Può un animale sapere che cosa significa morire? Il caso di Koko, la gorilla capace di comunicare attraverso centinaia di segni, resta uno degli episodi più affascinanti e controversi nello studio della mente animale.

Quando le chiesero dove andassero i gorilla dopo la morte, la sua risposta fu sorprendente: “comfortable hole, bye”, qualcosa come “buco confortevole, addio”. Non è la prova che immaginasse un aldilà. Ma apre una domanda molto più grande: quanto comprendono davvero gli animali della morte?

Per quasi mezzo secolo Koko è stata uno degli animali più famosi al mondo. Gorilla femmina nata nel 1971 allo zoo di San Francisco, venne seguita dalla psicologa Francine “Penny” Patterson nell’ambito di un lungo progetto sulla comunicazione tra esseri umani e grandi primati.

Koko non poteva parlare come un essere umano, ma imparò a utilizzare un sistema di segni derivato dall’American Sign Language. Secondo la Gorilla Foundation, il suo vocabolario arrivò a superare i mille segni, mentre la comprensione di parole inglesi sarebbe stata ancora più ampia. Proprio alcune delle conversazioni attribuite a Koko hanno attraversato i decenni, entrando nell’immaginario collettivo. Nessuna, probabilmente, quanto quella relativa alla morte.

“Dove vanno i gorilla quando muoiono”? Koko aveva circa sette anni quando uno dei suoi interlocutori le pose una serie di domande molto particolari.

Alla domanda su quando morissero i gorilla, Koko rispose con due segni traducibili approssimativamente come “problemi, vecchio”. Poi arrivò la domanda decisiva: dove vanno i gorilla quando muoiono?

La sequenza registrata fu: “comfortable hole bye”.

Letteralmente: “buco confortevole, addio”. Quando le venne chiesto invece come si sentissero i gorilla morendo, Koko utilizzò il segno corrispondente a “sleep”, sonno. Le frasi sono riportate nelle ricostruzioni del lavoro di Patterson e furono documentate già negli anni Ottanta. È soprattutto quel “comfortable hole” ad aver alimentato negli anni interpretazioni quasi filosofiche: Koko avrebbe immaginato un luogo nel quale si va dopo la morte? La risposta scientificamente corretta è: non possiamo saperlo.

Attribuire a quei tre segni una concezione dell’aldilà sarebbe un salto interpretativo enorme. Eppure liquidarli semplicemente come rumore o imitazione potrebbe essere altrettanto semplicistico.

La domanda interessante è un’altra: Koko possedeva almeno una rappresentazione mentale della differenza tra essere vivi ed essere morti?

Il gattino che Koko perse Un altro episodio rende la questione ancora più affascinante. Nel 1984 Koko ricevette un piccolo gatto, al quale venne dato il nome All Ball. Tra i due si sviluppò un rapporto molto stretto. Quando il gatto morì investito da un’automobile, Patterson raccontò che Koko manifestò comportamenti interpretati come tristezza e utilizzò segni associati al pianto e alla sofferenza. In successive interazioni avrebbe indicato il gatto con espressioni comprendenti anche il concetto di “sonno”. Ancora una volta bisogna evitare una conclusione automatica. Provare sofferenza per la scomparsa di qualcuno non significa necessariamente possedere una concezione astratta della morte. Ma episodi simili acquistano un peso diverso quando vengono confrontati con ciò che oggi sappiamo sul comportamento di molte altre specie.

È nata una vera scienza della morte negli animali. Negli ultimi anni si è sviluppato un campo di ricerca specifico chiamato tanatologia comparata, che studia il comportamento degli animali davanti a individui morenti o morti. Gli studiosi osservano che le reazioni alla morte non appartengono esclusivamente alla nostra specie. Comportamenti particolarmente complessi sono stati descritti soprattutto nei primati, negli elefanti, nei cetacei e nei corvidi. Si tratta, curiosamente, di gruppi molto lontani dal punto di vista evolutivo ma accomunati da elevata complessità sociale, lunghi rapporti parentali e notevoli capacità cognitive. Scimpanzé e altri primati possono rimanere accanto a un compagno morto, toccarlo, esaminarne il corpo oppure modificare il proprio comportamento dopo la perdita. In alcune popolazioni di scimpanzé è stato osservato anche il trasporto per giorni o settimane dei piccoli morti da parte delle madri. La spiegazione di questi comportamenti resta discussa: possono riflettere attaccamento, difficoltà a interrompere le cure materne o una qualche comprensione progressiva dell’irreversibilità della morte.

Gli elefanti costituiscono uno dei casi più impressionanti. Sono stati osservati mentre esplorano con particolare attenzione carcasse e ossa di altri elefanti, utilizzando soprattutto proboscide e zampe. Non significa necessariamente che celebrino una sorta di funerale, come talvolta viene raccontato. Ma il comportamento appare sufficientemente particolare da aver attirato da anni l’attenzione degli etologi. Analogamente, nei cetacei sono stati descritti casi di femmine che continuano a sostenere o trasportare piccoli morti. Sono immagini potentissime per l’osservatore umano. Ma proprio per questo rappresentano una sfida scientifica: dobbiamo evitare di tradurre automaticamente il comportamento animale nelle categorie emotive della nostra specie.

Capire la morte non significa necessariamente sapere che moriremo.

Qui emerge una distinzione fondamentale. Quando diciamo che un essere umano “comprende la morte” includiamo molte idee contemporaneamente: sappiamo che la morte è irreversibile, che tutte le funzioni biologiche cessano, che riguarda tutti gli esseri viventi e soprattutto che un giorno riguarderà anche noi. È possibile però che queste componenti non debbano essere necessariamente presenti tutte insieme.

Alcuni studiosi propongono quindi una definizione minima: un animale potrebbe possedere una rudimentale comprensione della morte se riconosce che un individuo morto è entrato in uno stato irreversibile nel quale non può più comportarsi come prima.

Non servirebbe, in altre parole, immaginare il proprio futuro funerale per capire che un compagno che non respira, non reagisce e non si muove non tornerà più a essere quello di prima.

Questa ipotesi cambia completamente la prospettiva. La coscienza della morte potrebbe non essere un interruttore acceso o spento, ma una scala di comprensione. E allora Koko che cosa aveva capito? È probabilmente impossibile ricostruirlo con certezza. Gli studi linguistici su Koko sono stati oggetto di critiche metodologiche. La stessa ripubblicazione di National Geographic del famoso articolo di Patterson del 1978 avverte oggi che la ricerca successiva sul linguaggio dei primati ha prodotto un quadro molto più complesso rispetto a quello immaginato all’epoca.

Uno dei problemi riguarda inevitabilmente l’interpretazione. Koko utilizzava segni in conversazioni condotte da esseri umani che la conoscevano profondamente. Una sequenza gestuale poteva essere ambigua; il contesto della domanda poteva suggerire determinate risposte e il ricercatore poteva inconsapevolmente attribuire maggiore coerenza a una combinazione di segni. È il problema dell’antropomorfismo: vedere intenzioni e pensieri umani dove potrebbero esserci meccanismi più semplici. Ma esiste anche il rischio contrario: quello di rifiutare capacità cognitive animali semplicemente perché non assumono la nostra stessa forma.

Il confine tra emozione e coscienza La vera eredità scientifica del caso Koko potrebbe essere proprio questa. Non sappiamo se quella gorilla pensasse alla morte come noi. Non sappiamo se “comfortable hole” fosse un’immagine mentale, un’associazione costruita nel tempo oppure semplicemente una combinazione di segni prodotta nel contesto della conversazione. Sappiamo però che oggi sarebbe sempre più difficile descrivere gli animali socialmente complessi come organismi incapaci di riconoscere la perdita. La ricerca sulla tanatologia comparata mostra che numerose specie distinguono in qualche modo gli individui vivi da quelli morti e modificano profondamente il proprio comportamento davanti alla morte. Da qui a dire che contemplino la propria mortalità, immaginino un “dopo” oppure costruiscano concetti spirituali c’è ancora una distanza enorme. Ed è proprio quella distanza a rendere il caso di Koko tanto affascinante. Perché forse la domanda più interessante non è se quella gorilla sapesse spiegare che cosa c’è dopo la morte. È capire quanto del mondo interiore degli altri animali continui ancora oggi a sfuggirci semplicemente perché non possediamo un linguaggio comune con cui chiederglielo.