Il più sfortunato fu proprio un romano, Giuseppe Gentile. Lui, il record del mondo del triplo, lo stabilì due volte, tra qualificazione (17,10) e finale (17,22) ai Giochi di Città del Messico nel ’68, e per tre volte venne superato in quella stessa finale. Dal 1995 tiene banco quel capolavoro di cinetica che è il 18,29 stabilito nel 1995 da Jonathan Edwards, 60 anni compiuti a maggio, l’atleta che per motivi religiosi non saltava di domenica (ci ripensò nel ’93). L’impresa firmata da Andy Diaz sabato sera porta necessariamente a un ripasso di storia. Sebbene quel 18,15, quarta misura di sempre al mondo, apra le porte del futuro.

“Ionatan”
«Sto arrivando, Jonathan. Se prima dubitavi, ora non dubiti più». In zona mista, l’accento di Diaz porta in realtà a un simpatico “Ionatan”. Il trentenne saltatore cubano che grazie all’amicizia con il suo ex collega e oggi coach Fabrizio Donato ha trovato una nuova vita assicura di non aver “visto” nulla di particolare oltre quel tabù dei 18 metri. «Mi sento come sempre. Questa volta però sono uscito dalla pedana felice». Però si è incavolato anche in questa occasione quando, a medaglie acquisite e all’ultimo turno di salti, ha sbagliato lo stacco. Insieme a lui, protagonista dello splendido momento del salto triplo c’è l’argento ai Mondiali di Tokyo, Andrea Dallavalle. «Era da record anche il primo salto, poi nullo – assicura Andy – Ma non lo abbiamo misurato. Fabrizio mi ha detto: “Accorcia di un piede e mezzo la rincorsa”. Io l’ho accorciata di un piede, il mezzo è il nullo. Sono un “capoccione”, vedrai se non me la farà pesare. Però tutti sanno che posso farlo. Dalla tribuna qualche consiglio me lo hanno dato anche Christian Taylor e Teddy Thamgo». Altri pezzi di storia: lo statunitense saltò 18,21 nel 2015, il francese 18,04 nel 2013. Matematica: 18,29-18,15=0,14. «Quei 14 centimetri sono niente, sono uno stacco». Sulla pedana dell’Alexander Stadium, venerdì sera ne ha lasciati 12,3 sull’asse di battuta. «Bisogna fare bene il primo salto». Servirà però anche altro, perché «quello che faceva Edwards era bellissimo. Non si vedeva allo stacco, era lineare nel suo movimento quasi unico e senza perdere velocità. Io rimbalzo troppo, troppo da cubano».

Riconoscenza
Un bronzo ai Giochi di Parigi, alla prima gara indossando l’azzurro. Poi un titolo europeo indoor, due mondiali indoor e questo nuovo oro europeo. Il tutto nella convinzione che «non posso deludere l’Italia. In albergo ho visto in tv Tamberi e gli altri e ho detto che dovevo contribuire». Rientra nel romanzo la notte trascorsa all’addiaccio qualche anno fa, in fila per la cittadinanza. Ad aiutarlo quel Fabrizio Donato che, da atleta, aveva incrociato per la prima volta proprio a Birmingham, ai Mondiali indoor 2018. Infine l’ingresso nelle Fiamme Gialle e una vita da ricostruire a Castelporziano. «Una seconda opportunità per me e per aiutare la mia famiglia». Oggi, con mamma e nonna, “il cubano di Roma” gestisce una pescheria. «Ma siamo chiusi per ferie fino al 28 – informa – Il mio pesce preferito? Boh, a me non piace tanto. Meglio così, mica posso mangiarlo tutto io». Con la cittadinanza italiana si è acuita anche la rivalità con Pichardo. «Sono arrivato dietro di lui a Parigi, poi lui ha vinto i Mondiali di Tokyo l’anno scorso e io sono arrivato sesto. Dovevo togliermi questa spina. Mi ha detto: ”Ci vediamo al meeting di Losanna il 21”. Gli ho risposto: “Dove vuoi”. Voglio vincere tutto. Lì a Losanna e poi le finali di Diamond League. Mi dispiace soltanto che il triplo, inspiegabilmente, non sia nel programma degli Ultimate Championship di Budapest che chiuderanno la stagione».
Un messaggio profetico, il 14 agosto, per augurare a Fabrizio buon compleanno (il 50°!): «Il regalo te lo faccio domani». Invece lo smalto sulle unghie verde, bianco e rosso fa parte del personaggio. La carbonara come premio anche: al ritorno a Roma sarà la prima cosa con Fabrizio. Oltre all’abbraccio più bello della loro vita.
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