Una cellula incaricata di difendere la retina può, quando si riempie troppo di grassi, trasformarsi in una sorgente di infiammazione e contribuire alla degenerazione del tessuto. È questa la sorprendente conclusione di uno studio della Sun Yat-sen University, in Cina, pubblicato il 15 agosto su Nature Communications: nei topi, i ricercatori hanno individuato una popolazione di microglia reattiva che si concentra proprio nelle regioni retiniche danneggiate e che, anziché limitarsi a rimuovere i detriti, sembra aggravare la perdita strutturale e funzionale.

La retina, si ricorderà, è uno dei tessuti del sistema nervoso più ricchi di lipidi, cioè di grassi indispensabili alla struttura e all’attività delle cellule; proprio per questo deve amministrarli con estrema precisione. A svolgere parte della sorveglianza sono le microglia, cellule immunitarie residenti che mantengono in ordine l’ambiente intorno ai neuroni. Nella retina in degenerazione, tuttavia, alcune di esse apparivano stipate di goccioline lipidiche e dotate di una particolare firma molecolare. Gli studiosi le hanno chiamate aLARM (lipid-accumulated reactive microglia, microglia reattive con accumulo di lipidi).

Sulla superficie di queste cellule emergeva soprattutto CD36, un recettore che riconosce e consente di assorbire diversi lipidi, comprese le lipoproteine ossidate. Che CD36 non fosse un semplice contrassegno lo hanno indicato due esperimenti di segno opposto: eliminando il recettore soltanto dalla microglia, la retina dei topi rimaneva meglio preservata; trapiantando invece sotto la retina cellule positive a CD36, aumentavano sia il danno dei tessuti sia la compromissione della funzione visiva. Non semplici testimoni, dunque, ma possibili protagoniste del guasto.

Come avviene il passaggio dalla pulizia al danno? Il motivo è, almeno nel modello ricostruito dagli autori, assai concreto. Immaginiamo CD36 come il varco di un deposito: finché i materiali in entrata possono essere selezionati e smaltiti, il magazzino funziona; quando gli arrivi superano la capacità di lavorazione, le pile crescono, gli ingranaggi si inceppano e scatta l’allarme. Nella microglia sovraccarica aumentano infatti lo stress metabolico e le disfunzioni cellulari, mentre si attiva NLRP3, un inflammasoma, cioè un complesso molecolare che mette in moto la risposta infiammatoria.

Ecco la catena individuata: CD36 favorisce l’ingresso e l’accumulo dei lipidi; il sovraccarico attiva NLRP3; NLRP3 induce la produzione di IL-1β, una potente molecola pro-infiammatoria. IL-1β può quindi raggiungere altre cellule della retina attraverso il proprio recettore, IL-1R1, alimentando un circuito che tende a sostenersi da sé. A conferma di questo meccanismo, le microglia positive a CD36 ma prive di NLRP3 provocavano, dopo il trapianto, un danno molto minore e lasciavano maggiormente intatta la funzione retinica degli animali.

Ma non è tutto. Rianalizzando dati di sequenziamento a singola cellula ottenuti da tessuti retinici di persone sane e di persone con degenerazione maculare legata all’età, i ricercatori hanno riconosciuto anche nella malattia umana una popolazione microgliale con programmi genetici connessi, insieme, al metabolismo dei grassi e all’infiammazione. CD36 risultava particolarmente elevato nella macula; inoltre, nelle sezioni di retina provenienti da donatori con la forma secca della malattia, sono state osservate sotto lo strato dei fotorecettori microglia positive a CD36 e dotate di marcatori compatibili con un forte carico lipidico.

È un’osservazione notevole, poiché nella degenerazione maculare secca compaiono anche i drusen, depositi extracellulari ricchi di componenti lipidiche, e da tempo si sospetta che grassi e infiammazione siano legati. A scanso di equivoci, però, trovare nell’uomo cellule simili a quelle studiate nei topi non dimostra che esse provochino la degenerazione umana attraverso la medesima sequenza. La corrispondenza esiste; il rapporto causale, per ora, è stato provato sperimentalmente soltanto nei modelli murini.

La prospettiva più suggestiva è venuta da un tentativo terapeutico. Iniettando nell’occhio dei topi FA6-152, un anticorpo capace di bloccare CD36, gli autori hanno ridotto la comparsa delle microglia cariche di lipidi e abbassato i livelli di NLRP3 e IL-1β; nello stesso tempo sono risultati più protetti i fotorecettori e l’epitelio pigmentato retinico. Anche le prove elettrofisiologiche hanno registrato una migliore risposta della retina e una sensibilità al contrasto superiore rispetto a quella degli animali non trattati.

Parlare già di una cura sarebbe tuttavia prematuro. FA6-152 è stato sperimentato soltanto negli animali; CD36 svolge anche normali funzioni fisiologiche e un eventuale trattamento dovrà quindi fermare il sovraccarico patologico senza ostacolare la necessaria gestione dei lipidi. Vi è poi un’altra cautela non trascurabile: anticorpi differenti contro lo stesso recettore non hanno prodotto necessariamente gli stessi effetti. Resta dunque da vedere se sarà possibile colpire con precisione quel primo passaggio — la cellula di difesa che non riesce più a smaltire i grassi — prima che l’allarme diventi infiammazione e l’infiammazione danno.

Zhou T., Yang Z., Zhou H. et al. “CD36-mediated lipid-accumulation in reactive microglia contributes to retinal degeneration via the NLRP3-IL-1β pathway in mice”. Nature Communications, pubblicato il 15 agosto 2026. DOI: 10.1038/s41467-026-76685-z.

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