di
Luca Mastrantonio
La sera del 17 agosto 1978 Vittorio Emanuele di Savoia sta cenando al ristorante dell’isola (dove è esiliato) quando arriva il gruppo di italiani, costretti dal maltempo a rimandare il ritorno in Sardegna
L’estate del 1978 è la più calda di sempre, come ogni anno. Per combattere l’afa, sulla banchina di Porto Rotondo, in Sardegna, la mattina del 17 agosto, ci sono tre yacht pronti a salpare. A bordo una trentina di persone, tra aristocratici, ricchi borghesi e giovani benestanti, come Nicola Pende, detto Nicky, medico e noto playboy, separatosi di recente da Stefania Sandrelli. Il «Coke» è di Paolo Poma e della principessa Torlonia; poi c’è il «Master» del giovane Giovanni Malagò, figlio del presidente della a.s. Roma. E il «Mapagià», il cui nome è composto dalle iniziali di Mauro, Paolo e Giancarlo, i figli dell’ex presidente della Repubblica, Giovanni Leone. La barca ora è di un giovane marchese, Vittorio Guglielmi Grazioli Lante della Rovere, parente del duca sequestrato e ucciso dalla banda della Magliana. Anche per questo porta con sé una pistola.
In primavera le Brigate rosse hanno rapito il capo della Dc Aldo Moro, uccidendo gli uomini della scorta. E poi lui, dopo un finto processo. È il momento più buio della Repubblica. E Oltretevere non si scherza: mentre a Torino migliaia di fedeli visitano la Sindone, in Vaticano la sede è vacante. Il 1978 verrà ricordato come l’anno dei tre Papi. La meta della gita in barca è Cavallo, tra la Sardegna e la Corsica. Un’isola petrosa piena di insenature incantevoli, che da pascolo per le pecore è diventata prima una colonia di nudisti aristocratici, poi night a cielo aperto progettato da Jean Castel, infine consorzio privato di ville da sogno, l’isola dei vip. I comuni mortali l’hanno vista al cinema, dove l’isola è protagonista del film La cagna, con Catherine Deneuve e Marcello Mastroianni. Il regista, Marco Ferreri, è un habitué dell’isola, come Paolo Villaggio, ospite del principe Vittorio Emanuele di Savoia. Vic, come lo chiamano gli amici, ha destituito con un atto segreto il padre, l’ultimo Re d’Italia, Umberto II, perché non avrebbe dovuto accettare l’esito del referendum dove la Repubblica ha sconfitto la Monarchia.
Costretto all’esilio, considera l’isola il suo regno. Qui fa affari immobiliari, ha una villa in costruzione e un super yacht dei cantieri Riva. È suo quello ormeggiato a Cala di Palma, accanto al quale hanno dato àncora le tre barche di Porto Rotondo: l’«Aniràm», anagramma di Marina, la moglie che gli ha dato il piccolo Emanuele Filiberto. La sera del 17 agosto sta cenando al ristorante-hotel des Pecheurs quando arriva il gruppo di italiani, costretti dal maltempo improvviso nelle Bocche di Bonifacio a rimandare il ritorno. Si scambiano saluti, sguardi e qualche battuta, forse di troppo, ma niente che possa far andare di traverso crudités di pesce e champagne.
Alle 3 di notte la luna è alta in un cielo sgombro. Tra chi è tornato alle barche e chi ha preso una stanza all’hotel sono quasi tutti a letto. Tranne l’uomo che a Cala di Palma sale su un gommone con un fucile. Raggiunge il gruppo di barche ormeggiate vicino all’«Aniràm». Si ferma a poppa di quella più vicina, libera un canottino, poi tocca delle bombole che iniziano a fischiare. Un uomo, nudo, esce da sottocoperta e lo fronteggia. Volano insulti, interrotti da un colpo. Si sente un secondo colpo. Seguito da un tonfo, grosso. I due sono finiti in acqua e da sotto vedono il cielo rosso, illuminato da un razzo. Non si è ancora spento, quando ne viene sparato un secondo.
Il primo uomo a riemergere sale sul canotto con il fucile e torna a riva. È nudo, come l’altro, che sale sulle barche, dove vengono puntati i fari gialli di una jeep dalla spiaggia. Sugli yacht si è spenta la confusione attorno al marchese, intenzionato a reagire con la sua arma. Ma il silenzio dura poco, rotto dal grido di un’ombra che avanza barcollando sulla coperta della barca più lontana da riva. Il costume sporco di sangue, urla «Anestesia, anestesia». Birgit, che dormiva un paio di barche accanto, riconosce la voce di Dirk, il fratello. Lo soccorre, mentre lui invoca la mamma, il papa, e chiede da bere, da bere del latte, prima di perdere i sensi. Le dicono chi è stato a sparare, ma lei non sa chi sia questo principe: «Urlava contro gli italiani di merda», ripete, «diceva vi ammazzo tutti… Mio fratello è tedesco, dormiva tranquillo, cosa c’entra?». I due fratelli non erano presenti al ristorante, troppo costoso per loro.
Dopo il primo soccorso ricevuto dal medico dell’isola, e la vana attesa di un elicottero del conte Agusta, amico del principe, il ferito è portato via mare a Bonifacio e poi a Porto Vecchio. Con le prime luci dell’alba, il 18 agosto, arriva la gendarmerie. Il Savoia racconta di essere andato a recuperare il canotto del figlio, che gli era stato sottratto. Si è trovato di fronte uno sconosciuto che, dice, l’ha aggredito verbalmente. Il fucile? L’ha portato per legittima difesa. Sì, ha sparato due colpi, ma senza voler colpire nessuno. Firma il verbale dove si prende la responsabilità del ferimento e consegna l’arma, una carabina M1 Winchester: è un fucile semiautomatico, il suo porto d’armi che ha non vale per un’arma da guerra. La consegna con il caricatore dove ci sono gli altri proiettili, tutti rivestiti in rame, per rendere il colpo più potente. Possono colpire un elefante. Anche se a Cavallo, di elefanti, non ce ne sono.
La Pende conferma che c’è stata una colluttazione sul «Coke», dice che il principe li chiamava «ladri di gommoni, drogati» e sottolinea di averlo affrontato disarmato, gli è saltato addosso dopo aver rischiato di venire colpito. Sulle barche i rilievi indicano che il proiettile ha bucato il finestrino della pilotina del «Mapagià» dove dormiva Dirk e prima ancora lo scafo di un’altra barca. A bordo del «Mapagià» si cerca un’altra arma, la pistola calibro 38 del marchese. Ma è scomparsa, l’ha presa il guardiano dell’isola, temeva potessero usarla contro il principe. La ridà ai gendarmi mostrando che mancano dal tamburo due colpi, poi annusa la canna: ancora calda, dice platealmente. I gendarmi la riprendono in consegna, vanno dal proprietario e gliela ridanno, il porto d’armi è in regola. Questa leggerezza sarà un elemento che peserà molto, al processo. Così come l’assenza di rame dalla porzione di piombo, 4,16 grammi, estratta dal corpo di Dirk. All’epoca dubbi non c’erano. C’era l’arma e il reo confesso, che viene trasferito ad Ajaccio, in carcere. «Monsieur Savoia», scrivono sulla cella.
A Porto Vecchio Dirk ha perso conoscenza. Con il blocco della circolazione si rischia di perdere la gamba, serve una struttura più attrezzata. Lo portano in aereo a Marsiglia, dove è sottoposto a più operazioni, a dialisi e a una parziale amputazione. Quando si risveglia è circondato da medici. Due di loro gli restano accanto e si tolgono la mascherina: sono il padre, arrivato dalla Germania, e la madre. I genitori sono medici anche loro. Affiancano i colleghi francesi, finendo presto in contrasto con alcune valutazioni, e alla fine decidono di portare il figlio a Heidelberg. Qui, secondo quanto il padre riferisce ai giornalisti, il ragazzo migliora. «Un miracolo», dice il padre, che non crede ai miracoli ma è convinto che la sua presenza costante, le sue amorose cure siano state determinanti per superare quel senso di imprigionamento che l’ospedale francese gli trasmetteva. Sarà questa visione psicologica il cuore della futura teoria pseudomedica del padre di Dirk, Geerd Hamer, la Nuova medicina germanica, con cui pretende di curare ogni malattia, e invece condanna ad atroci sofferenze malati e moribondi. Ma il miracolo, per Dirk, non c’è stato.
La morte. Il 7 dicembre 1978 è la sua prima notte di quiete. I funerali sono al Cimitero acattolico di Roma. «È finita» mormora Umberto, l’amico di Dirk, quando vede la bara sottoterra. Lui era sul «Mapagià» quella notte, accanto a Dirk. Non si era fatto interrogare dai gendarmi per evitare guai, quell’estate era in permesso dal servizio militare, non poteva sconfinare. Gli altri sono stati interrogati, sì, ma ad eccezione di Birgit e Pende non saranno tra i testimoni del processo, che si svolgerà 13 anni dopo. Dirk è morto, una prima volta nel 1978. Poi nel 1991, quando il tribunale di Parigi ha assolto il Savoia.
Morirà altre volte, e muore tuttora, ogni volta che qualcuno si affida alla Nuova medicina germanica che il dottor Hamer ha battezzato nel nome del figlio. L’amico Umberto, in quell’inverno del 1978, non poteva sapere che la storia non sarebbe finita lì. Anche lui, come gli altri, aspettava solo che una nuova estate prendesse il posto di quella vecchia. Un’altra estate come le altre, la più calda di sempre.
18 agosto 2026 ( modifica il 18 agosto 2026 | 07:56)
© RIPRODUZIONE RISERVATA