di
Stefano Agnoli

Quella della chiusura di Hormuz sembrava poter diventare una apocalisse energetica: invece il petrolio non è esploso e la recessione non è arrivata. Ma questo non è il segnale che queste crisi non fanno paura: il conto è solo passato di mano. E il rischio è che si freni (o si fermi) la transizione green.

Doveva essere l’apocalisse energetica ma fino ad oggi non lo è stata. Per mesi lo Stretto di Hormuz – un quinto del petrolio e del gas liquefatto del pianeta – è rimasto in gran parte chiuso, eppure il prezzo del barile di Brent ha viaggiato in media poco sopra i 100 dollari, con un picco di 126 ad aprile, lontanissimo dai 200 che molti analisti temevano. Dopo la richiusura di luglio è persino ripiegato in area 80-90 dollari (87 venerdì 14 agosto). Nessuna recessione globale (l’ha confermato lo scorso luglio l’Fmi), inflazione contenuta e mercati del gas che tengono. Insomma, malgrado gli allarmi del passato («la crisi energetica più grave mai vista», aveva detto il direttore esecutivo dell’Iea, Fatih Birol) la tentazione potrebbe essere addirittura di chiudere il dossier: gli choc energetici non fanno più paura.

È esattamente questo l’errore da evitare, avvertono in un saggio per «Foreign Affairs» Jason Bordoff (Columbia) e Meghan O’Sullivan (Harvard). Perché il prezzo internazionale del petrolio non è la prova di un sistema robusto: è da una parte il risultato di una congiuntura favorevole, e dall’altra del fatto che l’onere maggiore della crisi si è semplicemente spostato, fuori dalla nostra visuale. 



















































Qui sta la novità che capovolge mezzo secolo di geopolitica: un tempo una crisi del petrolio umiliava le superpotenze – gli Usa e l’Occidente dagli anni Settanta in poi – e le spingeva al cambiamento. 

Ora i potenti – con gli Usa anche la Cina – sono meno toccati, addirittura aumentano il loro potere, e ad essere colpiti sono i più fragili: soprattutto i Paesi dell’Asia e dell’Africa che a stento possono far sentire la propria voce e, in misura minore, anche la «debole» Europa.

Il non-choc è un’illusione ottica

I cuscinetti che hanno assorbito il colpo erano tutti presenti prima della guerra: un mercato petrolifero in eccesso di offerta, le scorte piene, il greggio russo sanzionato da piazzare a prezzi stracciati. Hanno poi contribuito gli oleodotti sauditi ed emiratini che aggirano lo Stretto – oltre 5 milioni di barili al giorno dirottati, che hanno ridotto l’ammanco del Golfo da 20 a circa 13 milioni – e il più grande rilascio di riserve strategiche mai coordinato dall’Iea. Ha aiutato perfino la psicologia: gli annunci ripetuti di Donald Trump su un accordo imminente, spesso in momenti sensibili, hanno spinto giù i prezzi. La domanda mondiale, poi, è calata: circa 5 milioni di barili al giorno in meno nel secondo trimestre. Il problema, però, è che questi ammortizzatori si sono ormai logorati: le scorte sono state svuotate, le infrastrutture restano sotto tiro e sono riparabili in anni (soprattutto quelle del gas), le rotte alternative sono sempre più fragili, da Bab el Mandeb a Suez, fino a Panama. Una seconda fase della crisi sarebbe assai più dura della prima.

La nuova geografia del potere

È qui lo sviluppo più spiazzante. Gli Stati Uniti, un tempo ostaggio del petrolio mediorientale, ne escono più forti: la loro economia è quattro volte più grande del 1973 ma ha consumi di greggio quasi invariati. Sono oggi il primo produttore mondiale oil&gas e per la prima volta dalla Seconda guerra mondiale sono stati (brevemente nelle scorse settimane) un esportatore netto. La Federal Reserve di Dallas stima che uno choc come quello attuale nel 1980 avrebbe tagliato la crescita americana di 5,6 punti. Oggi di appena 0,3. Sul gas la frattura è ancora più netta: mentre in Europa e in Asia i prezzi correvano verso i 20 dollari per Mmbtu, negli Stati Uniti sono tranquillamente rimasti sotto i 3 dollari.

Ne discende, spiegano Bordoff e O’Sullivan, un paradosso inquietante: la superpotenza che genera l’instabilità è anche quella più schermata dalle sue conseguenze. E chi non paga il conto, aggiungono, ha meno ragioni per moderarsi. Per decenni gli choc energetici hanno disciplinato i potenti. Oggi, paradossalmente, puniscono i vulnerabili e risparmiano i forti. Anche la Cina ha cambiato ruolo: primo importatore e maggiore detentore di scorte del mondo (1,4 miliardi di barili stimati), ha tagliato le importazioni di 5 milioni di barili al giorno e ridotto l’export di prodotti raffinati, scaricando il costo sui vicini asiatici. Le sue riserve sono diventate una leva geopolitica paragonabile alla vecchia capacità inutilizzata (la mitica «spare capacity») dei sauditi: se diventano l’ultima linea di difesa contro i picchi di prezzo, è Pechino a decidere quanto salgono.

Chi paga davvero

Il prezzo globale di petrolio e gas viene considerato «gestibile», ma l’aggiustamento avviene dove fa più male. I Paesi Ocse oggi valgono meno della metà della domanda mondiale, contro i tre quarti del 1970. Vuol dire che la «distruzione della domanda» arriva sotto forma di razionamento nei Paesi che hanno i bilanci più fragili: India, Bangladesh, Laos, Sri Lanka, Filippine, Vietnam. Ma anche Egitto, Giordania, Pakistan. Il jet fuel ha toccato prezzi spot vicini a 200 dollari al barile. Decine di governi hanno varato centinaia di misure d’emergenza, dal Bangladesh che ha limitato l’aria condizionata al Laos che ha accorciato la settimana scolastica. Bruxelles e Washington vedono una crisi «tollerabile» (l’Italia e il Regno Unito un po’ meno di Francia e Spagna) solo perché a pagarla per primi sono altri.

L’Europa esposta, l’Italia che ci ripensa

Per l’Europa è in parte una storia che già conosciamo: il vecchio continente ha retto grazie ai rigassificatori installati dal 2022, ma ha dovuto competere con l’Asia per i carichi di Lng, mentre l’inverno arriva con stoccaggi sotto la media. Il prezzo europeo del gas è comunque raddoppiato, da 32 a 64 euro per MWh, nulla però rispetto agli oltre 350 toccati nell’agosto 2022 dopo l’invasione dell’Ucraina, anche perché i nuovi impianti di liquefazione, soprattutto americani, hanno coperto il 40-50% dei volumi persi. Non a caso diversi Paesi, Belgio, Danimarca e Italia tra questi, stanno rivedendo la storica chiusura al nucleare.

La transizione green che non c’è

L’ultimo paradosso smonta la narrazione consolatoria secondo cui ogni crisi accelera una risposta, in questo caso una transizione «green». Se lo scenario-incubo si rivelasse gestibile, molti governi potrebbero concludere che conviene rafforzare il sistema oil&gas, anziché superarlo. E la sicurezza energetica può anche portare al carbone con la stessa facilità con cui porta al solare: il Giappone ha riacceso vecchie centrali, la Corea del Sud ha tolto i limiti, l’India sta accelerando sulla carbochimica (utilizzare il carbone invece del petrolio come base per prodotti derivati e plastiche). Rystad stima 70 milioni di tonnellate di carbone aggiuntive in Asia nel 2026. Per l’Iea il consumo globale toccherà un record proprio quest’anno.

La ricetta degli autori è chiara: usare meno petrolio resta la prima difesa -grazie all’efficienza, oggi servirebbe un rincaro reale quattro volte superiore per replicare lo choc del 1979 – insieme a scorte, mercati integrati e produzione domestica diversificata. Con un monito a Washington: cioè rimpolpare le riserve strategiche, ai minimi da mezzo secolo, resistere alla tentazione di bloccare l’export in nome della difesa dei prezzi interni, una misura che danneggerebbe alleati e credibilità.

Il pericolo vero, insomma, non è tanto lo choc subito ma l’eccesso di fiducia che rischia di generare. L’arma energetica resta sul tavolo, lo scenario geopolitico si è rovesciato ma non è meno temibile, e il prossimo colpo potrebbe arrivare prima di quanto la volatilità e la calma apparente di queste settimane lasci credere.

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16 agosto 2026 ( modifica il 16 agosto 2026 | 08:07)