Tina Modotti, Calle, 1924

Tina Modotti, Calle, 1924

Via Pracchiuso, a Udine, oggi è una tranquilla strada del centro cittadino. Ma al civico 89 un bassorilievo sulla facciata testimonia però che proprio qui, il 16 agosto 1896, nacque una bambina destinata a diventare una delle fotografe più importanti del Novecento: Tina Modotti. È da questa strada, allora ai margini della città, che inizia la storia di una donna che attraverserà continenti e conflitti. A 130 anni dalla nascita, Modotti è una figura difficile da racchiudere in una sola definizione: fotografa, attrice, politica militante e attivista internazionale, la sua vita passerà per alcuni luoghi cruciali della prima metà del secolo.

Nata in una famiglia operaia e di emigranti, Modotti visse per lunghi periodi in vari Paesi (dall’Italia agli Stati Uniti, dal Messico alla Germania, fino alla Russia e alla Spagna) e imparò diverse lingue. Morì nel 1942, ma la sua biografia non è soltanto quella di un’artista che ha lasciato alcune delle più importanti fotografie del Messico degli anni Venti. È anche la storia di una donna che progressivamente mise in discussione il proprio ruolo, fino ad abbandonare la fotografia per dedicarsi all’impegno politico e antifascista.

Dalla Udine operaia al Messico rivoluzionario

La piccola Assunta Adelaide Luigia Saltarini Modotti ha solo pochi anni quando lascia Udine, per seguire il lavoro del padre che faceva il muratore in Austria, per farvi poi ritorno nel 1905 con la madre, i fratelli e le sorelle. Qui Tina studia per qualche anno e inizia presto a lavorare, in una fabbrica tessile e presso lo studio fotografico dello zio Pietro Modotti, dove apprende le sue prime nozioni di fotografia.

Tina Modotti, Autoritratto

Casa natale di Tina_Modotti a Udine (C) Franco Del Zotto

Autoritratto e casa natale di Tina Modotti (C) Franco Del Zotto

A 17 anni Tina salpa da Genova verso San Francisco, dove erano già emigrati il padre e una sorella, qui trova un lavoro in fabbrica e inizia a recitare in spettacoli teatrali amatoriali per la comunità italiana. Nel 1918 si trasferisce a Los Angeles per tentare la carriera cinematografica: due anni dopo Modotti esordisce nel film muto The Tiger’s Coat (Pelle di tigre), che è anche l’unica testimonianza del suo periodo hollywoodiano giunta fino a noi, ma ben presto abbandona il cinema. 

In California, Modotti conosce Edward Weston, che è già un affermato fotografo e diventa la sua modella preferita oltre che compagna. Dopo le prime esperienze nello studio udinese dello zio, la fotografia rientra prepotentemente nella vita di Tina soprattutto grazie all’incontro con Weston. In Messico, dove si trasferiscono all’inizio degli anni Venti, Modotti sviluppa progressivamente un suo sguardo autonomo, lontano tanto dal semplice esercizio formale quanto dalla fotografia puramente documentaria.

Il suo obiettivo si posa su paesaggi, architetture, oggetti, ma soprattutto sulle persone. Tina fotografa lavoratori, contadini, donne e bambini del popolo, trasformando soggetti spesso invisibili in protagonisti delle immagini. Nel 1925, insieme a Weston, Modotti partecipa ai viaggi organizzati dall’antropologa Anita Brenner per documentare il patrimonio popolare messicano: molte delle immagini confluiranno nel volume Idols Behind Altars. The Story of the Mexican Spirit, pubblicato qualche anno dopo.

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Le fotografie di Modotti diventano così uno strumento per raccontare la società messicana uscita dalla rivoluzione: documenta le manifestazioni dei contadini, il loro duro lavoro, le attività quotidiane delle donne e le condizioni delle classi popolari. Parallelamente fotografa anche i grandi esponenti del movimento artistico del muralismo come José Clemente Orozco e Diego Rivera, marito della pittrice Frida Kahlo con cui Tina ha un rapporto complicato. Le sue immagini dei grandi murales messicani contribuiscono alla diffusione internazionale di questa forma d’arte e vengono pubblicate su riviste e libri in Europa e negli Stati Uniti.

Ma lo sguardo di Tina Modotti non è mai neutrale, risulta sempre più interessato alla dimensione sociale dei soggetti che fotografa. Anche i suoi numerosi ritratti di donne testimoniano questa evoluzione: molto famosi sono quelli realizzati nel 1929 durante il suo viaggio solitario nell’Istmo di Tehuantepec (nell’estremo sud del Messico). Qui Tina fotografa le donne tehuane mettendone in evidenza la dignità, il ruolo sociale e il rapporto con il lavoro e la maternità, in un’ottica che oggi potremmo forse definire intersezionale.

Donne messicane fotografate da Tina Modotti (1929)

L’abbandono della macchina fotografica e la guerra

Il 1929 è un anno di svolta per Tina Modotti, oltre al viaggio in solitaria, a dicembre si inaugura alla Biblioteca dell’Universidad Nacional Autónoma de México la sua prima e unica mostra personale: è il culmine della sua breve carriera di fotografa. E quella esposizione può essere considerata una sorta di testamento artistico, come dirà lei stessa nell’introduzione alla mostra: «Sempre, quando le parole “arte” o “artistico” vengono applicate al mio lavoro fotografico, io mi sento in disaccordo. Questo è dovuto sicuramente al cattivo uso e abuso che viene fatto di questi termini. Mi considero una fotografa, niente di più.»

Tra le immagini esposte c’erano architetture, oggetti, fiori, campesinos, donne e bimbi, ma c’era anche un intenso ritratto del politico cubano Julio Antonio Mella morto in esilio in Messico. All’epoca Mella era da poco il compagno di Modotti e stava proprio passeggiando assieme a lei la sera in cui era stato assassinato a soli 26 anni: un altro avvenimento cruciale di quel fatidico 1929.

L’anno successivo, la vita di Tina cambia radicalmente: il governo messicano avvia una dura repressione contro i comunisti e lei viene espulsa dal Paese. Dopo un breve periodo a Berlino raggiunge Mosca, dove lavora per il Soccorso Rosso Internazionale, un’organizzazione umanitaria comunista. Negli anni Trenta la fotografia passa in secondo piano e l’impegno politico diventa sempre più il centro della sua esistenza, scrive testi dedicati alla condizione dei contadini messicani e a Parigi partecipa all’organizzazione del Congresso mondiale delle donne contro la guerra e il fascismo.

Dal 1935 Tina Modotti è in Spagna e allo scoppio della guerra civile si unisce alle Brigate Internazionali (con il nome di battaglia di Maria) ma, dopo il collasso del fronte repubblicano e l’instaurazione del regime franchista, si rifugia in Francia. Nel 1939 torna poi in Messico, dove però deve entrare clandestinamente perché il decreto di espulsione è ancora in vigore (sarà ufficialmente annullato solo l’anno seguente).

Bambino davanti a un cactus (Tina Modotti, Messico, 1928 ca.)

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Bambino davanti a un cactus (Tina Modotti, Messico, 1928 ca.) e la tomba di Tina (C) Margherita Urbani

Tina muore a Città del Messico la notte tra il 5 e il 6 gennaio 1942, colta da un malore su un taxi; la sua morte alimenta sospetti e teorie, ma la versione più accreditata è quella dell’infarto. Sulla sua tomba sono incisi i primi versi della poesia che Pablo Neruda le dedicò per smentire le calunnie: “Tina Modotti, sorella, tu non dormi, no, non dormi:/ forse il tuo cuore sente crescere la rosa/ di ieri, l’ultima rosa di ieri, la nuova rosa./ Riposa dolcemente, sorella./ La nuova rosa è tua, la nuova terra è tua:/ ti sei messa una nuova veste di semente profonda/ e il tuo soave silenzio si colma di radici./ Non dormirai invano, sorella./ Puro è il tuo dolce nome, pura la tua fragile vita:/ di ape, ombra, fuoco, neve, silenzio, spuma,/ d’acciaio, linea, polline, si è fatta la tua ferrea,/ la tua delicata struttura.”

Un’eredità difficile da raccontare nella sua complessità

Raccontare oggi Tina Modotti significa cercare di evitare due opposte semplificazioni: quella della fotografa pasionaria nel Messico post-rivoluzionario e quella dell’icona femminista. La sua vicenda mostra invece quanto arte, vita e impegno politico fossero profondamente intrecciati; ed è proprio questa complessità che le iniziative organizzate per i 130 anni dalla nascita cercano di valorizzare.

Nel 2026 la Regione Friuli Venezia Giulia ha promosso un bando dedicato a Modotti per sostenere iniziative culturali sulla sua figura e sulla sua opera. Vincitori sono il Comune di Udine che sta lavorando a vari eventi programmati per l’autunno (tra cui lo spettacolo teatrale La moderna – Tina Modotti, lettere dall’esilio) e Cinemazero che custodisce il più ampio patrimonio dedicato alla fotografa friulana. L’associazione culturale di Pordenone vuole realizzare un archivio digitale open access per mettere a disposizione in varie lingue fotografie, documenti e materiali su Modotti. Collegato all’anniversario è anche il convegno sulla toponomastica femminile (previsto a Udine a inizio ottobre) che mette in relazione Tina Modotti con Tina Anselmi e Tina Merlin, tre donne del Nordest protagoniste, in modi diversi, della storia culturale, civile e politica del Novecento.

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La parabola fotografica di Modotti fu breve, ma intensa: in meno di un decennio sviluppò un linguaggio capace di unire ricerca estetica e attenzione alla realtà sociale, mettendo al centro la dignità delle persone. Forse è proprio questa la ragione per cui i suoi scatti continuano a parlarci e pongono una domanda ancora attuale sul rapporto tra arte e responsabilità: che cosa può fare un’immagine davanti alle ingiustizie del proprio tempo? Per Tina Modotti, a un certo punto, la risposta fu persino quella di smettere di fotografare e di entrare direttamente nella storia.