Tutti raggiungibili, sempre e ovunque. È la formula gentile del nostro tempo: sul treno, al bar, nella sala d’attesa, ciascuno dispone di cuffie, schermo, notifiche e forse tre gruppi di famiglia, ma il vicino potrebbe perdere un bottone, un treno o la pazienza senza che gli si rivolga la parola. Siamo diventati una specie di centralino perfettamente attrezzato nel quale nessuno risponde a voce.
Il Guardian ha posto la domanda con una semplicità quasi imbarazzante: stiamo diventando troppo silenziosi? Leggo che Valeria A. Pfeifer e Matthias R. Mehl, in un’analisi pubblicata nel 2026 su Perspectives on Psychological Science, hanno riunito i dati di 22 studi, basati su registrazioni a intervalli della vita quotidiana di 2.197 persone dai 10 ai 94 anni. Fra il 2005 e il 2019 il modello ha stimato, per ogni anno trascorso, 338 parole pronunciate in meno al giorno; fra chi aveva meno di 25 anni, 451. Naturalmente non significa che la sottrazione continui ancora oggi con la puntualità di una rata, né che nel 2035 saremo ridotti a ordinare il caffè indicando la tazzina. Però il conto esiste.
La colpa, si dirà, è dello smartphone. Povero apparecchio: gli abbiamo già affidato l’amicizia, il lavoro, le fotografie dei bambini, le discussioni politiche, il buongiorno illustrato e adesso vorremmo anche citarlo come unico responsabile. Una parte delle parole, infatti, non è svanita: si è infilata nelle chat, nei messaggi, nei vocali, nelle riunioni da remoto. Gli stessi ricercatori considerano la tecnologia una spiegazione possibile, non l’intera spiegazione. Forse sbaglio, ma quando un fenomeno non entra tutto nel telefono bisogna guardare anche la stanza.
E nella stanza, a quanto risulta, ci siamo sempre meno. Negli Stati Uniti, un’analisi dei dati dal 2003 al 2020, richiamata anche dal Surgeon General, ha registrato meno tempo trascorso di persona con gli amici e più tempo passato da soli. Fra i giovani dai 15 ai 24 anni, gli incontri quotidiani in presenza sono scesi da circa 150 minuti a 40: quasi il 70 per cento in meno. Sono dati americani e sarebbe sciocco appiccicarli all’Italia come un’etichetta su una valigia; ma la scena ci è familiare. Possiamo essere reperibili dalla colazione alla buonanotte e non avere nessuno davanti al quale esitare, ridere male, cambiare discorso.
Qui finisce la piccola commedia delle cuffie e comincia una faccenda più seria. Lo studio di Pfeifer e Mehl non dimostra che parlare meno provochi solitudine, depressione o malattie cardiovascolari; e il silenzio, sia chiaro, non è un’infermità. Talvolta è riposo, concentrazione, perfino salvezza — soprattutto dopo certe riunioni. Ma la connessione sociale è un fattore di salute ben documentato, e l’advisory del Surgeon General del 2023 ha ricordato che isolamento e solitudine sono associati a una mortalità maggiore.
I numeri, quando arrivano, hanno poca voglia di scherzare: una scarsa connessione sociale è legata a un aumento del rischio di cardiopatia del 29 per cento e di ictus del 32 per cento; negli anziani, isolamento cronico e solitudine sono stati associati a un rischio di demenza più alto di circa il 50 per cento. Il paragone più celebre parla di un impatto sulla mortalità simile a quello di fino a 15 sigarette al giorno. Non è un’equivalenza biologica — nessuno propone di applicare ai solitari il bollino dei tabaccai — ma una misura epidemiologica del peso che possono avere le relazioni.
Non occorre istituire l’Ente nazionale della chiacchiera, con moduli, sportelli e una quota minima di parole entro mezzanotte. Non tutte le conversazioni nutrono e non tutti i silenzi impoveriscono. Il problema nasce quando il silenzio coincide con una sottrazione metodica: meno telefonate, meno incontri, meno discorsi senza utilità, meno occasioni di cogliere una voce che trema, una pausa troppo lunga, un sorriso che nel messaggio arriverebbe sotto forma di faccina gialla.
La domanda, allora, non è quante parole produciamo, come se la lingua fosse una fabbrica di bulloni. È quante relazioni continuiamo ad alimentare con presenza, tempo e attenzione. Per questo la salute pubblica non può limitarsi a raccomandare al singolo cittadino di procurarsi qualche amico, possibilmente entro l’ora di cena: contano le comunità, le scuole, i luoghi di lavoro, gli spazi che rendono l’incontro facile oppure lo trattano come un intralcio.
Non serve dichiarare guerra alla tecnologia; sarebbe una guerra annunciata per telefono e perduta in chat. Serve distinguere quando uno schermo tiene vivo un legame e quando lo rende tanto efficiente da eliminare la voce, l’attesa, l’imprevisto, cioè proprio ciò che faceva dell’altro una persona e non una notifica. Sul treno resteranno le cuffie. Ogni tanto, però, converrebbe lasciare libero almeno un orecchio.
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Emma Beddington, “Every year, humans speak less and less. That’s bad news, even if you hate mindless chit-chat”, The Guardian, 17 agosto 2026.
Valeria A. Pfeifer, Matthias R. Mehl, “Sliding Into Silence? We Are Speaking 300 Daily Words Fewer Every Year”, Perspectives on Psychological Science, 2026. DOI: 10.1177/17456916261425131.
Viji Diane Kannan, Peter J. Veazie, “US trends in social isolation, social engagement, and companionship — nationally and by age, sex, race/ethnicity, family income, and work hours, 2003–2020”, SSM – Population Health, 21, 101331, 2023. DOI: 10.1016/j.ssmph.2022.101331.
Office of the U.S. Surgeon General, “Our Epidemic of Loneliness and Isolation: The U.S. Surgeon General’s Advisory on the Healing Effects of Social Connection and Community”, U.S. Department of Health and Human Services, 2023.

