SACILE (PORDENONE) – All’inizio la domanda si concentrava su “cosa” stesse accadendo sulla riva del fiume, quasi sotto il ponte stradale sulla Livenza che si trova nel tratto della statale 13 in viale della Repubblica, a due passi dalla nuova area di sgambatura cani. Un recinto che 10 anni fa nemmeno c’era, ma è allora che comincia la storia.
Il secondo quesito fu il “chi”: appurato che qualcuno stava scolpendo il legno, ci si chiedeva chi fosse, cosa stesse realizzando. Poi passarono gli anni, qualcuno collocò sopra l’opera che ne era scaturita un telo impermeabile azzurro. Della scultura e soprattutto dello scultore non si è saputo più nulla. Pochi, vinti dal desiderio di sapere, nel corso degli anni sono scesi fin sulla riva, cercando dal diretto interessato le risposte che bramavano. A tanti, va precisato, l’opera piaceva parecchio. Dopo che le ultime notizie davano la scultura in via di disfacimento, Il Gazzettino ha voluto vederci chiaro e, spinto da qualche sacilese più determinato della media, ha cercato l’artista. Trovandolo a Gorizia.

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Il trasloco

Eh sì, l’opera non si sposta da dove si trova, non viene considerata conclusa benché praticamente lo sia, perché il suo autore, sacilese doc, si è trasferito nell’Isontino. Andrea Zanchetta oggi ha 50 anni e non presenta alcun segno di nostalgia nei confronti del suo operato ligneo. Innanzitutto respinge la definizione: «Non mi sono mai definito artista perché credo che l’arte sia un insieme di stati emotivi», che vanno e vengono, proprio come l’ispirazione.

La storia

Andrea, che da piccolo viveva proprio dalle parti di viale Repubblica, poi trasferitosi in via Ronche, ricollega la sua opera, il Prometeo, proprio ad uno di quegli stati d’animo. «Ad un certo punto della mia vita – racconta – mi sono trovato ad un bivio per cui avrei dovuto prendere il bastone e colpire o recuperare un ciocco di legno e scolpire. Ho sposato il pensiero del mio tempo, benché in alcune culture sarei stato tacciato per questo di vigliaccheria, e ho preferito la seconda strada». La scultura come medicina, cura di un dolore che Andrea non spiega ma che senza il suo Prometeo lo avrebbe forse pericolosamente scavato dentro. Per questo l’opera è ancora laggiù, in riva al fiume. «Praticamente è finita, ma mi dicono che ora perde pezzi – le sue parole -. Qualche atto di vandalismo, l’acqua che si avvicina troppo, le intemperie. So che ha perso un braccio ed è danneggiata una gamba», ma di recuperarla non ci pensa proprio. L’opera ha svolto il suo compito taumaturgico «Per il resto, per me è e resta solo un pezzo di legno».

La filosofia

A questo va aggiunta la sua filosofia, condivisa da altri al vero «Io non conservo nulla, non voglio affezionarmi agli oggetti e non mi sarei mai permesso di tagliare una pianta per farne una scultura. Quel legno che ho usato era già lì, albero caduto nel Livenza e ripescato dalla Protezione Civile. Io ho solo chiesto di poterlo lavorare».
Oggi Andrea guida gli autobus e, fedele al suo pensiero, non ha alcun progetto sulla scultura, un Prometeo che tradisce una buona mano ma che non potrà resistere a lungo. «Non è mai stato quello il suo compito. Tanto che il legno è quello del Talpon, come diciamo noi, cioè il pioppo selvatico, per nulla adatto alle sculture» ma va bene così perché la sua funzione l’ha svolta.
Prometeo è figura della mitologia greca. Amava talmente il genere umano, lui era un Titano, che rubò il fuoco per donarcelo, attirandosi così le ire di Zeus che lo punì severamente. Andrea non vuole essere chiamato artista, ma riconosce di aver compreso l’arte: «Sì, mi è stata regalata questa chiave di lettura che ha cambiato il mio modo di guardare le opere artistiche di ogni genere, comprendendo che spesso dietro c’è tanto dolore». Scultura, ma anche pittura e scrittura. Andrea ha cavalcato più arti e muse. Chissà che prima o poi non decida di regalarci qualcos’altro, anche se di effimero come una splendida scultura ricavata da un legno troppo fragile.