Avere 70 anni sulla carta non significa necessariamente avere un organismo di 70 anni. E soprattutto potrebbe non esistere neppure una sola età biologica per ciascuno di noi. Le cellule del cervello possono invecchiare a una velocità diversa rispetto a quelle del sistema immunitario, dell’apparato muscoloscheletrico o di altri tessuti. È la prospettiva aperta da un importante studio pubblicato il 15 giugno 2026 su Nature Medicine, Plasma proteomic signatures of cellular aging predict human disease, coordinato dal gruppo di Tony Wyss-Coray. I ricercatori hanno analizzato più di 7.000 proteine plasmatiche in 60.542 individui, utilizzando modelli di machine learning per ricostruire l’età biologica di oltre 40 differenti tipi cellulari, comprendenti cellule neuronali, gliali, immunitarie, endocrine, epiteliali e muscoloscheletriche. Il risultato potrebbe cambiare progressivamente il significato stesso della medicina preventiva. Oggi aspettiamo prevalentemente che compaiano colesterolo alto, diabete, insufficienza cardiaca, deterioramento cognitivo o un’altra malattia per identificarla e trattarla. Domani potremmo tentare di capire quale parte dell’organismo sta invecchiando troppo velocemente prima ancora che la malattia diventi clinicamente evidente.

Un corpo, tante età L’intuizione alla base dello studio è apparentemente semplice. L’età anagrafica misura quanto tempo è trascorso dalla nascita. L’età biologica cerca invece di descrivere quanto un organismo, un organo o, in questo caso, una determinata popolazione cellulare sia effettivamente invecchiata. Due sessantacinquenni possono quindi avere profili biologici profondamente differenti. Ma il lavoro pubblicato su Nature Medicine compie un passo ulteriore: suggerisce che anche all’interno dello stesso individuo l’invecchiamento sia asincrono. Non tutto diventa vecchio contemporaneamente: attraverso le proteine circolanti, gli studiosi hanno costruito firme capaci di stimare l’invecchiamento di specifici tipi cellulari ed è emersa una sorprendente eterogeneità. C’è chi ha un solo tipo di cellule “più vecchio”. Circa il 20-25% delle persone analizzate mostrava un invecchiamento accelerato concentrato in un singolo tipo cellulare. Una percentuale molto più piccola, compresa approssimativamente tra l’1 e il 3%, presentava invece un’accelerazione dell’invecchiamento in dieci o più tipi cellulari. È un risultato importante perché mette in discussione l’idea di un unico orologio biologico valido per tutto l’organismo. Un individuo potrebbe presentare un sistema relativamente giovane sotto alcuni aspetti e contemporaneamente mostrare una vulnerabilità biologica molto maggiore in un determinato compartimento. E proprio queste differenze potrebbero contribuire a spiegare perché persone della stessa età sviluppino malattie differenti. Le proteine diventano una fotografia dell’invecchiamento: il protagonista dello studio è il proteoma, cioè l’insieme delle proteine presenti e misurabili in un determinato sistema biologico. Le proteine non sono soltanto mattoni dell’organismo. Partecipano alla comunicazione tra cellule, alla risposta immunitaria, all’infiammazione, al metabolismo, alla struttura dei tessuti e a moltissime altre funzioni. Il loro profilo nel sangue può quindi contenere informazioni sullo stato dell’organismo. La proteomica permette oggi di misurare migliaia di proteine contemporaneamente. Applicando algoritmi a queste enormi quantità di dati, i ricercatori stanno cercando di trasformare il sangue in una sorta di mappa biologica dell’invecchiamento. Non per leggere semplicemente quanti anni abbiamo, cosa che conosciamo già, ma per individuare eventuali discrepanze tra età cronologica ed età biologica.

Quando le cellule invecchiano più rapidamente aumenta il rischio Il punto decisivo è che queste firme non si limitavano a descrivere l’età. Erano associate alle condizioni di salute e riuscivano anche a predire la comparsa futura di malattie e la mortalità durante un follow-up fino a 15 anni. È qui che l’orologio biologico smette di essere una curiosità scientifica. Se una determinata popolazione cellulare appare biologicamente molto più vecchia di quanto ci si aspetterebbe dall’età anagrafica, quella informazione potrebbe contribuire a identificare persone con maggiore vulnerabilità futura. Non significa che chi presenta una firma di invecchiamento accelerato svilupperà inevitabilmente una malattia. Il rischio è statistico e non definisce in maniera determinata un destino individuale.

Il caso sorprendente dell’Alzheimer Uno degli esempi più interessanti riguarda gli astrociti, cellule gliali fondamentali per il funzionamento e l’omeostasi del sistema nervoso. Gli studiosi hanno osservato un’interazione con APOE, uno dei principali determinanti genetici del rischio di malattia di Alzheimer. Le persone portatrici di APOE4 mostravano, mediamente, astrociti biologicamente più vecchi rispetto ai portatori di APOE3, mentre per altre popolazioni cellulari emergevano relazioni differenti. Il risultato più suggestivo riguardava le persone con due copie di APOE4. In questo gruppo, un invecchiamento estremamente accelerato degli astrociti era associato a un rischio circa triplicato di sviluppare successivamente Alzheimer, mentre un profilo astrocitario biologicamente più giovane risultava associato a un rischio inferiore. È un esempio molto concreto di ciò che potrebbe diventare la medicina di precisione dell’invecchiamento. Quindi non è sufficiente avere un gene a rischio ma anche sapere come stanno biologicamente invecchiando le cellule sulle quali quel rischio genetico potrebbe agire. La stessa persona può essere biologicamente giovane e vecchia. Lo studio porta quindi a una conseguenza affascinante: potremmo essere contemporaneamente più giovani e più vecchi della nostra età, a seconda del sistema biologico osservato. È la prosecuzione di una linea di ricerca già molto avanzata. Nel 2024 un altro lavoro su Nature Medicine aveva costruito un orologio proteomico su oltre 45mila partecipanti della UK Biobank: l’invecchiamento proteomico risultava associato all’incidenza di 18 importanti malattie croniche, alla multimorbidità e alla mortalità. Nel 2025 altri studi dello stesso filone hanno mostrato come le firme proteomiche dell’invecchiamento di specifici organi, in particolare cervello e sistema immunitario, siano associate a salute e longevità. Il lavoro del 2026 porta la risoluzione ancora più in profondità: dall’organismo agli organi e dagli organi alle cellule.

Dalla medicina delle malattie alla medicina dell’invecchiamento Per gran parte della storia della medicina abbiamo curato le conseguenze dell’invecchiamento: aterosclerosi, diabete, insufficienza renale, fragilità, tumori, demenze. La nuova medicina della longevità prova invece a spostare indietro il punto di osservazione. Non aspettare necessariamente la patologia, ma cercare di individuare i processi biologici che la precedono. Immaginiamo, in futuro, un cinquantenne apparentemente sano. Gli esami tradizionali potrebbero essere nella norma. Ma un profilo proteomico potrebbe eventualmente segnalare che alcune popolazioni cellulari stanno mostrando un’accelerazione biologica incompatibile con l’età cronologica. Quella persona potrebbe diventare candidata a una prevenzione più intensiva e personalizzata. È ancora una prospettiva di ricerca, non uno scenario disponibile oggi nella pratica clinica ordinaria.

Possiamo ringiovanire queste cellule? È la domanda inevitabile. Ed è anche quella alla quale questo studio non risponde. Il lavoro mostra che le firme proteomiche dell’invecchiamento cellulare sono associate alla malattia futura. Non dimostra che modificare quelle firme impedisca la patologia, né identifica una terapia capace di riportare indietro l’orologio cellulare. È quindi prematuro utilizzare questi risultati per promuovere integratori, farmaci “anti-aging”, diete miracolose o test commerciali che promettano di misurare con certezza quanto velocemente stiamo invecchiando. La vera sfida scientifica viene adesso. Bisognerà capire quanto questi orologi siano modificabili, quali meccanismi li facciano accelerare e soprattutto se intervenire sull’invecchiamento di una specifica popolazione cellulare possa realmente ridurre il rischio di una determinata malattia.

Il futuro potrebbe essere un semplice prelievo Il sangue attraversa continuamente l’organismo e raccoglie segnali provenienti da moltissimi tessuti. Se riusciremo a interpretarli con sufficiente precisione, un normale prelievo potrebbe fornire informazioni oggi ottenibili soltanto quando la malattia ha già lasciato tracce più evidenti. Non siamo ancora arrivati a questo punto nella pratica clinica ma il lavoro pubblicato su Nature Medicine indica chiaramente la direzione: la medicina del futuro potrebbe non limitarsi a diagnosticare quale malattia abbiamo, ma cercare di capire quale parte di noi sta invecchiando troppo rapidamente e quindi quale malattia abbiamo maggiore probabilità di sviluppare. A quel punto l’età scritta sulla carta d’identità conterebbe ancora. Ma potrebbe non essere più quella biologicamente più importante.

Lo studio Ding DY, Bot VA, Chen KL, et al. Plasma proteomic signatures of cellular aging predict human disease. Nature Medicine, 2026;32:2060-2072. Pubblicato online il 15 giugno 2026. DOI 10.1038/s41591-026-04446-y