di
Rebecca Luisetto

L’uomo, sospettato di aver ucciso la compagna prima di suicidarsi, gestiva un’officina a Sambruson di Dolo. Nel suo passato altri episodi di violenza

Per i vicini era semplicemente Dino, il meccanico dell’officina ricavata in casa a pochi passi dal passaggio a livello di Sambruson di Dolo. Quello che salutava chi passava, si fermava a scambiare qualche parola e a cui affidavano l’auto o la moto da riparare. «Mi è sempre sembrato un ragazzo per bene, per me era come un figlio» racconta un anziano ancora incredulo davanti al fatto che proprio Dino Keber, prima di togliersi la vita a 43 anni, abbia strangolato l’ex compagna Tania Terrin, trentanovenne di Camponogara. Eppure dietro quell’immagine rassicurante, secondo quanto emerso dalle testimonianze, c’era un’altra storia. Le precedenti compagne dell’uomo raccontano di rapporti segnati dalla violenza: alcune lo avrebbero lasciato dopo aver subito aggressioni, altre lo avrebbero segnalato alle forze dell’ordine. La famiglia, invece, conosceva il lato più fragile di Keber, quello legato ai suoi problemi psicologici e a un precedente tentativo di suicidio. Un ritratto fatto di contrasti. L’uomo socievole e quello violento. L’amico capace di organizzare feste e il compagno descritto come aggressivo da alcune ex fidanzate.

La figlia non lo frequentava

E scavando ancora compare una figlia avuta una quindicina di anni fa che, da quanto emerso, non frequentava la casa del padre. «Qui non ho mai visto entrare ragazzini — racconta ancora l’anziano —. Io con lui parlavo quasi ogni giorno. Vedevo i suoi amici e qualche donna. Pure lei», dice indicando la fotografia di Tania. La vittima era stata vista insieme al meccanico anche nella vicina trattoria di pesce. «Sono venuti a cena insieme quest’inverno — le parole dei gestori —. Lei era molto elegante. Ci erano sembrati una bella coppia». A caratterizzare Keber c’era anche la passione per i motori e per la guida spericolata. «Correva come un matto, in moto e in macchina», dicono i residenti della via. Lo stesso ricordo affiora nelle parole di un ex compagno di scuola di Mira, il paese d’origine dell’uomo. Lo aveva conosciuto da ragazzo. «Era qualche anno più grande di noi. Per i miei coetanei era uno spaccone. Partecipava a molte feste, impennava sempre con il motorino e conquistava spesso ragazze più grandi di lui». Poi le loro strade si erano divise. Si erano rivisti soltanto qualche anno fa quando Keber gli aveva riparato l’auto.



















































Cordoglio e sdegno sui social

L’uomo che si è tolto la vita viveva a Sambruson da solo, insieme al cane Lillo, un animale di grossa taglia che gli faceva compagnia e che ora sarebbe stato affidato ai genitori, che da qualche tempo non vivono più a Mira, ma che erano presenti nella sua vita. I vicini li ricordano spesso nella casa di Sambruson: lo avevano aiutato nella ristrutturazione del grande rustico e dell’officina e continuavano ad andare a trovarlo. Del fratello maggiore, invece, si sa poco. Gli amici comunque non gli mancavano. Il quarantatreenne organizzava feste, pranzi e cene con amici. È stato proprio uno di loro, poche ore dopo aver appreso della sua morte e senza conoscere ancora i dettagli del delitto, a pubblicare su Facebook una fotografia del meccanico sorridente, in sella a una Vespa accompagnato dall’augurio di «buon viaggio». Poi sono arrivati i commenti. Prima il cordoglio di chi lo conosceva e poi lo sdegno di chi non accettava che quell’uomo potesse essere raccontato soltanto come una vittima. Perché nella ricostruzione della tragedia resta l’accusa più grave: Keber è indicato come l’uomo che avrebbe ucciso la sua ex compagna. E così, nel giro di poche ore, il vicino di casa conosciuto da tutti, il meccanico appassionato di motori, l’amico delle feste, è diventato il presunto autore di un femminicidio.


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18 agosto 2026 ( modifica il 18 agosto 2026 | 10:26)