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Redazione Roma
Il legale: «Valutiamo se è necessario integrare la confessione del 12 agosto in vista dell’udienza del Riesame che si terrà la settimana prossima. Non vuole ritrattare ma chiarire»
«Sono qui oggi per parlare con Lavitola e verificare se è necessario integrare la confessione del 12 agosto in vista dell’udienza del Riesame che si terrà presumo la settimana prossima». A parlare è stato in mattinata l’avvocato Arturo Cola, fermatosi con i giornalisti poco prima di entrare nel carcere di Rebibbia per un colloquio con Valter Lavitola, detenuto per essere il mandante dell’attentato a Sigfrido Ranucci. «Non si tratta di ritrattare o dire cose diverse ma si tratta semplicemente di puntualizzare e offrire un’interpretazione autentica di ciò che è già stato riferito. Questo ci è possibile perché al Riesame si possono fare dichiarazioni spontanee».
Ora, Cola, uscendo dal carcere, ha rilasciato nuove dichiarazioni emerse in seguito al colloqui. L’avvocato precisa che «Lavitola vive una condizione psicologica certamente non facile, perché per una scelta autonoma (l’avvocato precisa che l’idea dell’attentato è opera esclusivamente del suo assistito, ndr) ha provocato dei guai a due persone che sono per lui un figlio, e parlo di Gomes, e un fratello in riferimento a Ranucci». Cola precisa che l’uomo è dunque «pentito di aver messo nei guai persone a cui tiene».
«Un mese prima Lavitola avvisò Ranucci sul rischio attentati»
In mattinata Cola aveva anche aggiunto: «Riteniamo che Lavitola avvisò Ranucci sul rischio di attentati prima di quanto avvenuto il 16 ottobre. C’è stato, infatti un incontro il 7 settembre nel corso del quale probabilmente Lavitola avvisò Ranucci dei pericoli che correva in ragione di possibili attentati. Questo quindi un mese e mezzo prima dell’attentato medesimo».
La scorsa settimana Lavitola, nel corso dell’interrogatorio di garanzia davanti al gip, ha ammesso di essere il mandante dell’attentato avvenuto nell’ottobre scorso davanti all’abitazione del giornalista e conduttore di Report Sigfrido Ranucci, sostenendo di averlo fatto per fargli innalzare il livello di protezione.
«A noi interessano i fatti – ha continuato ancora il legale -: in sede di interrogatorio di garanzia il mio assistito ha escluso che vi fosse un accordo preventivo sull’attentato».
«L’unico vero ordine era quello che non si dovesse far male a nessuno. È una cosa importantissima che emerge dagli atti in epoca non sospetta, il 2 luglio, quando uno degli esecutori ha dichiarato spontaneamente che nessuno voleva far male a nessuno», ha aggiunto Cola. «Il movente raffigura una questione certamente di rilevanza rispetto all’opinione pubblica, ma per le questioni penalistiche è una questione che secondo noi incide poco: se l’ha fatto per il bene di Ranucci, per la questione politica o per proteggerlo, cambia poco».
Nel frattempo i difensori dei quattro componenti la banda che ha piazzato l’ordigno fuori la villetta di Ranucci hanno depositato oggi la richiesta di interrogatorio ai pm della Dda di Roma. Si tratterebbe di un primo confronto con i magistrati visto che gli indagati si sono sempre avvalsi della facoltà di non rispondere. La richiesta arriva dopo la confessione di Lavitola durante la quale l’imprenditore ha sotenuto di averli mandati per una azione dimostrativa con modalità diverse. Colpi di pistola verso il muro dell’abitazione non una bomba. Non è escluso che i quattro vogliano fornire chiarimenti sul mandato ricevuto per l’azione.
Gli stipendi di Report
Intanto, Ranucci annuncia querele per la pubblicazione degli stipendi dei giornalisti di Report, a detta del conduttore «cifre false»: «La campagna di diffamazione contro i giornalisti e le giornaliste di Report oggi si arricchisce di un nuovo capitolo: i soldi – scrive Ranucci in un post su Fb -. Stamattina il quotidiano Il Tempo ha pubblicato cifre false e surrettizie spacciandole per stipendi dei giornalisti e delle giornaliste del programma. Le somme indicate sono scorrette e artatamente aumentate e non indicano affatto la retribuzione individuale dei singoli inviati ma il totale delle spese sostenute per la realizzazione dei singoli servizi. I giornalisti e le giornaliste di Report hanno per la maggior parte contratti di lavoro autonomo a partita Iva con la Rai e, in base al modello produttivo della trasmissione, autoproducono i propri servizi, pagando dunque di tasca propria i costi di trasferta, di montaggio e tutte le altre spese vive necessarie a condurre per mesi un’inchiesta» sottolineano nel comunicato.
«Le somme pagate per i servizi giornalistici vanno dunque solo in parte a pagare i compensi dei giornalisti, una gran parte copre le spese di produzione già sostenute dagli inviati. Grazie a questo modello produttivo, che scarica i costi vivi sui giornalisti, in questo modo li abbatte. Report è la trasmissione di approfondimento giornalistico meno costosa della prima serata Rai, con circa 150 mila euro a puntata, altre nella stessa fascia e sulla stessa rete arrivano a costare il doppio. Se qualcuno intende occuparsi davvero di compensi faraonici in Rai, deve indirizzare l’attenzione ad altri giornalisti, graditi alla politica, che negli ultimi anni sono stati messi alla guida di trasmissioni rivelatesi fallimentari».
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17 agosto 2026 ( modifica il 17 agosto 2026 | 17:11)
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