di
Virginia Piccolillo

Natalia Ceccarelli, consigliere della Corte d’appello di Napoli, dopo la vittoria della linea del No al referendum sulla Giustizia, da lei avversata, ha lasciato l’Associazione nazionale magistrati

ROMA – «Machiavellismo puro». Hanno animato le chat dei magistrati le parole, al Corriere, di Stefano Celli dell’Anm, sull’attentato a Sigfrido Ranucci e la confessione del faccendiere Valter Lavitola di esserne stato il mandante.

«Nessun imbarazzo», aveva assicurato Celli, pm a Rimini ed esponente di Magistratura democratica che aveva invitato il conduttore di Report all’assemblea Anm per il No al referendum: «C’era stato l’attentato. Risulta che non lo sapesse. Non abbiamo fatto un reato», aveva detto. Quindi la chiusa: «Se poi questo ha favorito il No e la difesa della Costituzione, tanto meglio».



















































Parole che hanno strappato alla pace del Cammino di Santiago di Compostela Natalia Ceccarelli, consigliere della Corte d’appello di Napoli, che subito dopo la vittoria della linea del No, da lei avversata, ha lasciato l’Anm dove era arrivata con Articolo 101.

Perché Machiavellismo?
«Quel “tanto meglio” non ha niente a che fare con il rigore moralista e moralizzatore tanto propugnato da Md. Hanno saltato il fosso».

Quale fosso?
«Quello della tutela dei principi e dei valori. Hanno mostrato che se il risultato viene raggiunto qualsiasi strategia è assolvibile».

Che c’era da non assolvere?
«Hanno fatto un colpo di mano, portando Ranucci in trionfo all’assemblea dell’Anm come la Madonna Pellegrina. Esce fuori che l’attentato era finto, che era stato organizzato dal migliore amico suo ed era strumentale a un fantomatico disegno di incoronazione del giornalista a candidato premier dell’area di centrosinistra. L’Anm non può tacere».

Cosa dovrebbe dire?
«È doveroso prendere le distanze da Ranucci almeno finché lui non le prende da se stesso, visto che continua a vaneggiare che vuole rimanere a Report, si paragona a Falcone e Borsellino. C’è un profilo etico».

Lui è ancora parte offesa.
«Per quanto ignaro Ranucci viola le regole deontologiche. Bastava leggere il suo libro che narra liaison con fonti e con stagiste per capirlo. Ma per questa vicenda ci sono persone in carcere. Il grande segugio della verità se l’è lasciata sfuggire? In più si attende un indagato dall’Africa, un nuovo interrogatorio degli esecutori e forse nuovi dettagli da Lavitola. Molto deve ancora venire fuori. Ma poi…»

Cosa?
«Ci sono profili di opportunità politica. Se è vero che dietro l’attentato c’era la volontà di sponsorizzare un candidato progressista serve salvaguardare l’immagine di imparzialità e indipendenza della magistratura».

E quindi?
«Devi dire: il futuro politico di Ranucci non ci riguarda. Non puoi dire tanto meglio».

Celli non può dirlo a titolo personale?
«Certo. Almeno dice la verità. Ma il silenzio delle correnti moderate è un silenzio colpevole».

Colpevole di cosa?
«Evidenzia il ruolo di gregariato che hanno svolto nella campagna referendaria rispetto a quelle progressiste».

Celli dice che si è difesa la Costituzione. Non è così?
«No, si sono difese solo le correnti e i loro interessi sotto forma di composizione elettiva del Csm. Il resto della Costituzione, a partire dall’articolo 21 sulla libertà di espressione, no. Come dimostra l’atteggiamento che hanno con chi era per il sì».

Secondo Celli non c’è alcun imbarazzo nell’Anm è così?
«L’imbarazzo invece c’è. Non avevano messo in conto che potesse finire così. Ma una parolina andrebbe detta. È un’associazione di magistrati mica di ferrotranvieri».


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17 agosto 2026