Non è soltanto stanchezza mentale: gli studi più recenti collegano la esposizione prolungata a pressioni lavorative, turni, scarso controllo e mancato recupero a disturbi del sonno e a un maggiore rischio cardiovascolare e metabolico. In Europa il 29% dei lavoratori riferisce stress, depressione o ansia. E la ricerca comincia a cercarne le tracce nei parametri biologici.
Lo stress da lavoro non finisce necessariamente quando si spegne il computer o si esce dall’ufficio. Se pressioni, turni, responsabilità, conflitti e reperibilità diventano continui, l’organismo può continuare a comportarsi come se dovesse fronteggiare un pericolo anche nelle ore destinate al recupero.
Ed è proprio questa mancanza di recupero uno degli aspetti sui quali si concentra maggiormente la ricerca.
I dati europei danno la misura del fenomeno. Secondo l’OSH Pulse 2025 dell’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro (EU-OSHA), il 29% dei lavoratori europei dichiara stress, depressione o ansia, il 37% una condizione di affaticamento generale e il 44% forti pressioni dovute al carico di lavoro. Più del 40% segnala inoltre una severa pressione sui tempi.
Numeri che aiutano a capire perché lo stress lavoro-correlato non possa più essere considerato soltanto un problema di benessere psicologico.
Il corpo resta in modalità “allarme” Di fronte a una situazione percepita come minacciosa il nostro organismo mette in moto una risposta estremamente efficiente. Si attivano il sistema nervoso simpatico e l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, aumentano catecolamine e cortisolo e vengono mobilitate le riserve energetiche. È una risposta fisiologica e, nel breve periodo, utile.
Il problema nasce quando lo stimolo non termina. Scadenze continue, turni notturni, reperibilità digitale, conflitti, responsabilità elevate, scarso controllo sulle proprie mansioni o la percezione di uno squilibrio tra lo sforzo compiuto e la ricompensa ricevuta possono trasformare una risposta temporanea in una sollecitazione ripetuta. È il concetto di carico allostatico: il prezzo biologico che l’organismo può pagare quando deve adattarsi continuamente agli stressori. La ricerca sta studiando anche indicatori come il cortisolo nei capelli per valutare la relazione fra esposizione cronica allo stress e carico allostatico sistemico. Il primo campanello d’allarme può essere il sonno
Uno dei primi sistemi a risentirne è spesso quello del sonno. Si torna a casa stanchi ma non si riesce a “staccare”. Ci si addormenta più tardi, il sonno diventa frammentato oppure ci si sveglia pensando già ai problemi del giorno successivo. Uno studio pubblicato nel 2025 ha rilevato una significativa associazione tra stress occupazionale e disturbi del sonno. E qui può innescarsi un circuito sfavorevole: lo stress compromette il sonno e dormire male riduce la capacità di recuperare e di affrontare lo stress del giorno seguente. Il problema, quindi, non riguarda soltanto quante ore si trascorrono al lavoro, ma quante ore l’organismo riesce realmente a trascorrere fuori dal lavoro.
Cuore e arterie: il legame diventa sempre più consistente È probabilmente sul versante cardiovascolare che le evidenze epidemiologiche sono più solide. Una revisione sistematica del 2025 dedicata agli operatori sanitari ha individuato tra i principali fattori associati al rischio cardiovascolare lunghe ore lavorative, turni notturni ed elevato job strain, cioè la combinazione tra richieste elevate e ridotto margine decisionale. Anche un altro grande studio pubblicato nel 2025 ha stimato che l’esposizione contemporanea a job strain e squilibrio tra sforzo e ricompensa possa rappresentare una quota rilevante degli eventi coronarici osservati nella popolazione studiata. Gli autori indicano quindi i fattori psicosociali sul lavoro come possibili obiettivi di prevenzione cardiovascolare.
Questo non significa che lo stress provochi automaticamente un infarto. Il rischio cardiovascolare dipende dall’interazione di molti fattori: età, genetica, pressione arteriosa, colesterolo, diabete, fumo, peso, attività fisica e condizioni socioeconomiche. Ma lo stress cronico può inserirsi in questa rete attraverso diversi meccanismi: maggiore attività simpatica, alterazioni pressorie, sonno insufficiente e cambiamenti dei comportamenti quotidiani, dalla sedentarietà all’alimentazione.
Oltre 55 ore alla settimana, la soglia che preoccupa Un dato particolarmente interessante riguarda l’orario di lavoro. Le stime congiunte di Organizzazione mondiale della sanità e Organizzazione internazionale del lavoro hanno indicato che lavorare 55 ore o più alla settimana, rispetto alle 35-40 ore, è associato a un rischio stimato maggiore del 35% di ictus e del 17% di morte per cardiopatia ischemica. Una meta-analisi pubblicata nel 2025 ha confermato un incremento del 17% del rischio di mortalità per cardiopatia ischemica oltre le 55 ore settimanali, mentre non ha rilevato un aumento statisticamente significativo nella fascia fra 41 e 49 ore. È una distinzione importante: non tutte le condizioni di lavoro intenso sono equivalenti e le associazioni epidemiologiche non devono essere trasformate in rapporti automatici di causa-effetto.
Turni di notte, il cuore paga il conto? Un’altra area che sta producendo dati interessanti riguarda il lavoro notturno. Una meta-analisi del 2025 comprendente 23 studi di coorte ha rilevato nei lavoratori notturni un aumento del 13% degli eventi cardiovascolari complessivi e del 27% della mortalità cardiovascolare rispetto ai lavoratori diurni. L’analisi ha inoltre individuato una relazione con la durata dell’esposizione: ogni cinque anni aggiuntivi di lavoro notturno erano associati a un incremento del 7% dell’incidenza degli eventi cardiovascolari. Non è necessariamente lo stress psicologico l’unico responsabile. Entrano in gioco anche l’alterazione dei ritmi circadiani, il sonno, gli orari dei pasti, l’attività fisica e numerosi altri fattori. Ed è proprio l’interazione fra stress e orologio biologico una delle frontiere più interessanti della medicina del lavoro.
Anche il metabolismo può risentirne C’è poi un secondo grande bersaglio: il metabolismo. Quando l’organismo vive continuamente in uno stato di allerta deve rendere rapidamente disponibile energia. Nel breve periodo questo meccanismo è utile; se diventa persistente può contribuire, insieme ad alimentazione, sedentarietà e predisposizione individuale, a un ambiente metabolico meno favorevole. Uno studio pubblicato nel 2025 ha trovato una correlazione tra elevato stress occupazionale e alterazioni metaboliche, sostenendo l’ipotesi che un’esposizione importante possa contribuire al rischio di malattie metaboliche. Anche in questo caso occorre prudenza: associazione non significa che lo stress sia da solo responsabile di diabete, obesità o sindrome metabolica. Significa piuttosto che la salute metabolica non può essere separata completamente dall’ambiente nel quale trascorriamo buona parte della giornata.
Burnout e stress non sono sinonimi C’è inoltre una distinzione fondamentale. Stress lavoro-correlato e burnout non sono la stessa cosa. Lo stress è una risposta dell’organismo alle richieste percepite come eccessive o difficili da controllare. Il burnout rappresenta invece una condizione specificamente collegata al contesto occupazionale, caratterizzata da esaurimento, distacco o cinismo nei confronti del lavoro e ridotta efficacia professionale. La letteratura del 2025 continua a documentare livelli elevati di stress e burnout soprattutto nelle professioni ad alta intensità emotiva e organizzativa. Una revisione sistematica dedicata a soccorritori e paramedici, per esempio, ne ha rilevato una prevalenza importante, indicando la necessità di interventi organizzativi e preventivi.
Non basta dire al lavoratore: “rilassati” È forse questa la conseguenza più importante delle nuove conoscenze. Se l’origine dello stress è organizzativa, non può essere affrontata esclusivamente chiedendo alla persona di diventare più resistente. Meditazione, attività fisica, tecniche di rilassamento, corretta alimentazione e sonno sono strumenti preziosi per la salute individuale. Ma non possono compensare indefinitamente carichi eccessivi, turnazioni inappropriate, conflitti, mancanza di autonomia o impossibilità di disconnettersi. EU-OSHA considera infatti i rischi psicosociali una questione di salute e sicurezza sul lavoro, ponendo l’accento sulla prevenzione e sull’organizzazione, oltre che sul sostegno al singolo lavoratore.
Il cambio di prospettiva è sostanziale. Lo stress lavoro-correlato non dovrebbe essere letto soltanto come incapacità individuale di sopportare la pressione. Può rappresentare il segnale che il rapporto tra richieste lavorative, autonomia, tempi e possibilità di recupero è diventato squilibrato.
Quando preoccuparsi Stanchezza occasionale e irritabilità dopo una giornata difficile fanno parte della vita. Diverso è quando insonnia, affaticamento, difficoltà di concentrazione, ansia, cefalea, palpitazioni o altri disturbi persistono per settimane o interferiscono con la vita quotidiana. In questi casi è opportuno parlarne con il medico, soprattutto se sono presenti fattori di rischio cardiovascolare o metabolico.
Sintomi come dolore toracico, difficoltà respiratoria importante, perdita di coscienza o deficit neurologici improvvisi richiedono invece una valutazione urgente e non devono essere attribuiti semplicemente allo stress.
La nuova medicina del lavoro sta dunque arrivando a una conclusione apparentemente semplice ma dalle conseguenze profonde: il tempo trascorso al lavoro può lasciare una traccia anche quando il turno è finito. E la vera prevenzione potrebbe iniziare proprio da qui: non soltanto imparare a sopportare meglio lo stress, ma impedire che il lavoro mantenga permanentemente acceso l’interruttore biologico dell’allarme.
Bibliografia essenziale
EU-OSHA. OSH Pulse 2025 – Mental health at work.
Alhajaji R. et al. The influence of workplace stressors on the risk of cardiovascular diseases among healthcare providers: systematic review, 2025.
Xi J. et al. Association between night shift work and cardiovascular disease: a systematic review and meta-analysis, 2025.
Boussaid M. et al. Long working hours and the risk of ischemic cardiac death: systematic review and meta-analysis, 2025.
WHO/ILO. Long working hours and burden of ischemic heart disease and stroke.