di
Serena Palumbo

La sorella del magistrato ucciso dalla mafia: «Mio fratello non lavorava per il governo di Giulio Andreotti. Giovanni Falcone lavorava per lo Stato italiano»

Maria Falcone replica a Marco Travaglio e difende la memoria del fratello Giovanni, dopo un passaggio pubblicato sul Fatto Quotidiano nella rubrica Ma mi faccia il piacere. Al centro della polemica, un commento del giornalista a un articolo del Foglio firmato da Luciano Violante, Pietro Grasso e Giuseppe Ayala, nel quale si diceva che Giovanni Falcone non avrebbe mai cenato con Valter Lavitola. «Ho letto oggi un passaggio dedicato a mio fratello Giovanni che mi ha profondamente amareggiata», scrive Maria Falcone, in un post pubblicato sui social della fondazione in memoria del magistrato ucciso dalla mafia. E poi continua: «Commentando l’articolo del Foglio del 14 agosto, nel quale Luciano Violante, Pietro Grasso e Giuseppe Ayala affermano che “Falcone non avrebbe cenato con Lavitola”, Travaglio liquida la questione con una battuta: “Lavorava solo nel governo di Giulio Andreotti”. È una frase che trovo indegna, un esempio di cattivo giornalismo, costruito sulla battuta anziché sulla verità dei fatti». E puntualizza che «mio fratello non lavorava per il governo di Giulio Andreotti. Giovanni Falcone lavorava per lo Stato italiano».

La sorella del magistrato ucciso dalla mafia il 23 maggio del 1992, ha poi ricostruito le ragioni che portarono il fratello, nel 1991, ad accettare l’incarico di direttore generale degli Affari penali al ministero della Giustizia. Scelta che non rappresentò un avvicinamento alla politica, né un abbandono della Sicilia: «Quando Giovanni accettò l’incarico non lasciò Palermo per avvicinarsi alla politica: fu Palermo, in qualche modo, a costringerlo ad andare via. Era stato progressivamente isolato, delegittimato e ostacolato, anche a causa dei timori suscitati dalle sue più diverse amicizie e connivenze e di una certa diffusa invidia, proprio mentre conduceva la battaglia più difficile contro Cosa nostra». A contribuire a quel clima, aggiunge Maria Falcone, furono «una certa politica furono «una certa politica, un cattivo giornalismo che, allora come ora, preferiva il sospetto alla verità dei fatti e, dolorosamente, anche una parte della stessa magistratura e diversi suoi colleghi. Giovanni non abbandonò la lotta alla mafia: la portò nel cuore dello Stato». 



















































E ancora, Maria Falcone rivendica nel suo discorso il valore istituzionale del periodo trascorso dal fratello al ministero. Un anno e mezzo circa, sostiene, nel quale il magistrato trasformò l’esperienza maturata nella lotta alla criminalità organizzata in nuovi strumenti di contrasto a Cosa nostra: «Quello che qualcuno oggi maldestramente tenta di rappresentare con una battuta come una vicinanza a un governo fu, in realtà, uno dei periodi più importanti della sua vita istituzionale: un anno e mezzo o poco meno nel quale riuscì a trasformare anni di esperienza nella lotta alla mafia in strumenti concreti dello Stato contro Cosa nostra. Giovanni non apparteneva a un governo. Non apparteneva a un partito, mentre oggi molti rincorrono il consenso della politica. Giovanni Falcone apparteneva e appartiene allo Stato, alla Repubblica e a tutti gli italiani».

Il richiamo finale è alla memoria delle vittime delle stragi mafiose. E, soprattutto, al loro onore. «Considero ancora più doloroso vedere il suo nome utilizzato, trentaquattro anni dopo la strage di Capaci, come argomento di una polemica politica. Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e gli uomini delle loro scorte sono tra i morti che più onorano l’Italia e, se non si riesce ad avere rispetto della loro storia, qualche volta il silenzio è la scelta più dignitosa».

Sulla vicenda è intervenuta anche Rita Dalla Chiesa, deputata di Forza Italia:  «Vicinissima a Maria Falcone per l’ennesimo schiaffo ricevuto oggi alla memoria di suo fratello, Giovanni. Lui non lavorava per il governo Andreotti. Lui lavorava per una giustizia che a Palermo, in quel periodo, non riusciva a uscire dai cassetti del Tribunale. Proprio perché c’era qualcuno, a Roma, che non voleva che uscisse. Una giustizia che per essere ascoltata si dovette trasferire a Roma, grazie al ministro Martelli. Non posso accettare, come persona che quel periodo l’ha vissuto con grande dolore per tutto quello che stava vivendo il giudice Falcone, che il suo nome possa anche essere “solo” associato a quello del governo Andreotti. Un forte abbraccio a Maria Falcone». 


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17 agosto 2026 ( modifica il 17 agosto 2026 | 19:38)