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Redazione Politica
La giornalista nella sua newsletter «Vale Tutto» analizza «La scelta», l’autobiografia del conduttore di «Report», «tra liaison spregiudicate, paragoni con Superman e confessioni improvvide»
Selvaggia Lucarelli torna ad occuparsi di Sigfrido Ranucci, dedicando un altro articolo (qui il primo) della sua newsletter Vale Tutto al libro – La scelta – che il conduttore di Report ha pubblicato nel 2024 e la cui lettura, per la giornalista, offre una chiave di interpretazione per spiegare come «tra liaison spregiudicate, paragoni con Superman e confessioni improvvide, a forza di vedersi eccezionale, Ranucci abbia finito per credere» a chi, come Valter Lavitola, già lo vedeva a Palazzo Chigi.
Lucarelli rimarca la mancata onestà intellettuale di Ranucci, che ha sempre presentato il libro come un’autobiografia raccontata – parole dell’autore – «con lo stesso rigore del Ranucci inchiestista» salvo poi trasformarlo in un autoritratto che contiene «parti romanzate» dopo l’uscita di articoli critici che riportavano «vari episodi controversi (dalla relazione sessuale con una stagista di Report a quelle con alcune fonti delle sue inchieste)»: «A questo punto – scrive Lucarelli – la domanda è: La scelta è davvero un memoir con alcune parti romanzate oppure è un’autobiografia vera, spudorata e a tratti molto imbarazzante, dalla quale oggi il suo autore prende le distanze?».
Ironizzando sulla «mitomania» del giornalista e riportando ampi stralci del libro – lui che «da piccolo a Carnevale si vestiva proprio da Superman e un supereroe ci si sente ancora adesso», il barbone di Torvaianica che nel 2004 gli fa svoltare l’inchiesta su Fallujah dicendogli «l’occhio guarda ma non basta, devi interrogare», il figlio che a 9 anni legge migliaia di pagine di ringraziamenti al padre e capisce l’importanza del lavoro che fa – Lucarelli ripercorre anche le relazioni sentimentali raccontate da Ranucci, dalla stagista di Report all’insegnante diventata fonte del programma di Rai 3, fino all’addetta stampa che voleva fargli intervistare il suo capo, indicandole come la «parte più sconcertante del libro. Perché se quello che ho raccontato fin qui (l’autoesaltazione) può essere un peccato di vanità, ciò che narra Ranucci delle sue relazioni con le donne è molto discutibile. E indubbiamente meritava alcuni approfondimenti da ben prima del caso Lavitola, soprattutto alla luce di quella famosa lettera anonima che arrivò alla Rai nel 2021 in cui veniva accusato di avances sessuali verso alcune colleghe».
Dalla stagista Karoline che lo affianca in un’inchiesta, poi «resta incinta, perde il bambino e muore investita da un’auto mentre fugge da lui dopo aver scoperto un suo tradimento con un’altra donna», passando per l’insegnante Emilia «che, dopo aver letto sui giornali di un’inchiesta fatta da Report, contatta Ranucci per passargli alcune informazioni» e che viene usata «come gancio per un’inchiesta di Report, programma che va in onda nelle reti del servizio pubblico», si arriva a Lavinia che – scrive Ranucci nel libro – «si occupava della comunicazione di un pezzo grosso dell’industria italiana e avrebbe voluto che intervistassi il suo datore di lavoro», Lucarelli si chiede «ma perché mai Ranucci racconta episodi così scivolosi della sua vita? Perché descrive rapporti sentimentali e sessuali con stagiste e fonti, quando tutto questo è così deontologicamente discutibile e dopo quella lettera alla Rai? La scelta viene presentato da Ranucci come il racconto del suo lato più intimo “senza sconti, senza indulgenze”. Solo dopo che alcuni episodi controversi sono stati ripresi dalla stampa (di destra, soprattutto), Ranucci ha cominciato a sottolineare che nel libro esistono parti romanzate. Peccato non lo avesse mai detto. E peccato che lui, alle presentazioni del libro, parli per esempio della stagista Karoline come di un personaggio davvero esistito».
Tre le possibili risposte, conclude Lucarelli: «O Ranucci potrebbe aver voluto scrivere un memoir non agiografico, mostrando anche debolezze, vanità, relazioni sbagliate e comportamenti discutibili per dire “non sono duro e puro, non sono migliore delle persone su cui indago”. Ma se una storia è autobiografia quando la racconti come elemento affascinante della tua vita e però diventa “romanzata” quando qualcuno te ne chiede conto, nasce un problema. L’onestà intellettuale comporta anche accettare le conseguenze di ciò che si è scelto di rendere pubblico».
Oppure «ha messo le mani avanti su episodi discutibili per disinnescare». O ancora «c’è una terza possibilità che secondo me spiega meglio alcune pagine: l’auto-mitizzazione. Ranucci, preso dal mito di sé e non troppo lucido, potrebbe aver raccontato certe cose non nonostante fossero poco edificanti, ma proprio perché nella narrazione che aveva di se stesso contribuivano a renderlo un personaggio più grande, avventuroso, irresistibile. È possibile quindi che alcune confessioni che oggi sembrano incredibilmente autolesionistiche a Ranucci non sembrassero affatto tali nel momento in cui le scriveva. Potrebbero essergli sembrate altre tessere della leggenda personale. Raccontare con quel candore imbarazzante comportamenti professionalmente discutibili credendo che contribuiscano al proprio fascino forse racconta proprio come si sia arrivati fino alle lusinghe di Lavitola: a forza di vedersi come un personaggio eccezionale, Ranucci ha finito per credere a chi glielo raccontava meglio. A chi lo immaginava molto più che Superman. E cioè a chi lo immaginava premier».
15 agosto 2026
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