferiorità. Nell’editoriale pubblicato insieme alla ricerca, gli esperti di JAMA osservano inoltre che la differenza è dipesa soprattutto dal controllo biochimico, vale a dire dalla capacità di evitare segnali di ripresa della malattia rilevati attraverso il PSA. È questo l’aspetto che impedisce di ridurre la questione a una gara fra calendari.

La radioterapia, infatti, non è una scatola nella quale basti comprimere lo stesso contenuto. Dose totale, precisione dell’irradiazione, margini impiegati e controllo dei movimenti della prostata formano un ingranaggio assai complesso: cambiando anche una sola ruota, può mutare l’equilibrio fra efficacia e tossicità. Ciò spiega perché non tutte le terapie in cinque frazioni debbano essere considerate identiche. Nel trial NRG-GU005 sono stati somministrati 36,25 Gy, mentre il precedente studio randomizzato PACE-B, che aveva fornito risultati rassicuranti sul controllo della malattia, ne aveva impiegati 40.

Il messaggio pratico rimane notevole: per alcuni pazienti con carcinoma prostatico localizzato, settimane di radioterapia possono essere condensate in cinque appuntamenti, con una qualità di vita almeno comparabile e, per determinati aspetti, migliore. La SBRT è già considerata una possibile opzione terapeutica, ma la scelta dello schema deve essere individuale e affidata al radio-oncologo. Ridurre le sedute è un progresso concreto. Resta da verificare se, nel lungo periodo, si possa restringere il calendario senza restringere anche il controllo sul tumore.

Ellis RJ, Pugh SL, Yu JB, et al.; NRG-GU005 Collaborative Authors. “Stereotactic Body Radiotherapy vs Moderately Hypofractionated IMRT for Localized Intermediate-Risk Prostate Cancer: A Randomized Clinical Trial”. JAMA, pubblicato online il 13 agosto 2026. doi:10.1001/jama.2026.12627.

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