Avete assunto una compressa contro la disfunzione erettile e, poco dopo, vi è parso di vedere appannato, deformato, magari con una macchia più scura proprio al centro dello sguardo? È un’eventualità che non va trascurata. Ma una vasta ricerca pubblicata su Scientific Reports introduce una distinzione decisiva e, per molti pazienti, rassicurante: i casi descritti in letteratura non sembrano tradursi in un aumento stabile del rischio di corioretinopatia sierosa centrale fra le centinaia di migliaia di uomini che utilizzano questi farmaci.

Sildenafil, tadalafil, vardenafil e avanafil appartengono agli inibitori della fosfodiesterasi di tipo 5 (PDE5), molecole che favoriscono la vasodilatazione, cioè l’allargamento dei vasi sanguigni, e consentono il maggiore afflusso di sangue necessario all’erezione. Il loro raggio d’azione, tuttavia, non si arresta all’apparato genitale: meccanismi con i quali questa famiglia di medicinali può interagire sono presenti anche nell’occhio. Da qui l’allarme suscitato negli anni da alcuni case report, le descrizioni cliniche di singoli pazienti nei quali, dopo l’assunzione, erano comparsi problemi alla retina.

Fra le condizioni osservate vi è la corioretinopatia sierosa centrale, una malattia nella quale del liquido si raccoglie sotto la retina e può compromettere soprattutto la visione centrale. Per intenderci, la retina funziona come una superficie sensibile sulla quale si compone ciò che vediamo; se sotto la sua parte centrale si forma una piccola sacca di liquido, quella superficie non rimane perfettamente distesa e l’immagine può apparire sfocata, incurvata oppure oscurata in un punto. Il fenomeno è dunque concreto. La domanda, assai più difficile, è un’altra: accade più spesso a chi assume gli inibitori della PDE5?

Per rispondere, gli studiosi hanno attinto alla rete sanitaria internazionale TriNetX e costruito tre grandi coorti di uomini che cominciavano ad assumere inibitori della PDE5, alfa-bloccanti oppure androgeni. Ciascun gruppo è stato confrontato con controlli dalle caratteristiche simili mediante il propensity score matching, un procedimento statistico che abbina persone comparabili allo scopo di ridurre, per quanto possibile, le differenze iniziali. In totale sono state esaminate 478.074 coppie abbinate: 214.510 per gli alfa-bloccanti, 195.161 per gli inibitori della PDE5 e 68.403 per gli androgeni.

È il secondo confronto, naturalmente, quello che riguarda in modo diretto i medicinali contro la disfunzione erettile: 195.161 utilizzatori e altrettanti controlli, vale a dire circa 390 mila uomini, seguiti fino a cinque anni per individuare nuove diagnosi della malattia retinica. Il risultato è notevole per nettezza: non è comparso alcun aumento statisticamente significativo del rischio. A cinque anni l’hazard ratio — la misura che confronta nel tempo la frequenza dell’evento nei due gruppi — era pari a 0,917, con un intervallo di confidenza al 95 per cento compreso fra 0,649 e 1,296. In altre parole, i dati risultano compatibili con l’assenza di una differenza significativa rispetto ai controlli.

Ma non è tutto. Nell’analisi riservata al tadalafil è affiorato dapprima un segnale orientato verso un possibile incremento del rischio; prolungando l’osservazione, però, quel segnale non si è mantenuto. Il dato indebolisce l’ipotesi di un aumento persistente del rischio nella popolazione trattata, senza escludere eventuali eventi rari o concentrati in particolari finestre temporali. Il dato iniziale, pertanto, non prova un danno causato dal tadalafil. Né permette, d’altra parte, di dichiarare impossibili eventi molto rari.

I singoli resoconti clinici e i grandi studi epidemiologici guardano infatti la stessa scena da distanze diverse. Il primo può illuminare un paziente eccezionalmente suscettibile; il secondo verifica se quella scintilla diventa un segnale riconoscibile in una popolazione immensa. In questa ricerca il segnale persistente non è emerso. Gli autori precisano tuttavia che possono rimanere fattori di confondimento residui — differenze non eliminate completamente dal confronto statistico — e che non si può escludere un rischio raro, di breve durata, limitato a individui predisposti.

A scanso di equivoci, si tratta di uno studio retrospettivo e osservazionale: esamina associazioni già registrate nelle cartelle cliniche, ma non può dimostrare che il rischio del singolo individuo sia zero. Può invece affermare, sulla base di numeri assai consistenti, che fra gli utilizzatori degli inibitori della PDE5 non è stato osservato un aumento coerente e duraturo della corioretinopatia sierosa centrale. Non vi è dunque ragione, sulla base di questi risultati, per sospendere autonomamente la terapia; se compaiono all’improvviso annebbiamento, immagini deformate o alterazioni del campo visivo, occorre riferirlo al medico e procedere rapidamente a una valutazione. La rassicurazione riguarda la popolazione trattata. L’occhio del singolo paziente, per ora, continua a richiedere attenzione.

hi SC, Chang HH, Hsu MH. “Central serous chorioretinopathy risk with PDE5 inhibitors androgen therapy and alpha blockers in men”. Scientific Reports, pubblicato il 16 agosto 2026. DOI: 10.1038/s41598-026-67373-5.

Link alla pubblicazione