Una gamba debole. Non un dolore da far suonare le sirene, non una crisi epilettica, non uno di quei crolli mentali che mettono subito in moto medici, parenti e corridoi d’ospedale: soltanto la gamba sinistra che, da un paio di settimane, sembrava lavorare meno volentieri dell’altra. Il proprietario della gamba aveva 44 anni, una moglie, due figli, un impiego pubblico e una vita sostanzialmente autonoma. Insomma, la normale amministrazione. Era il suo cervello, a quanto pare, ad aver assunto una condizione assai meno normale.
La storia clinica forniva già un indizio importante. L’uomo soffriva fin dall’infanzia di idrocefalo ed era stato trattato con uno shunt, ovvero un piccolo sistema di drenaggio chirurgico che serve a deviare il liquor cerebrospinale quando si accumula nei ventricoli del cervello. Ma quando i medici fecero prima una TC e poi una risonanza magnetica, l’indizio diventò una scena: i ventricoli cerebrali apparivano enormemente dilatati, mentre il tessuto del cervello era compresso contro la parete del cranio in un mantello sottilissimo. Guardando le immagini, ci si sarebbe aspettati un paziente gravemente disabile, forse costretto a letto. Invece c’era un impiegato che andava al lavoro, viveva con la famiglia e si era presentato per una gamba un po’ pigra. Il caso uscì nel 2007 su The Lancet, sotto il titolo ormai celebre Brain of a white-collar worker.
I test neuropsicologici indicarono un quoziente intellettivo complessivo di 75: inferiore alla media, certo, ma compatibile con una vita indipendente. È bene precisarlo, perché davanti a immagini così teatrali siamo subito tentati di trattare il cervello come un appartamento: tanti metri quadrati, tanto valore; poco spazio, poche possibilità. Non funziona così. Per fortuna, aggiungerei, visto il prezzo degli appartamenti.
La diagnosi era di idrocefalo non comunicante. Il liquor cerebrospinale, il fluido che circola nei ventricoli e intorno al sistema nervoso centrale, non riusciva a defluire normalmente; si accumulava, dilatava i ventricoli, premeva sul tessuto cerebrale e ne trasformava poco a poco l’anatomia. Il processo si era sviluppato durante molti anni, a partire dall’infanzia. Il cervello non aveva ricevuto un colpo improvviso; aveva avuto il tempo, per così dire, di spostare mobili, liberare passaggi, trovare altre porte.
I medici tentarono dapprima un trattamento endoscopico. La debolezza tornò e fu quindi necessario inserire uno shunt ventricolo-peritoneale. Nel giro di poche settimane l’esame neurologico risultò normale, benché le immagini del cervello conservassero quasi intatto il loro aspetto impressionante. Anche qui la medicina impartisce una piccola lezione alla burocrazia delle apparenze: il documento anatomico continuava a sembrare catastrofico, mentre il cittadino camminava di nuovo bene.
È a questo punto che la curiosità anatomica diventa una faccenda seria. Conta la quantità di tessuto, naturalmente, ma conta anche — e moltissimo — l’organizzazione delle reti nervose, il modo in cui si sono sviluppate e il tempo concesso loro per adattarsi. La neuroplasticità è appunto questa capacità del cervello di modificare connessioni e strategie quando le condizioni cambiano. Non è un miracolo, parola troppo comoda, e neppure un condono generale concesso a ogni lesione: è una possibilità biologica, potente ma limitata.
Conviene insistere sul limite, perché da casi simili nasce facilmente la chiacchiera secondo cui useremmo soltanto una piccola parte del cervello e il resto starebbe lì come il servizio buono nella credenza. No. Il caso non dimostra che vaste porzioni cerebrali siano superflue, né che qualunque danno possa essere compensato. Mostra qualcosa di più preciso: quando un’alterazione procede lentamente, soprattutto dall’infanzia, le reti nervose possono riorganizzarsi e affidare alcune funzioni a circuiti alternativi.
Quanto cervello occorre, dunque, per funzionare? Non esiste una percentuale da stampare sul modulo. Una lesione piccola, se colpisce un’area critica, può avere conseguenze devastanti; un’alterazione anatomica estesissima può invece, in certe circostanze, essere compensata meglio di quanto le immagini lascino supporre. Il cervello dispone di grandi riserve di adattamento, ma non firma cambiali in bianco.
Perciò una nuova debolezza a un braccio o a una gamba, difficoltà nel camminare, perdita di equilibrio, disturbi visivi o cambiamenti cognitivi richiedono una valutazione medica. Se la debolezza compare all’improvviso, specialmente da un solo lato, la valutazione deve essere urgente, perché potrebbe trattarsi anche di un ictus. Nel caso raccontato dal Lancet, dietro un sintomo modesto si nascondeva una condizione vecchia di decenni. Il cervello aveva sopportato, deviato, riorganizzato. Poi mandò un avviso con la gamba sinistra: una piccola crepa, enormi problemi strutturali.
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Feuillet L, Dufour H, Pelletier J. “Brain of a white-collar worker”. The Lancet. 2007;370(9583):262. doi: 10.1016/S0140-6736(07)61127-1.
Alders GL, Minuzzi L, Sarin S, Frey BN, Hall GB, Samaan Z. “Volumetric MRI Analysis of a Case of Severe Ventriculomegaly”. Frontiers in Human Neuroscience. 2018;12:495. doi: 10.3389/fnhum.2018.00495.
Ferris CF, Cai X, Qiao J, et al. “Life without a brain: Neuroradiological and behavioral evidence of neuroplasticity necessary to sustain brain function in the face of severe hydrocephalus”. Scientific Reports. 2019;9:16479. doi: 10.1038/s41598-019-53042-3.

