Una vecchia arma contro la malaria è stata trasformata in un composto sperimentale capace di cercare le cellule del tumore del pancreas, rendersi visibile al loro interno e colpirne le centrali energetiche. È questo il risultato ottenuto da un gruppo di ricercatori del Cedars-Sinai Medical Center e di altre istituzioni: non una semplice somministrazione di artemisinina, dunque, ma la costruzione di una molecola nuova, denominata DZ-ART1, che nei primi esperimenti si è concentrata nelle cellule cancerose da 5 a 10 volte più che in quelle normali.

Il tumore del pancreas, come si sa, resta uno dei bersagli più difficili dell’oncologia, poiché le sue cellule riescono ad adattarsi a condizioni ostili e a resistere ai trattamenti. Per aggirare queste difese, gli studiosi hanno legato l’artemisinina a un colorante carbocianinico eptametinico, vale a dire una sostanza che può essere rilevata mediante imaging nel vicino infrarosso. Il composto ottenuto, DZ-ART1, svolge così due compiti: trasporta il carico verso il tumore e, nello stesso tempo, consente di seguirne la localizzazione. Nei topi, infatti, le immagini nel vicino infrarosso hanno mostrato che la molecola raggiungeva la massa tumorale.

Ma non è tutto. Una volta penetrato nelle cellule dell’adenocarcinoma duttale pancreatico, DZ-ART1 si dirige verso i mitocondri, le strutture che concorrono a produrre l’energia necessaria al funzionamento cellulare. Qui altera la bioenergetica mitocondriale, riduce l’ATP — l’adenosina trifosfato, cioè la principale moneta energetica immediatamente utilizzabile dalla cellula — e aumenta le specie reattive dell’ossigeno, molecole che, quando si accumulano, possono provocare danni attraverso lo stress ossidativo.

Per intenderci, la cellula tumorale può essere immaginata come un apparato che deve tenere accesi contemporaneamente motori, pompe e sistemi di riparazione. DZ-ART1 sembra intervenire proprio nella sala delle macchine: diminuisce il combustibile disponibile e, insieme, fa crescere i prodotti reattivi che logorano l’impianto. Meno energia, più stress ossidativo. E che i mitocondri siano davvero al centro del meccanismo è stato indicato da un esperimento assai significativo: impoverite di queste strutture, le cellule lasciavano entrare meno composto e risultavano anche meno sensibili alla sua azione letale.

Il composto è stato quindi provato su otto linee cellulari di adenocarcinoma duttale pancreatico, riducendo la sopravvivenza delle cellule cancerose e producendo effetti assai più limitati su quelle normali. Inoltre, secondo gli autori, DZ-ART1 ha rafforzato l’azione citotossica delle chemioterapie sia in vitro sia negli animali. L’analisi dell’espressione genica — l’esame dei geni attivati o silenziati nella cellula — ha rivelato modificazioni estese nei circuiti che regolano la sopravvivenza, le caratteristiche delle cellule staminali tumorali e la capacità di formare metastasi.

La prova più impegnativa è arrivata con tre modelli preclinici differenti: topi geneticamente predisposti a sviluppare il tumore; un modello singenico, nel quale tumore e organismo ospite sono geneticamente compatibili; xenotrapianti ricavati da tumori umani. In questi sistemi il trattamento ha rallentato sia la crescita della massa sia la diffusione metastatica e ha prolungato la sopravvivenza degli animali. Lo studio riferisce, inoltre, che non sono emersi segni evidenti di tossicità nei tessuti normali. È un risultato notevole, perché riunisce selettività, possibilità di localizzare il composto e azione terapeutica in un solo congegno molecolare.

A scanso di equivoci, tuttavia, l’osservazione non autorizza a concludere che l’artemisinina assunta come antimalarico possa curare il tumore del pancreas. E non dimostra ancora che DZ-ART1 funzioni nell’uomo. Si tratta di una nuova molecola sperimentale studiata, per ora, in cellule e animali; non di una terapia disponibile per i pazienti. Due degli autori, Ruoxiang Wang e Yi Zhang, hanno inoltre depositato congiuntamente un brevetto relativo a DZ-ART, interesse commerciale che deve essere dichiarato.

La novità, dunque, è soprattutto nel progetto: prendere una sostanza già nota, dotarla di una guida che la faccia accumulare preferenzialmente nel tumore, seguirla mediante imaging e indirizzarla contro una vulnerabilità energetica delle cellule maligne. Resta ora da stabilire se la selettività, l’efficacia e la sicurezza osservate nei modelli preclinici resisteranno agli studi necessari prima di una sperimentazione clinica. È questo il passaggio decisivo.

Ou Y, Lim A, Wang R, et al. “Specific targeting of cancer cell mitochondria with a malaria drug improves pancreatic cancer outcome”. Scientific Reports. Pubblicato il 16 agosto 2026. DOI: 10.1038/s41598-026-66961-9.

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