di
Federico Rampini

Lo Zar voleva imporre la sua pace. Sottovalutò la volatilità di Trump e la forza ucraina

Nulla è andato come previsto, o come temevamo. Il bilancio è sconcertante, tornando sul luogo del famigerato summit un anno dopo. Ferragosto 2025: Vladimir Putin atterrava qui. A invitarlo nella capitale dell’Alaska era stato Donald Trump. Tappeto rosso, trattamento di riguardo, lo Zar incassò subito un trionfo d’immagine. 

Joe Biden lo aveva isolato, sanzionato, perfino insultato («macellaio»), condannato come un paria. Trump lo sdoganava, gli regalava una legittimità preziosa. L’orgoglio nazionale russo era appagato in quel vertice alla pari, tra superpotenze dello stesso rango. E così Putin si è illuso. Come tanti, ha attribuito al presidente americano un disegno, una strategia, una coerenza inesistenti. Anchorage è stata il teatro di una sceneggiata ingannevole.



















































Osservatorio sul futuro 

Osservatorio sul futuro Venduta dallo Zar Alessandro II nel 1867 per soli sette milioni di dollari (all’epoca considerati troppi per una landa desolata, inospitale e dal clima estremo), l’Alaska è il più vasto dei 50 Stati Uniti, la sua superficie supera Germania, Francia, Italia e Inghilterra messe insieme. Anchorage è un luogo speciale da cui osservare il mondo, sotto molte angolature: competizione fra potenze per l’energia e altre risorse rare, escalation militare, cambiamento climatico, danni all’ambiente. Ha avuto anche un ruolo di laboratorio politico. Il trumpismo ebbe una pioniera proprio qui. Nel 2008 la presidenza di George W. Bush volgeva al termine, un tramonto macchiato da due guerre interminabili (Afghanistan, Iraq) e dalla crisi dei mutui. Mentre sorgeva la stella di Barack Obama, i repubblicani tentavano di salvarsi dal naufragio nominando come candidato presidenziale un galantuomo, un eroe di guerra, il senatore John McCain. Ma sentendo montare la rabbia popolare anti-establishment lui si scelse come vice la governatrice dell’Alaska, Sarah Palin: personaggio volgare e inquietante, anticipava molti aspetti dell’America Maga, compreso il disprezzo verso gli esperti. In una delle battute con cui catturava l’attenzione dei media, lei si definì un’esperta di geopolitica per il semplice fatto che da casa sua vedeva le coste della Russia…

Ancora oggi l’Alaska è uno Stato «rosso», cioè repubblicano: è dal 1964 che un candidato democratico alla Casa Bianca non vince qui, e Trump ha avuto un margine del 13%. Tuttavia la senatrice locale, la repubblicana Lisa Murkowski, è di un’indipendenza leggendaria, si scontra spesso col presidente, votò il suo impeachment per l’assalto del 6 gennaio 2021 al Campidoglio. 

Contesa tra i ghiacci

Anchorage, con i suoi trecentomila abitanti, è una delle città più multietniche d’America; l’intero Stato è cosparso di omaggi progressisti alla storia e ai diritti dei nativi, a cominciare dagli Inuit (la stessa etnia della Groenlandia). Le guide turistiche che accompagnano i crocieristi tra i fiordi di Seward e Whittier sono istruite a descrivere nei minimi dettagli l’avanzato scioglimento dei ghiacciai. Il negazionismo climatico non ha diritto di cittadinanza a questa latitudine. E al tempo stesso, l’Alaska è una delle aree geografiche — insieme con la Russia e il Canada — che si possono definire «vincitrici» nel cambiamento climatico, in quanto i benefici del riscaldamento superano i danni: dal boom del turismo all’apertura di nuove vie navigabili, dall’aumento dei terreni coltivabili al minor costo di estrazione per energia e risorse minerarie. Ogni evoluzione ambientale ed energetica degli Stati Uniti ha avuto in Alaska un’anticipazione e un laboratorio.

Partì da qui negli anni Settanta il boom petrolifero che preannunciava la riscossa americana, la riconquista dell’autosufficienza e del primato mondiale, poi consolidata sotto Barack Obama con la rivoluzione tecnologica del fracking, l’estrazione dello shale gas. È quella leadership che Trump ha voluto rafforzare trasformando gli Stati Uniti nell’arbitro mondiale dei mercati energetici: ha collezionato successi (Venezuela, vendite di gas a Europa e Giappone) prima di schiantarsi sulla rappresaglia iraniana a Hormuz. 

Ma sempre l’Alaska fu anche la vittima di una delle più gravi catastrofi ambientaliste della storia: l’incidente della superpetroliera Exxon Valdez nel 1989, una «marea nera» che richiese anni di lavori (e processi) per essere ripulita. Oggi questo Stato continua ad essere una frontiera contesa fra business dell’energia e mobilitazioni ambientaliste per le tutela di aree protette. 

Grazie all’Alaska gli Stati Uniti proiettano ambizioni territoriali, strategiche ed economiche verso l’Artico. Il Grande Nord sta diventando affollato e Trump è solo uno dei tanti ad averlo capito. La Russia militarmente ha una presenza antica e soverchiante, come dimostra la sua superiorità numerica in navi rompi-ghiaccio, ancora essenziali per garantirsi l’agibilità delle rotte. La Cina, con un’acrobazia giuridico-diplomatica, si auto-definisce «nazione quasi artica» e accampa pretese su quelle aree. L’asse Mosca-Pechino funziona perché a Putin mancano tecnologie e capitali per sfruttare le risorse del Grande Nord, mentre Xi può sopperire. Al momento alcune delle riserve che l’Artico possiede — energia, minerali — sono troppo costose da estrarre, agli scenari di fanta-geopolitica per adesso non corrisponde un interesse economico reale da parte dell’industria petrolifera e mineraria. Ma il tempo e il cambiamento climatico lavorano per aprire nuove opportunità, e le potenze vogliono essere pronte.

Un summit senza svolta

Questo ci riporta al punto di partenza: la geopolitica e il vertice di un anno fa. Molti inorridirono nel Ferragosto 2025 di fronte all’incubo di un asse Trump-Putin, che poteva significare la fine dell’Ucraina. Cinque mesi dopo le cose peggiorarono quando al World Economic Forum di Davos il presidente americano lanciò le sue minacce sulla Groenlandia, suscitando allarme in Danimarca e in tutta l’Europa. Gli eventi hanno preso una piega diversa. A cominciare dall’Artico: dove le speranze americane di contenere l’avanzata sino-russa poggiano sull’aiuto di alleati europei. La Finlandia è la più preziosa fornitrice di nuove navi rompi-ghiaccio per la Guardia Costiera Usa, i cantieri di Helsinki hanno capacità produttive che l’America ha perso da tempo. La Norvegia è al tempo stesso partner e concorrente: è il campione europeo nello sfruttamento di risorse fossili, vanta gli impianti di estrazione più a Nord di tutto il pianeta, è una potenza tecnologica in questo campo, non ha remore politiche o ambientaliste per proseguire l’avanzata più a settentrione. Il paradosso è evidente: il riscaldamento prodotto in larga misura dall’uso delle energie fossili rende più accessibili proprio nuovi giacimenti di petrolio e gas.

Scritto nel fango

Il rapporto Usa-Europa fa tornare al Ferragosto 2025. Quel summit fu l’inizio di una serie di errori di calcolo. Venne frainteso da Putin: per usare un’espressione cara a Trump, credette di «avere tutte le carte». Impressionato dalla scenografia di Anchorage, un anno fa lo Zar si illuse di poter negoziare direttamente con Trump, sopra la testa di Zelensky, una rapida capitolazione di Kiev. Aveva fatto i conti senza la volatilità del leader americano, e senza le risorse sorprendenti degli ucraini. Gli exploit tecnologici delle forze armate ucraine non sfuggirono al Pentagono; tanto più dopo la lezione iraniana sulla guerra asimmetrica e low-cost dei droni. Ben presto Kiev divenne un fornitore di know how, esportatore di capacità belliche: vendute agli Stati Uniti, alla Germania, agli Emirati. Trump, colpito dai nuovi rapporti di forze e sotto pressione da un’alleanza di falchi Usa (Rubio, il Pentagono, i neoconservatori), ha finito per autorizzare gli ucraini a colpire in profondità nel territorio russo, con operazioni offensive che per anni Biden e gli europei avevano vietato. Il summit che sembrava una svolta si è rivelato effimero e irrilevante. La storia di quel momento era scritta nelle sabbie mobili, anzi nei fanghi mobili: quelli che attorno ad Anchorage quando arriva la bassa marea possono inghiottire tutto.

15 agosto 2026