Sempre meno lavoratori dovranno finanziare le pensioni di una popolazione sempre più anziana. E se tutta la previdenza continua a poggiare quasi esclusivamente sui contributi versati da chi lavora oggi per pagare chi è già in pensione, mantenere gli assegni diventa progressivamente più difficile. La Germania ha deciso di provare una strada diversa: affiancare all’assegno pubblico una quantità crescente di capitale accumulato e investito durante la vita lavorativa. L’obiettivo dichiarato è molto semplice: avere più soldi disponibili al momento della pensione e impedire che l’assegno futuro perda troppo terreno rispetto allo stipendio.

La prima parte della riforma è già legge e scatterà dal 1° gennaio 2027. La seconda, ancora più ambiziosa, è stata proposta dalla commissione incaricata dal governo tedesco di ridisegnare la pensione pubblica. Ed è un esperimento che interessa direttamente anche l’Italia.

Il problema: la pensione pubblica da sola rischia di non bastare

Il governo tedesco lo scrive senza troppi giri di parole: pensione pubblica e previdenza aziendale, in alcuni casi, non saranno sufficienti a coprire il reddito necessario per mantenere in vecchiaia il precedente tenore di vita. Per questo Berlino ha deciso di rendere molto più conveniente costruirsi una pensione integrativa.

La vecchia Riester-Rente, il principale sistema di previdenza privata incentivata nato all’inizio degli anni Duemila, viene sostituita da prodotti più semplici, meno costosi e soprattutto in grado di investire maggiormente sui mercati finanziari. La novità più importante è il nuovo Altersvorsorgedepot, una sorta di conto pensionistico personale.

Dal 2027 il lavoratore potrà utilizzare questo conto per comprare fondi ed Etf, anche azionari e diversificati a livello mondiale, senza essere obbligato a scegliere prodotti che garantiscano il capitale. Per chi non vuole assumere questo rischio continueranno comunque a esistere strumenti garantiti. L’idea economica è chiara: meno garanzie possono significare maggiori oscillazioni, ma su periodi di trenta o quarant’anni consentono anche di puntare a rendimenti più elevati. E quindi a una pensione integrativa potenzialmente più alta.

Lo Stato mette fino a 540 euro l’anno sulla pensione

Ma la vera differenza rispetto a una normale scelta di investimento è che lo Stato tedesco metterà direttamente del denaro nel conto pensionistico del cittadino con un meccanismo molto generoso: per ogni euro investito, Berlino aggiungerà 50 centesimi sui primi 360 euro versati ogni anno. Sulla parte successiva, fino a 1.800 euro di versamenti, lo Stato aggiungerà invece 25 centesimi per euro. Il contributo pubblico ordinario potrà così arrivare a 540 euro l’anno.

In altre parole, un lavoratore che mette da parte 1.800 euro all’anno, cioè 150 euro al mese, può ritrovarsi nel proprio conto pensionistico 2.340 euro, grazie ai 540 aggiunti dallo Stato. E questo avviene ogni anno.

Per una persona che comincia a versare da giovane, la differenza diventa significativa perché non conta soltanto il denaro aggiunto dal governo: anche quei 540 euro vengono investiti e possono produrre a loro volta rendimenti per decenni. È il meccanismo dell’interesse composto applicato alla previdenza.

Altri 300 euro per ogni figlio

La Germania ha deciso inoltre di incentivare in maniera particolare le famiglie. È prevista una maggiorazione fino a 300 euro l’anno per ogni figli e chi apre il proprio piano pensionistico prima dei 25 anni può inoltre ricevere un bonus una tantum di 200 euro.

La platea viene anche allargata. Non soltanto dipendenti, ma anche autonomi, liberi professionisti e imprenditori potranno accedere agli incentivi. Il messaggio politico è evidente: prima si comincia ad accumulare, maggiore può essere il capitale disponibile al momento della pensione.

Le pensioni in Borsa

Per decenni Germania e Italia hanno avuto un rapporto piuttosto prudente con gli investimenti finanziari delle famiglie. Una parte importante del risparmio è rimasta sui depositi bancari, nelle assicurazioni o in prodotti a basso rischio. Berlino adesso vuole mettere al lavoro una quota maggiore di questo denaro. Il nuovo prodotto pensionistico standard avrà inoltre costi limitati all’1 per cento, proprio per evitare che commissioni troppo elevate divorino una parte consistente del rendimento accumulato nel corso degli anni. È anche per questo che gli Etf potrebbero diventare uno degli strumenti centrali della riforma.

Ma attenzione: non è un regalo alle società finanziarie senza rischi per il cittadino. Se si sceglie una linea azionaria, il valore può salire ma anche scendere. La scommessa tedesca è che su un orizzonte previdenziale molto lungo i maggiori rendimenti attesi possano compensare le oscillazioni dei mercati. La vera rivoluzione sta nel passo successivo. La commissione governativa incaricata di preparare la nuova riforma pensionistica ha proposto nel giugno 2026 di introdurre una gesetzliche Kapitalrente, cioè una pensione pubblica a capitalizzazione che affiancherebbe quella tradizionale sul modello svedese.

La proposta prevede un contributo aggiuntivo pari complessivamente al 2 per cento dello stipendio lordo, diviso a metà tra lavoratore e datore di lavoro. L’introduzione sarebbe progressiva, in scatti dello 0,5 per cento, proprio per evitare un aumento immediato troppo pesante del costo del lavoro. Quei soldi non servirebbero a pagare immediatamente le pensioni di chi è già anziano. Verrebbero invece accumulati e investiti sui mercati a favore dei lavoratori che li hanno versati. È una differenza fondamentale rispetto al normale sistema pensionistico a ripartizione.

Oggi, semplificando, i contributi di un lavoratore servono a finanziare le pensioni correnti. Nel sistema a capitalizzazione una parte del denaro viene invece accantonata, investita e restituita in futuro sotto forma di pensione.

La Germania vuole evitare che l’assegno scenda sotto il 48 per cento dello stipendio

Qui arriviamo al motivo per cui la riforma tedesca può essere letta anche come un tentativo di aumentare le pensioni future. La Germania ha stabilizzato fino al 2031 il cosiddetto livello pensionistico al 48 per cento. Dopo quella data, senza interventi, l’invecchiamento della popolazione eserciterebbe una pressione sempre maggiore sul sistema. Secondo la commissione tedesca, i rendimenti prodotti dalla nuova componente a capitalizzazione dovrebbero permettere di mantenere nel lungo periodo il livello complessivo della pensione almeno al 48 per cento e, successivamente, persino di superarlo.

E l’Italia? In realtà qualcosa è già cambiato

Anche il nostro governo ha deciso di rafforzare la previdenza complementare. In Italia oltre 10 milioni hanno già un fondo pensione e dal 1° luglio 2026 i nuovi lavoratori dipendenti del settore privato – in caso di prima assunzione – hanno 60 giorni per decidere cosa fare del proprio Tfr. Se non esprime una scelta, scatta l’adesione automatica al fondo pensione collettivo previsto dal contratto di lavoro. E non finisce nel fondo soltanto il Tfr. Nel nuovo sistema automatico vengono versati anche il contributo del datore di lavoro e quello del lavoratore, nelle misure previste dagli accordi collettivi. Fino al 30 giugno 2026 il vecchio meccanismo di silenzio-assenso riguardava normalmente il Tfr. Adesso l’adesione automatica prevede una contribuzione piena.

E c’è un’altra modifica che avvicina, almeno nella filosofia, l’Italia alla Germania: il denaro degli aderenti automatici non viene più collocato necessariamente nel comparto garantito, ma in linee di investimento predefinite coerenti con il profilo e l’età del lavoratore. E alla fine di giugno 2026 le risorse accumulate dalle forme di previdenza complementare avevano raggiunto 273,2 miliardi di euro. Sono numeri rilevanti, ma il punto politico resta aperto: come convincere soprattutto i lavoratori giovani, quelli con carriere discontinue e i redditi medio-bassi ad accumulare abbastanza capitale?

L’Italia sta quindi spingendo sulla pensione complementare attraverso il Tfr, l’adesione automatica, i contributi dei datori di lavoro e le agevolazioni fiscali. Dal luglio 2026 sono stati inoltre ampliati gli strumenti a disposizione degli iscritti e modificato il trattamento fiscale di alcune prestazioni. La Germania fa però un passo ulteriore: mette un contributo pubblico facilmente visibile direttamente accanto al risparmio del cittadino. È una formula semplice da capire e potenzialmente molto efficace sul piano psicologico, soprattutto per chi considera ancora la pensione integrativa come un costo anziché come una parte della propria retribuzione futura.

Ed è probabilmente questa la domanda che il caso tedesco pone anche all’Italia. Se sappiamo già che per molti lavoratori la sola pensione contributiva potrebbe non essere sufficiente a mantenere il tenore di vita raggiunto durante gli anni di lavoro, conviene continuare a spendere quasi tutte le risorse pubbliche per intervenire sulle pensioni quando vengono pagate, oppure incentivare maggiormente i lavoratori ad accumulare capitale molti anni prima? La Germania sembra aver scelto la seconda strada. Non sostituire la pensione pubblica, ma costruire più gambe su cui farla poggiare: contributi dei lavoratori, contributi dei datori, incentivi statali e rendimenti finanziari.