Contare le calorie, ridurre le porzioni e fare attività fisica costante sono le regole d’oro del benessere. Eppure, per molte persone tutto questo sembra non bastare. La ricerca ha individuato infatti un fattore spesso trascurato: gli obesogeni chimici, sostanze appartenenti alla vasta famiglia degli interferenti endocrini (composti capaci di interagire con il nostro sistema ormonale e alterarne il delicato equilibrio).

Tra questi composti spiccano i cosiddetti PFAS (utilizzati per rendere antiaderenti pentole e impermeabili i tessuti) e gli ftalati (impiegati per rendere flessibile la plastica).

Senza che ce ne accorgiamo, questi interferenti endocrini possono essere presenti nell’acqua di rete, nei contenitori alimentari, nelle pellicole e in diversi prodotti per la cura personale. Attraverso l’alimentazione, l’aria di casa o il contatto con la pelle, entrano in circolo e agiscono condizionando direttamente la gestione dell’energia cellulare.

Interferenza nel tessuto adiposo

Nei suoi studi di tossicologia ambiental Jerrold J. Heindel, già direttore del National Institute of Environmental Health Sciences (NIEHS) statunitense, ha illustrato i meccanismi con cui questi obesogeni chimici comunicano con il nostro organismo.

Come molti interferenti endocrini, PFAS e ftalati hanno la capacità di legarsi al PPAR-gamma (Peroxisome Proliferator-Activated Receptor), un recettore cellulare che regola lo sviluppo del tessuto adiposo. Incontrando questo recettore sulla membrana cellulare, le molecole inviano un segnale alle staminali mesenchimali (cellule capaci di trasformarsi in vari tessuti), orientandole verso la formazione di adipociti (le cellule specializzate nell’immagazzinare i grassi).

Difficoltà a smaltire il peso

Al contempo, l’interazione con i recettori degli estrogeni ER-alpha (le porte d’accesso per gli ormoni steroidei) può influire sul consumo calorico a riposo e sulla percezione della leptina, l’ormone che invia al cervello il segnale di sazietà.

Ampie analisi di popolazione, come quella condotta presso la New York University School of Medicine e pubblicata su Archives of Environmental Contamination and Toxicology, confermano una correlazione tra alti livelli ematici di questi interferenti endocrini e una maggiore predisposizione all’insulino-resistenza (la ridotta risposta delle cellule all’insulina) o al fegato grasso.

Rimedi e precauzioni

Senza suscitare allarmismi ingiustificati o fuori luogo, gli esperti suggeriscono semplicemente di ridurre, per quanto possibile, l’esposizione quotidiana agli obesogeni chimici, un passo pratico giudicato realizzabile attraverso scelte mirate:

  • Attenzione alla gestione dell’acqua: Utilizzare sistemi di filtrazione domestica nell’acqua da bere (come filtri a carboni attivi ad alta densità o ad osmosi inversa) e verificare dalle analisi chimico fisiche l’eventuale presenza di tracce infinitesimali di microplastiche e residui di interferenti endocrini nell’acqua potabile veicolata nella rete idrica.

  • Evitare la plastica ad alte temperature: Sostituire le vaschette monouso con contenitori in vetro borosilicato o acciaio, ed evitare di scaldare cibi o bevande dentro recipienti di plastica nel microonde per limitare il rilascio di obesogeni chimici.

  • Scelte consapevoli per l’ambiente domestico: Scegliere prodotti per l’igiene personale e cosmetici privi di ftalati e passare regolarmente l’aspirapolvere dotato di filtri HEPA (sistemi ad alta efficienza) per rimuovere le polveri di casa che tendono ad accumulare questi composti volatili.

Bibliografia:

  • Heindel, J. J., & Blumberg, B. (2019). Environmental Obesogens and Their Contribution to the Global Obesity Epidemic. Frontiers in Endocrinology, 10, 789.

  • Kannan, K., & Vimalkumar, K. (2021). A Review of Human Exposure to Per- and Polyfluoroalkyl Substances (PFASs) and Their Associated Health Effects. Archives of Environmental Contamination and Toxicology, 80(1), 1-20.