di
Massimiliano Jattoni Dall’Asén

L’inflazione è scesa e le riserve risalgono, ma la crescita resta diseguale. E così Milei punta sui dollari privati per rilanciare credito e investimenti

La seconda fase della rivoluzione economica di Javier Milei ruota sempre più intorno a una parola: dollari. Quelli che servono all’Argentina per rafforzare le riserve e affrontare il debito, quelli che Vaca Muerta promette di portare con l’export e quelli che gli argentini hanno accumulato negli anni per difendersi dal peso e che ora il governo vuole rimettere in circolo.

L’ultima mossa va proprio in questa direzione. Il governo ha deciso di allentare le regole sui prestiti in dollari, consentendo alle banche di destinare fino al 15% dei depositi in valuta estera a finanziamenti anche per imprese che generano ricavi in pesos. Finora il credito in dollari era riservato essenzialmente alle aziende capaci di produrre valuta estera o assistite da garanzie di soggetti che la producevano.



















































Il ministro dell’Economia Luis Caputo ha spiegato che la misura punta ad ampliare il credito e a «riattivare l’economia». Automotive e costruzioni avevano chiesto maggiore flessibilità, anche perché gli elevati tassi in pesos stanno pesando sulle imprese. Il provvedimento si inserisce inoltre nel tentativo del governo di riportare nel sistema finanziario una parte dei dollari detenuti dagli argentini in contanti o all’estero.

Più credito, ma anche più rischio

Non si tratta di una liberalizzazione senza limiti. Oltre al tetto del 15%, il Banco Central ha imposto per questi prestiti requisiti patrimoniali superiori del 25% rispetto a finanziamenti comparabili e ha stabilito che, ai fini dei limiti di esposizione, vengano conteggiati per 1,25 volte il loro valore. Le banche dovranno inoltre verificare la capacità dei debitori di rimborsare il credito in diversi scenari di cambio.

Il rischio è prestare dollari a imprese che incassano pesos: una forte svalutazione aumenta il peso del debito. Proprio per scongiurare questo pericolo, dopo la crisi del 2001 l’Argentina aveva mantenuto per oltre vent’anni regole molto rigide sull’impiego dei depositi in valuta estera.
La decisione ha aperto un dibattito anche tra economisti che hanno sostenuto diverse scelte di Milei. Guido Sandleris, ex presidente del Banco Central durante la presidenza di Mauricio Macri, ha definito la misura «una cattiva idea». La sua obiezione è soprattutto prudenziale: «L’importo autorizzato è limitato, il precedente che si crea no». Hernán Lacunza, ex ministro dell’Economia di Macri, ha ricordato invece gli errori della fine degli anni Novanta, sostenendo che chi incassa in pesos dovrebbe potersi finanziare in pesos.

Il Banco Central difende la scelta come un modo per utilizzare il risparmio domestico in valuta estera, ampliare il credito e ridurre la dipendenza dai finanziamenti esterni. La misura, del resto, non nasce all’improvviso: già nel programma per il 2026 il BCRA indicava una maggiore flessibilità nell’utilizzo del dollaro e l’espansione dell’intermediazione finanziaria in un’economia sempre più «bimonetaria».

L’inflazione è crollata, ora scende più lentamente

Sul fronte della stabilizzazione Milei può rivendicare dei risultati. Quando si insediò, nel dicembre 2023, l’inflazione mensile aveva raggiunto il 25,5%. A luglio 2026 è stata del 2,1%. Il dato è però risalito dall’1,9% di giugno, mentre l’inflazione su dodici mesi è passata dal 33,5 al 33,8%. Gli economisti interpellati da Reuters continuano a considerare in corso la disinflazione, ma a un ritmo più graduale. La banca centrale prevede per il 2026 un’inflazione del 29,8% e una crescita del 2,7%.

Il problema, dunque, non è un ritorno alla spirale inflazionistica del passato, ma quanto rapidamente la stabilizzazione possa trasformarsi in investimenti e occupazione.

Le «due Argentine»

È qui che emerge il contrasto più evidente del nuovo modello. Reuters lo ha raccontato come l’esistenza di «due Argentine». Da una parte c’è Vaca Muerta, uno dei grandi poli mondiali dello shale: YPF stima che entro il 2031 possa generare 50 miliardi di dollari l’anno di esportazioni, mentre nel 2025 l’export energetico argentino ha già raggiunto il record di 11,1 miliardi.
Il settore ha beneficiato anche delle politiche di Milei. Il regime di incentivi ai grandi investimenti, il Rigi, ha attirato circa 25 miliardi di dollari di progetti energetici approvati, con gruppi internazionali come l’italiana Eni impegnati nello sviluppo di Vaca Muerta, mentre liberalizzazione dei prezzi e minori restrizioni alle importazioni hanno facilitato gli investimenti in tecnologia.

Dall’altra parte manifattura, costruzioni e comparti legati al mercato interno continuano a soffrire. Secondo alcuni, questo è collegato alla perdita di occupazione in questi settori all’apertura alle importazioni, alla sospensione di progetti infrastrutturali federali e all’austerità che ha compresso il potere d’acquisto. Secondo il think tank Fundar, dall’insediamento di Milei hanno chiuso circa 28 mila imprese, pari al 5,5% del totale. Il dato non prova da solo un rapporto di causa-effetto con le politiche del governo, ma fotografa una ripresa ancora molto diseguale. Un disagio che è tornato anche nelle piazze: nelle ultime settimane pensionati, sindacati e movimenti sociali hanno ripreso le mobilitazioni contro l’aggiustamento, mentre proteste hanno interessato anche il mondo dell’università e della ricerca.

Anche il Fondo monetario riconosce le due facce del quadro. Kristalina Georgieva ha elogiato la riduzione dell’inflazione, ma ha sottolineato che alcuni settori restano sotto pressione e che l’Argentina deve migliorare l’accesso al credito per imprese e famiglie.

Riserve in recupero

Anche sul fronte esterno la posizione dell’Argentina è migliorata. Le riserve internazionali lorde del Banco Central hanno superato in agosto i 50 miliardi di dollari, il livello più alto dal 2019, anche se l’ultimo balzo è stato favorito dalla rivalutazione dell’oro e il dato lordo non coincide con i dollari immediatamente disponibili.

Più significativo è il progresso rispetto agli obiettivi del Fondo. Secondo i calcoli di Equilibra riportati da La Nación, nel primo semestre il BCRA ha accumulato 6,278 miliardi di dollari secondo la metodologia prevista dal programma con il Fmi, quasi il doppio dei 3,5 miliardi richiesti per giugno. Restavano circa 1,7 miliardi per raggiungere l’obiettivo di fine anno.
La ricostruzione delle riserve è quindi uno dei risultati del 2026, anche se il Fondo continua a considerare cruciale aumentare la liquidità disponibile e recuperare stabilmente l’accesso ai mercati internazionali.

Il vero test arriva nel 2027

Nel 2027 l’Argentina dovrà affrontare oltre 23 miliardi di dollari di rimborsi di capitale in valuta estera, più di 32 miliardi includendo gli interessi, secondo i dati del Fondo monetario.

Caputo ha chiarito che il governo non intende tornare sui mercati internazionali a qualsiasi costo. Per coprire le necessità finanziarie punta per ora su prestiti multilaterali, privatizzazioni ed emissioni sul mercato interno, aspettando condizioni migliori per rifinanziarsi all’estero.

Il 2027 sarà anche l’anno in cui Milei ha annunciato di volersi ricandidare. Gli investitori osservano quindi la capacità del governo di mantenere la disciplina fiscale quando il costo sociale dell’aggiustamento entrerà nuovamente nel confronto elettorale. Il Fmi considera il debito sostenibile, ma ritiene che la capacità di rimborso resti esposta a rischi elevati legati alle riserve liquide, alle scadenze e alla possibile volatilità politica.
Caputo, per ora, esclude cambi di rotta: la linea resta quella dell’ortodossia fiscale e monetaria.

È in questo quadro che l’apertura dei prestiti in dollari assume il suo significato più ampio. Milei non vuole rilanciare l’economia riaprendo i rubinetti della spesa pubblica o della creazione di moneta. Cerca invece di mobilitare capitale privato già esistente, compresi i dollari accumulati dagli argentini negli anni delle crisi.

È una scommessa coerente con la natura bimonetaria dell’economia argentina, ma riapre un rischio che il Paese conosce bene: mettere in relazione debiti in dollari e redditi in pesos. La prima fase della cura Milei ha mostrato che l’Argentina può essere stabilizzata. La prova più difficile comincia ora: dimostrare che quella stabilità può produrre una crescita abbastanza diffusa da creare credito, imprese e occupazione senza riaccendere l’inflazione e senza indebolire le difese finanziarie costruite dopo il 2001.

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16 agosto 2026 ( modifica il 16 agosto 2026 | 08:34)