di
Aldo Cazzullo

L’Italia ufficiale, della politica e della cultura non si è resa conto di quello che hanno fatto i nostri atleti a Birmingham e a Parigi, agli Europei di atletica e di nuoto, ma gli italiani sì. Vinciamo in discipline in cui si afferma chi si è preparato meglio, chi si è allenato con maggiore costanza, chi ha dimostrato più spirito agonistico e maggiore forza morale

Forse l’Italia «ufficiale», della politica e della cultura, che sta passando l’estate a parlare dei video di Robertus Vannaccius e della bomba di Lavitola, non si è resa conto di quello che hanno fatto i nostri atleti a Birmingham e a Parigi, agli Europei di atletica e di nuoto. Gli italiani però sì: a Ferragosto Rai2 ha vinto la serata tv proprio grazie all’atletica, con il 16% di share.

Atletica e nuoto sono le discipline olimpiche per eccellenza. Non lasciano spazio all’estro, alla fantasia, all’improvvisazione, e neppure (salvo rari casi) alle valutazioni degli arbitri. Vince il più forte: chi si è preparato meglio, chi si è allenato con maggiore costanza, chi ha dimostrato più spirito agonistico e maggiore forza morale. Forse anche per questo, in passato le cose non ci sono sempre andate così bene. La nostra tradizione nel nuoto è abbastanza recente. E nell’atletica i grandi nomi di un tempo non hanno sempre trovato eredi.



















































All’Olimpiade di Londra 2012, l’Italia conquistò nell’atletica una sola medaglia: il bronzo del triplista Fabrizio Donato. La Gran Bretagna vinse invece quattro ori e due argenti. Oggi la superpotenza siamo noi: e in casa dei britannici li abbiamo sopravanzati nel medagliere, vincendo clamorosamente la gara conclusiva, la staffetta 4×400 e confermando il primato di due anni fa, quando gli Europei si disputarono a Roma. Questo significa che dietro gli atleti di punta c’è un movimento. 

Ci sono scuole, allenatori, metodi, oltre a un presidente federale che nell’atletica ha passato la vita, Stefano Mei (ricordate il podio dei diecimila di Stoccarda 1986? Primo Mei, secondo Cova, terzo Antibo). E ci sono ovviamente le punte, i capitani, i campioni.

Birmingham ha segnato il grande ritorno di Gianmarco Tamberi, dopo il disastro di Parigi. Il nostro capitano ha riempito da solo lo stadio: i salti, le grida, le scritte sulle braccia, la moglie, la figlia, il padre con cui non parla da due anni, un’ondata di energia da cui tutti, avversari pubblico telespettatori, sono stati travolti. 

Ma attenti a non dimenticare Marcell Jacobs, che era prodigiosamente tornato quello di Tokyo, e avrebbe vinto la finale dei 100 passeggiando se i suoi muscoli non l’avessero ancora una volta tradito; l’infortunio l’ha tenuto lontano dalle prime pagine, ma ha ricordato a chi ama lo sport che abbiamo un atleta formidabile, oltre che un uomo dolcissimo (chiunque conosca Jacobs sa che non ha nulla dell’aggressività attribuita agli sprinter). Accanto ai veterani, tra cui va ormai annoverato anche il pesista Leonardo Fabbri, c’è una squadra composta da tante storie, diverse l’una dall’altra, che insieme raccontano la capacità di attrazione e di integrazione del nostro sport e del nostro Paese.

Nadia Battocletti, fuoriclasse del fondo, è figlia di un maratoneta trentino e di un’ottocentista marocchina. Larissa Iapichino, oro nel salto in lungo, è la figlia di Fiona May. Fausto Desalu, l’italiano più veloce sui 200 metri dopo Mennea, cresciuto nella Bassa lombarda, in una frazione di Sabbioneta la città ideale del Rinascimento, è di origine nigeriana. Mohamed Soudassi, l’eroe della 4×400, è nato in Marocco ed è arrivato ad Avola a un anno. Poi ci sono gli atleti che hanno scelto di essere italiani. Dariya Derkach, oro nel triplo, è nata in Ucraina e ha avuto la nazionalità a diciotto anni. Ucraina di nascita e italiana d’elezione è anche Sofija Jaremčuk, argento nella maratona a squadre. Alexandrina Mihai, argento nella marcia, è nata in Moldavia, i suoi primi record non sono stati omologati perché la cittadinanza non l’aveva ancora. Andy Diaz, oro nel triplo, è nato a Cuba; Zane Weir, argento nel peso, in Sudafrica.

Anche il nuoto azzurro ormai è un movimento, che coinvolge più generazioni, dai veterani come Nicolò Martinenghi e Simona Quadarella ai giovanissimi, tra cui la stella è Sara Curtis, che compirà vent’anni tra due giorni ed è cresciuta in provincia di Cuneo con papà Vincenzo, camionista ciociaro, e mamma Helen, nigeriana. Secondo l’uomo nuovo della politica italiana, anche i suoi «tratti somatici», come quelli di Paola Egonu, non rappresenterebbero «l’italianità»; ma a dire il vero quella frase di Vannacci è vecchissima, di retroguardia, del tutto priva di senso nei contesti sportivi internazionali, in cui la multietnicità è da tempo la norma. Semmai eravamo in ritardo noi italiani, nel valorizzare appieno il contributo delle migrazioni. Atletica e nuoto ci sono riuscite prima del calcio.

È più interessante semmai notare che molti dei protagonisti di questa rinascita degli sport olimpici in Italia sono donne. Tra cui non vanno dimenticate le azzurre della ginnastica, seconde nella gara europea a squadre, in un’edizione rischiarata dall’oro di Manila Esposito nel corpo libero e di Sofia Raffaeli nella ritmica; e quelle della scherma, che hanno dominato il fioretto ai Mondiali di Hong Kong. E ci piace ricordare, accanto alle meraviglie di Simona Quadarella, l’ottimo Europeo della ranista Benedetta Pilato, che si è fatta perdonare lo sbaglio all’aeroporto di Singapore.

Perché anche questo va detto: la crescita sportiva è sempre anche una crescita culturale. Nel sentire non soltanto i veterani Tamberi e Derkach ma pure i giovanissimi dare interviste in un inglese perfetto, tornano in mente i calciatori italiani eliminati malamente dagli ultimi Mondiali cui ci siamo qualificati, Sudafrica 2010 e Brasile 2014, che escono dagli spogliatoi senza rispondere a una domanda non solo per mancanza di educazione, ma perché di inglese non sapevano una parola. Una scena che da una parte ci ricorda la necessità di rifondare le basi tecniche e anche umane del nostro calcio, che resta il nostro sport nazionale, e dall’altra dimostra che essere italiani può rivelarsi una forza pure nello sport, come dimostrano i successi di altre discipline, dal boom del volley e del tennis alla rivalità infinita tra le tigri del nostro sci, Brignone e Goggia. 

Tutti atleti — e atlete — che non hanno rinunciato all’estro, alla fantasia, alla classe che non ci sono mai mancate, cui hanno saputo affiancare lavoro, serietà, costanza, carica agonistica, e anche la ricchezza di altre culture che ormai fanno parte della nostra.

17 agosto 2026