di
Lorenzo Cremonesi
Passato Cape Bathurst, dove il Mare di Beaufort s’immette nel Golfo di Amundsen, in modo graduale i lastroni di banchisa si fanno meno densi, diventano radi, il radar li segnala ancora ogni tanto, ma infine spariscono
CAMBRIDGE BAY (CANADA SETTENTRIONALE) – La novità di questi mari freddi e verdi, con le nuvole basse e i banchi di nebbie fitte che arrivano a muraglioni grigi veloci come poi si dissolvono al minimo mutamento delle temperature, è l’assenza di ghiaccio. Passato Cape Bathurst, dove il Mare di Beaufort s’immette nel Golfo di Amundsen, in modo graduale i lastroni di banchisa si fanno meno densi, diventano radi, il radar li segnala ancora ogni tanto, ma infine spariscono del tutto. L’incubo di restare stritolati dal ghiaccio, o che eliche e timoni rimangano danneggiati da uno scontro improvviso con i lastroni infidi che stanno a pelo dell’acqua, progressivamente si dissolve. Negli ultimi anni alcune barche sono state seriamente danneggiate da incidenti e anche soltanto un guasto ai timoni da queste parti diventa un dramma che mette a repentaglio l’imbarcazione e l’equipaggio.
PASSAGGIO A NORD OVEST – LO SPECIALE
Adesso comunque ne siamo fuori.
Abbiamo da poco superato la metà del percorso da Nome in Alaska alle coste della Groenlandia e ci rendiamo conto quanto i cambiamenti climatici abbiano mutato le condizioni di navigazione del Passaggio di Nord-Ovest.
Questo tratto di mare tra la King William Island e il Mare di Beaufort nell’Ottocento e sino a pochi decenni fa poteva restare ghiacciato anche l’estate. La sfortunata spedizione dell’esploratore britannico Sir John Franklin a bordo della Erebus e la Terror tra il 1845 e il 1848 si esaurì nel dramma di tutti i suoi 128 componenti morti di freddo, fame, malattie e inedia proprio perché la superfice del mare non si sciolse.
Tra il 1903 e 1906 il norvegese Roald Amundsen dovette attendere a Gjoa Haven, un golfo trecento miglia più avanti di noi, per oltre due anni prima di riuscire a superare il blocco. E poi aspettare un terzo inverno per sfociare nel Pacifico. Per noi è invece una corsa veloce a motore e a vela in un mare ormai da qui senza ostacoli.

Come ho già spiegato in precedenza, noi abbiamo trovato il ghiaccio infido della banchisa in disfacimento a causa del riscaldamento terrestre lungo le coste dell’Alaska.
Nell’Ottocento qui erano più libere perché il ghiaccio del Polo non si muoveva e veniva eroso dal tepore estivo soltanto alle sue periferie. Ora la situazione si è invertita: dove prima era complicato navigare diventa più semplice, mentre dove era relativamente sicuro adesso è un terno al lotto. Lo vediamo dalle richieste di informazioni delle tre o quattro barche da diporto che stanno venendoci incontro dalla Groenlandia verso Nome. «Come sono le condizioni, dove consigliate di passare? Vi abbiamo seguito sul blog della vostra Lifexplorer», ci dicono via radio i loro comandanti.

Le autorità canadesi tengono sempre pronti in mare due o tre rompighiaccio, la loro assistenza sembra più attenta di quella americana. In cielo volano i droni a lungo raggio della guardia costiera.
Non c’è barca grande o piccola che tenti il passaggio di Nord-Ovest o comunque navighi da queste parti che non abbia a bordo i sistemi satellitari di comunicazione e soprattutto lo Starlink nautico. Nulla a che vedere con le navigazioni solitarie di una volta: non ci sono più isolamento e sfida con l’ignoto. Tutti qui si resta sempre connessi.
A questo punto fa impressione pensare che noi si transiti con tanta facilità in tratti di mare che costarono almeno due secoli di sacrifici e indicibili sofferenze a manipoli di inguaribili romantici incredibilmente coraggiosi, se non folli, pronti a tutto pur di raggiungere il Polo o transitare tra i due oceani per le rotte del grande nord.

Qui sono le 23 della sera del 15 agosto. Leggiamo le cronache dei fiumi europei in secca, degli oltre quaranta gradi di Milano, Parigi, Berlino. Fuori la temperatura è sui due gradi, piove a tratti, l’umidità perenne pulisce ponte, vele e sartiame dalla salsedine. Siamo andati a vela per circa 24 ore, poi però il vento e le correnti contrarie hanno costretto a riaccendere il motore. I profili di coste e fondali sono mutati: non più le spiagge basse, gli estuari infiniti e i lunghi bassi fondali dell’Alaska settentrionale, bensì profondità oltre i 200 metri, isole di granito solido e coste molto più alte.

In pozzetto cerco di fare un poco di ginnastica per ovviare all’immobilità della navigazione. Ogni tanto tornano folti banchi di nebbia. La notte inizia a tornare una cosa seria. La luce di mezzanotte si è fatta più buia: era l’incubo dei marinai che 150 anni fa sapevano che presto sarebbero stati chiusi nei ghiacci, il buio preannunciava la morsa dell’inverno.

Sempre su queste coste tra Dease Strait e il Queen Maud Gulf gli esploratori come Amundsen avevano scoperto l’esistenza di tribù locali bionde tutte diverse dalle altre, prova concreta di antichi incontri tra popolazioni locali e indo-europee nel passato. Le studiano con attenzione gli antropologi e ricercatori canadesi ed europei che lavorano da queste parti. Quando li incontriamo spesso mostrano un rispetto reverenziale per i locali. In pochi decenni noi occidentali siamo passati dal disprezzo totale per i nativi in terra «straniera», misto a un senso di superiorità razziale che portava a considerare i diversi da noi come sub-umani, a sovente una sorta di religiosa esaltazione. Ne accenno superficialmente, ma il tema si è riproposto più volte durante i nostri sbarchi nei villaggi lungo la costa.
16 agosto 2026 ( modifica il 16 agosto 2026 | 13:22)
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