di
Ivo Stefano Germano

Basta entrare in un autogrill e restare basito, stordito dai prezzi. La cosa più economica è il Gratta e vinci, per il resto è come stare in un casinò, dove dietro al banco non vi è un barista, ma un croupier

Devo un ringraziamento ad una TikToker pimpante e lesta nella creazione dei contenuti che in un video dice che l’estate dovrebbe essere un periodo in cui provare esperienze diverse. Ha proprio ragione. Basta entrare in un autogrill e restare basito, stordito dai prezzi

La cosa più economica è il Gratta e vinci, per il resto è come stare in un casinò, dove dietro al banco non vi è un barista, ma un croupier. Dopo tanti segnali deboli, uno forte, fortissimo. Noir. Stenti a pronunciarne il nome, se costretto ad una sosta esorcizzando ombre e presentimenti di un vero e proprio salasso



















































Evocato, applicato, impalato nel cuore debole della crisi prima che economica, sociale dei tanti che un tempo appartenevano al ceto medio. E, per converso, dei pochi, pochissimi che, ancora se lo possono permettere.

Autogrill è una parola, tuttavia, che viene da lontano, anche se muta impercettibilmente la sua filologia. Sapeva di mobilità, possibilità, partenze, vacanze, collegato alla rete autostradale e non solo, da dove si parte e si va. 

Piccola avvertenza per il lettore: non si tratta dell’ennesimo viaggio in Italia, espediente per autori spompati e forma svenevole di letteratura d’occasione, ma un processo d’individuazione sul non detto e il contraddetto, nonché la consapevolezza generalizzata di un possibile stato d’animo fra lo sconforto e l’impotenza, solo in parte dovuto a società de-strutturata, per eccellenza post, muliebre, disarticolata.

Solo che in fila ti accorgi che con quel listino prezzi qualcosa non ritorna. Il perché e non il come. Nessuna archeologia, ma tanta liturgia profana, quasi fosse un bassorilievo di una cattedrale romanica che nulla concede a formule, modelli, logiche e parabole, ma che, spontaneamente, è guida all’ascolto degli umori e delle perplessità, al tempo stesso, lasciando un pertugio aperto alla sorpresa esistenziale e antropologica attorno al «paese dell’incontrario». 

Non solo un cambiamento di costume, ma un cambio di palco del teatro di un’estate sussultante fra vuoti e pieni. Il menu base indicato frettolosamente equivale ad un parametro secco, asciutto, icastico nel raffigurare il cambiamento di connotato sociale e culturale di una breve sosta all’autogrill.

Senza quasi che ce accorgessimo, ad un certo punto, abbiamo smesso di andare in chiesa, al cinema, alla partita

Ora, estate 2025, tocca alla scelta ponderatissima se fermarsi o meno all’autogrill. Inutile girarci intorno: la questione principale riguarda la natura e il confine, meglio, la sorte di uno dei grandi «non luoghi», termine teorico cardine, coniato dall’antropologo Marc Augè, cioè di uno spazio né identitario né sociale né storico, perché non vi si sostituiscono l’identità, non si stringono relazioni, non si sedimenta storia; l’uomo si ritrova solo ed è spinto al passaggio veloce, al provvisorio, all’effimero. Un luogo di consumo, un affare del presente.

Nota implicita dell’area di sosta di un luogo fisico, punto di aggregazione, sempre meno metaforico. Incapace di elaborare fenomenologia, nobilitare la cultura pop. 

L’autogrill è sempre stato eccentrico rispetto agli snobismi della miriade di parrocchie culturali. Non c’era scimmiottamento alcuno in un Camogli metà rovente e metà ghiacciato, in un cono gelato, in un caffè. Materiale culturale eccellente per comprendere la contemporaneità. Non più immutabile. Un tocco di vita quotidiana, tanto, ma tanto caro. Tutto è cambiato.


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22 agosto 2025 ( modifica il 23 agosto 2025 | 00:12)