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Matteo Persivale, inviato a New York e Greta Privitera

Teheran si prepara a intensificare il conflitto. Il Pentagono riduce le esercitazioni con Seul

«Li bombarderemo di brutto, gli faremo un mazzo tanto se soltanto l’Oman prova a mettersi in mezzo». Storicamente, l’Oman è stato il primo Stato del Golfo a firmare un accordo militare formale con Washington, già nel 1980. Fornendo accesso a basi aeree e strutture portuali oltre a interoperabilità (cioè esercitazioni militari congiunte), lotta comune alla pirateria (quel che ne resta), e ciliegina sulla torta geopolitica un accordo bilaterale di libero scambio (2009). Il modus operandi di Trump, però, è più quello delle torte in faccia: ecco così che in un’intervista telefonica con un giornalista di Fox News, Trey Yingst, ha minacciato l’Oman, testualmente, di «bomb the shit out of them», facendo ricorso a una greve espressione di slang che ama ma che era inedita, prima di lui, per oltre due secoli, nel lessico della Casa Bianca.

L’Oman confina con il lato meridionale di Hormuz, ufficialmente è neutrale pur avendo subito attacchi da parte dell’Iran, e sta svolgendo un ruolo chiave nei negoziati per la riapertura della via navigabile, ruolo che Trump evidentemente non apprezza. Ma sul fronte dello Stretto pare che qualcosa si muova. «È stata raggiunta un’intesa sulla mappa delle rotte di transito» tra Iran e Oman, ha detto il portavoce del ministro degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ammettendo che il processo si sia trascinato più del previsto, ma che «per la prima volta si sta cercando un meccanismo che tuteli insieme sovranità e transito delle navi». Una rotta sicura, promette Teheran. Sicura, si fa per dire. Ieri una petroliera degli Emirati è stata fermata vicino all’isola di Qeshm per non aver rispettato le regole imposte dalla Repubblica islamica.



















































Trump minaccia l’Oman, l’Iran bombarda i curdi

E mentre sulla carta si negozia il futuro di quel braccio di mare, sul terreno l’Iran sembra allenarsi a tutt’altro copione. Secondo il Wall Street Journal, Teheran avrebbe usato i 60 giorni di tregua non per fare diplomazia, ma per produrre missili e droni e piazzare falchi nei posti chiave, come chi si prepara a intensificare un conflitto invece di chiuderlo. Il sospetto ha trovato conferma proprio ieri, quando droni iraniani hanno colpito nel Kurdistan iracheno l’ufficio del premier Barzani. Un attacco «sconsiderato» dice lui, in una regione che da mesi paga le schegge di una guerra non sua.

In questo quadro non sorprende la nuova mossa di Trump, che ha ordinato al Pentagono di ridurre le esercitazioni militari congiunte con la Corea del Sud, citando il suo rapporto positivo di lunga data con il leader nordcoreano Kim Jong Un, e facendo traballare i delicati equilibri anche in quella regione. Alla vigilia delle grandi manovre annuali dell’Ulchi Freedom Shield, undici giorni di esercitazioni, ha annunciato via Truth Social di aver incaricato il segretario alla Difesa Pete Hegseth di «ridurre sostanzialmente» la partecipazione americana.

Le ragioni, gli «ottimi rapporti» con Kim Jong Un, e una ritorsione verso il presidente sudcoreano Lee Jae Myung, che secondo Trump aveva rifiutato di unirsi agli sforzi Usa per la denuclearizzazione dell’Iran. Non c’è bisogno di ricevere, come Trump, il briefing top secret quotidiano dell’intelligence, bastava leggere ieri il Washington Post per trovarne la sostanza nell’editoriale principale, «la Corea del Nord ha circa 50 testate assemblate e materiale fissile sufficiente per arrivare a 90», si legge sul quotidiano, «le crescenti preoccupazioni sulla credibilità della garanzia di sicurezza americana hanno portato Corea del Sud e Giappone a iniziare a considerare apertamente ciò che una volta era impensabile, costruire le proprie armi nucleari».

17 agosto 2026