di
Paolo Valentino

La promotrice del «sì» al referendum del 29 agosto: «Trump ci ha confuso più volte con la Groenlandia»

Snaerós Sindradóttir, 34 anni, è giornalista, docente universitaria, manager dell’arte e proprietaria di Sind, una delle più celebri gallerie di Reykjavík. Ma da un anno Sindradóttir è anche direttrice esecutiva del Movimento europeo, l’organizzazione che si batte per l’ingresso dell’Islanda nell’Ue. «Penso che la nostra sicurezza sarebbe molto meglio garantita se entrassimo nell’Unione», dice al telefono dalla capitale islandese.

Difesa comunitaria o sovranità sulla pesca? Il dilemma dell’Islanda al voto sull’adesione all’Ue

Il pareggio nei sondaggi

In realtà, l’isola del Nord Atlantico non c’è nel gruppo dei Paesi ufficialmente candidati a far parte del club dei Ventisette. Negoziati di adesione con Bruxelles vennero aperti nel 2009, ma la domanda venne ritirata unilateralmente nel 2015 dal governo islandese. Ma in quel plotone l’Islanda potrebbe tornare presto. Di più, se accadesse potrebbe addirittura superare d’un balzo tutti gli altri aspiranti, avendo già tutte o quasi le carte in regola. Il 29 agosto, infatti, il Paese è chiamato a referendum, per decidere se riaprire negoziati di adesione con la Commissione europea.



















































Il rovello Europa sì o no spacca il Paese. L’esito del voto si annuncia sul filo del rasoio: un sondaggio condotto dal gruppo DV e pubblicato nelle scorse settimane dà i favorevoli al 53% con i contrari al 47%, quasi dentro i margini di errore. Anche in caso di vittoria del sì, sarebbe comunque solo un primo passo e l’eventuale adesione avrebbe bisogno di un’altra consultazione popolare.

Nella riscoperta dell’opzione europea da parte dell’Islanda, un ruolo cruciale ha giocato Donald Trump e la sua minaccia di annettersi la Groenlandia: «Non è molto rassicurante il fatto che più volte il presidente americano, in apparenza confuso, abbia detto Islanda invece di Groenlandia», dice Sindradóttir, che da qualche mese si è messa in congedo dalla galleria per prendere la leadership della campagna per il sì.

Meno abitanti di Malta

Con appena 400 mila abitanti, che ne farebbero il più piccolo Paese dell’Ue per popolazione, l’Islanda non ha un esercito. La sua sicurezza è sempre stata garantita dalla Nato, di cui è uno dei Paesi fondatori. L’isola inoltre ha un accordo bilaterale di difesa con gli Stati Uniti, che durante la Guerra Fredda mantenevano una grande base militare non lontano da Reykjavík. La presenza di truppe americane è cessata nel 2006. Ora, con l’amministrazione Trump, ogni certezza è svanita. «Data la congiuntura geopolitica — spiega Sindradóttir — sarebbe più saggio fare affidamento sui nostri veri alleati e amici in Europa».

E le preoccupazioni strategiche non finiscono qui. Non è da oggi, infatti che l’Islanda deve guardarsi da Mosca: «Le navi russe circolano numerose nella nostra zona economica e sappiamo che controllano le nostre infrastrutture», ha detto a Politico la ministra degli Esteri, Katrín Gunnarsdóttir.

In verità, l’isola è già legata strettamente all’Ue: è nello spazio Schengen e fa parte dell’Eea, l’area economica europea, che permette la libera circolazione di merci, servizi, capitali e persone con la maggior parte dei Paesi dell’Unione.

I vantaggi di un’adesione, secondo i favorevoli, sarebbero in primis economici: «Essere fuori dall’euro ci costa troppo, in termini di inflazione e alti tassi di interesse», spiega Pawel Bartoszek, presidente della Commissione esteri del Parlamento. «Attualmente, per via dell’instabilità della nostra moneta, la króna, i prezzi dei prodotti alimentari da noi sono il triplo di quelli medi europei», spiega Gunnarsdóttir.

I fautori del no tirano in ballo il senso della libertà che è parte del Dna nazionale e il controllo democratico: «Se fossimo membri dell’Ue, daremmo il potere a qualcuno di fissare regole che non potremmo controllare», dice Haraldur Ólafsson, presidente di Heimssyn, organizzazione che da anni si batte contro l’adesione all’Europa. Più concreta è la critica di Ragnar Grímsson, presidente della Repubblica tra il 1996 e il 2016: «Abbiamo appena 600-700 dipendenti pubblici nei ministeri chiave, lontani dall’Europa e da Bruxelles. Sarebbe impossibile far sentire la nostra voce a fronte di decine di migliaia di funzionari europei e di un esercito di lobbysti»

La superpotenza ittica

Ma anche se il sì dovesse prevalere, il diavolo come sempre si nasconderebbe nei dettagli. Nel caso specifico, in realtà, molto più di un dettaglio trattandosi della pesca, la vera ricchezza nazionale, 40% di tutte le esportazioni islandesi. Che poi fu il vero motivo del fallimento delle trattative nel 2013. Non è cambiato molto da allora. L’Islanda non vuole e non può rinunciare al «controllo sovrano» delle sue ricche aree di pesca, come invece è previsto dalla politica comune europea. «Nella pesca siamo una superpotenza — ha avvertito Gunnarsdóttir — e l’Ue deve tenerne conto. Se non lo fa, sarà molto difficile per noi negoziare».

18 agosto 2026