La bilancia scende, ma il tessuto adiposo non volta pagina con altrettanta disinvoltura. È il paradosso che emerge da uno studio pubblicato su Cell Reports: dopo il dimagrimento, il corpo può conservare una configurazione molecolare legata alla precedente obesità, una specie di impronta capace di favorire il ritorno della fame e dell’aumento di peso. I chili se ne vanno; alcuni segnali biologici, invece, restano.

Entriamo dunque nella piccola fucina della cellula adiposa, dove i protagonisti sono due. Da una parte il TGF-β1, molecola di segnalazione coinvolta in numerosi processi cellulari; dall’altra l’asprosina, ormone prodotto soprattutto dal tessuto adiposo bianco, già noto perché durante il digiuno partecipa alla regolazione del glucosio e può accendere l’appetito agendo su specifici neuroni cerebrali. Nei modelli sperimentali i ricercatori hanno individuato un circuito che rimane attivo anche quando il peso è già diminuito: non un ricordo nel senso comune, naturalmente, ma una regia biochimica che continua a impartire ordini.

Che cosa accade, precisamente? In condizioni di obesità aumenta il segnale TGF-β1 e cambia l’accessibilità della cromatina attorno a FBN1, il gene dal quale deriva l’asprosina. Sale in particolare H3K27ac, un segnale epigenetico associato a una maggiore attività di quella regione del DNA; aumenta così la trascrizione di FBN1 e, a cascata, la secrezione dell’ormone. La costruzione è minuta ma l’effetto può allargarsi: cromatina più accessibile, gene più attivo, più asprosina in circolo, maggiore spinta verso l’assunzione di cibo.

Il punto decisivo viene dopo. Rimosso lo stimolo obesogeno, questa architettura non si smonta immediatamente: le alterazioni della cromatina possono persistere e continuare ad alimentare la produzione dell’ormone. Il grasso, insomma, non ricorda come ricordiamo una vacanza o un dispiacere; conserva piuttosto una finitura molecolare, invisibile ma tenace, che può orientare il comportamento futuro delle cellule. Dimagrire non equivale necessariamente a ritornare alla condizione di partenza.

Tornando all’intero organismo, il meccanismo offre una possibile spiegazione a un’esperienza ben conosciuta: dopo una perdita di peso importante, mantenere il risultato può diventare una battaglia contro adattamenti ormonali che aumentano la fame e favoriscono il recupero ponderale. Già nel 2024, uno studio pubblicato su Nature aveva mostrato che il tessuto adiposo umano e murino può trattenere cambiamenti cellulari prodotti dalla precedente obesità anche dopo un forte dimagrimento. La nuova ricerca aggiunge un ingranaggio più preciso: l’asse TGF-β1–asprosina potrebbe tradurre quella memoria cellulare in un messaggio destinato a tutto il corpo.

Nei modelli sperimentali, infatti, i livelli di asprosina circolante risultavano collegati sia al peso sia all’insulino-resistenza. Interferire con l’ormone, oppure con il suo recettore cerebrale PTPRD, attenuava l’iperfagia e le alterazioni metaboliche. Il circuito sembra dunque muoversi dal tessuto adiposo al cervello e ritorno, quasi un servizio di messaggeria fin troppo efficiente: il grasso produce il segnale, il cervello lo riceve, l’appetito può riaprirsi.

Un discorso a parte riguarda la progenie. Nei topi, la persistenza del circuito è stata associata a una maggiore suscettibilità all’obesità nelle generazioni successive. Il dato è suggestivo, senza dubbio, ma scegliamo senza esitazione la cautela: non significa che chi ha avuto obesità trasmetta inevitabilmente la condizione ai figli. Il possibile effetto intergenerazionale deve ancora essere verificato nell’uomo, così come resta da dimostrare nell’uomo il ruolo causale dell’asse TGF-β1–asprosina nella ripresa del peso. Gli stessi autori ricordano che le informazioni disponibili sulle persone sono osservazionali, raccolte su numeri limitati e per periodi di osservazione contenuti.

Rimane però una conclusione già abbastanza robusta da cambiare il tono del discorso: riprendere peso non è soltanto una questione di volontà. Il corpo porta con sé la propria storia metabolica, con adattamenti profondi che non obbediscono al calendario della dieta né all’impazienza della bilancia. Capire come cancellare, attenuare o aggirare questa memoria sarà il passaggio decisivo: perché perdere peso è un risultato, ma riuscire a convincere l’organismo che il passato è davvero passato è tutt’altra impresa.

Kim BC et al. “Adipose TGFβ-asprosin memory promotes obesity relapse and offspring obesity susceptibility”. Cell Reports, 2026;45(8):117809. DOI: 10.1016/j.celrep.2026.117809.

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