La tragedia di Crans-Montana, dove il rogo di Capodanno del 2026 ha provocato 41 morti e 116 feriti, molti dei quali con ustioni severe, ha ricordato all’opinione pubblica una realtà clinica spesso sottovalutata: quando una parte estesa della cute viene distrutta, non viene meno soltanto un rivestimento, ma una barriera indispensabile contro la perdita di liquidi e le infezioni. Alcuni pazienti sono stati trasferiti e curati anche al Niguarda di Milano. In questo quadro acquista interesse una ricerca condotta da anni in Brasile, presso la Universidade Federal do Ceará, che utilizza la pelle della tilapia del Nilo come medicazione biologica temporanea.
Occorre però chiarire subito un equivoco. Non si tratta di sostenere che “la pelle di pesce cura le ustioni”, formula suggestiva ma scientificamente impropria; si tratta invece di verificare se un biomateriale economico, opportunamente trasformato e controllato, possa proteggere alcune lesioni, ridurre il numero delle medicazioni e rendere meno dolorosa l’assistenza. La distinzione è essenziale, perché separa una ricerca promettente dal miracolismo e consente di comprendere tanto le possibilità quanto i limiti di questa tecnologia.
La pelle di tilapia, infatti, non viene applicata direttamente dopo la lavorazione del pesce. Viene pulita, trattata, sterilizzata e conservata mediante procedure definite, fino a diventare una copertura biologica capace di aderire alla superficie ustionata. È particolarmente ricca di collagene di tipo I, una componente strutturale che favorisce il contatto con il letto della ferita, vale a dire con il tessuto lesionato sul quale deve ricostituirsi l’epitelio.
Il meccanismo è relativamente semplice. Questa copertura temporanea protegge la ferita e accompagna la riepitelizzazione, cioè la formazione del nuovo strato superficiale della cute. Poiché aderisce bene, può evitare che la medicazione venga rimossa e sostituita di frequente. E non è un particolare secondario: il cambio delle medicazioni rappresenta uno dei momenti più dolorosi per il paziente ustionato. Ridurne il numero può significare meno dolore, un minore ricorso agli analgesici e un carico assistenziale più contenuto.
I dati più consistenti provengono da uno studio randomizzato di fase III, pubblicato nel 2021 e condotto su 115 adulti con ustioni superficiali a spessore parziale. Nei pazienti trattati con pelle di tilapia la riepitelizzazione si è verificata mediamente in 9,7 giorni, rispetto ai 10,2 giorni osservati con la sulfadiazina d’argento. La differenza più rilevante ha riguardato tuttavia le medicazioni, diminuite da 4,9 a 1,6 per paziente. Sono state inoltre rilevate una minore necessità di analgesici e una riduzione media del 42,1 per cento dei costi di trattamento.
Meta-analisi successive hanno confermato un segnale favorevole per le ustioni superficiali a spessore parziale. Ciò non significa che ogni questione sia risolta. I campioni studiati restano limitati e i risultati riguardano soprattutto lesioni nelle quali non è stato distrutto l’intero spessore della cute. Non sarebbe quindi razionale considerare la tilapia un sostituto universale degli innesti cutanei o delle procedure necessarie nei grandi ustionati. Una medicazione temporanea non è un autotrapianto, e una buona evidenza riferita a determinate ferite non può essere estesa automaticamente a tutte le ustioni.
Il caso di Crans-Montana consente di comprendere concretamente questa differenza. Nelle ustioni profonde ed estese, innanzitutto, è necessario stabilizzare le funzioni vitali e contrastare lo shock; in secondo luogo, occorre rimuovere i tessuti necrotici e controllare le infezioni; infine, bisogna coprire rapidamente le superfici lesionate. Nei centri specializzati si ricorre, secondo le condizioni del paziente, a cute proveniente da donatori, autotrapianti e sostituti dermici, anche di origine animale. Sono interventi complessi, che richiedono équipe esperte, strutture adeguate e una continuità di cura che comprende la riabilitazione.
Che cosa accade quando i pazienti sono molti e arrivano nello stesso momento? Anche un sistema sanitario avanzato può essere sottoposto a una pressione eccezionale. Non a caso, nel 2026 l’Organizzazione mondiale della sanità ha richiamato la necessità di predisporre risposte coordinate e programmi di riabilitazione precoce nelle maxiemergenze da ustione. Il problema, dunque, non è soltanto disporre di una tecnica efficace, ma costruire una rete capace di collegare soccorso, terapia intensiva, chirurgia, controllo delle infezioni e recupero funzionale.
È in questo contesto che la ricerca brasiliana può assumere un valore più ampio. A Jaguaribara, nello Stato del Ceará, il progetto punta alla produzione industriale del biomateriale, trasformando uno scarto della filiera ittica in un possibile presidio sanitario; la Universidade Federal do Ceará ha inoltre concesso in licenza la tecnologia per svilupparne la produzione commerciale. Se efficacia e sicurezza saranno confermate, il beneficio potrà riguardare soprattutto la gestione di determinate ustioni nei territori dove le risorse sono più limitate e le medicazioni convenzionali comportano costi difficili da sostenere.
Tuttavia, il passaggio dalla sperimentazione alla pratica clinica non avviene per entusiasmo. Richiede standardizzazione dei processi, controlli di sicurezza, verifiche ulteriori e autorizzazioni delle autorità competenti. La stessa università precisa che il prodotto destinato all’impiego umano dovrà essere ancora valutato e ottenere il via libera dell’Anvisa, l’autorità regolatoria brasiliana. È una cautela necessaria: un materiale naturale non è sicuro per definizione, ma può diventarlo quando viene sottoposto a procedure riproducibili, controlli rigorosi ed evidenze sufficienti.
È forse questo il significato più importante della ricerca sulla tilapia. Non la promessa spettacolare che un pesce possa “fare la pelle”, bensì la possibilità che conoscenza scientifica, organizzazione industriale e bisogni sanitari si incontrino per produrre una medicazione accessibile. La speranza è legittima soltanto quando cammina insieme al metodo. E trasformare uno scarto in uno strumento capace di ridurre dolore, costi e difficoltà assistenziali sarebbe non solo un progresso tecnico, ma un atto concreto di responsabilità verso la dignità dei pazienti.

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Lima Júnior E.M. et al. “Nile Tilapia Fish Skin-Based Wound Dressing Improves Pain and Treatment-Related Costs of Superficial Partial-Thickness Burns: A Phase III Randomized Controlled Trial”. Plastic and Reconstructive Surgery, 2021; 147(5):1189-1198. DOI: 10.1097/PRS.0000000000007895. PMID: 33890902.
de Moraes F.C.A. et al. “Nile Tilapia Skin Xenograft Versus Silver-Based Dressings in the Management of Partial-Thickness Burn Wounds: A Systematic Review and Meta-Analysis”. Journal of Clinical Medicine, 2024; 13(6):1642. DOI: 10.3390/jcm13061642. PMID: 38541868.
Lima Júnior E.M. et al. “Pediatric Burn Treatment Using Tilapia Skin as a Xenograft for Superficial Partial-Thickness Wounds: A Pilot Study”. Journal of Burn Care & Research, 2020; 41(2):241-247. DOI: 10.1093/jbcr/irz149. PMID: 31504615.

