di
Mario Platero
Ieri il Memorandum of Understanding con l’Iran è scaduto con un nulla di fatto. Per distrarre i giornali da questo Trump ha rilasciato altre dichiarazioni, prima su Kim Jong Un (con cui ha «ottimi rapporti») e poi sull’Oman
NEW YORK – Come tradizione, quando si trova in difficoltà estreme Donald Trump ricorre alla distrazione dalla realtà. Tuttavia, come gli succede sempre più spesso, questa strategia della «divagazione», che un tempo pagava, oggi non lo aiuta più. Dietro alle grandezzate, alle notizie dirompenti, alle fake news, tutto e sempre per distrarre, si cela una presidenza che annaspa, che non riesce più a imporre i suoi candidati – come è successo di recente con il protetto di Trump Amir Hassan, un veterano della marina che ha perso contro Tom Smith, uno sconosciuto, alle primarie per un seggio alla Camera in Michigan. In questo contesto ormai ricorrente, la giornata di ieri è stata esemplare per aiutarci a cristallizzare questo modus operandi della Casa Bianca. E per valutarne l’utilità politica per la Casa Bianca.
Ieri è successo che alla scadenza con un nulla di fatto del Memorandum of Understanding con l’Iran, che avrebbe dovuto portare in 60 giorni alla pace, alla rinuncia dell’arricchimento e del nucleare bellico da parte di Theran, alla riapertura dello Stretto di Hormuz e alla fine completa delle ostilità, il Presidente americano ha capito che gli iraniani lo avevano doppiato e battuto nell’«Art of the Deal» (L’arte del negoziato o dell’affare un suo best seller e cavallo di battaglia).
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Che quel MoU si sarebbe tradotto in questa triste sconfitta americana e di Trump lo aveva previsto con lucidità su queste pagine David Weller, ex numero due dell’Agenzia per l’Energia Atomica a Vienna: «Conosco a fondo gli iraniani, sono negoziatori sofisticati, la tirano in lungo e non cederanno mai sulle loro questioni chiave come il nucleare. Per Trump ci sarà un brutto risveglio» ci aveva detto. E che risveglio, rabbioso e incontrollato, è stato quello di ieri mattina per Trump. Ha finalmente capito che gli iraniani lo avevano preso in giro. Ma continua a sfuggire l’evidenza di aver perso buttando la responsabilità su altri.
Teheran sa bene che Trump non farà mai un’operazione di terra, l’unica via d’uscita per chiudere l’imbarazzante partita con gli Ayatollah come vorrebbe la Casa Bianca. E Teheran, che non manca certo di coraggio e determinazione, ha dato ieri un ennesimo sfoggio di sicurezza e arroganza lasciando intendere che con il fallimento del MoU potrebbe cercare una escalation militare nella regione.
Come ha reagito Trump davanti a questo violento schiaffo pubblico alla sua credibilità? Come di consueto, nel modo più sconclusionato possibile: in poche ore ha rivelato di aver interloquito con il leader nordcoreano Kim Jong Un, col quale, ha detto in un incontro stampa «ho un ottimo rapporto e ha risposto al mio messaggio». Allo stesso tempo ha umiliato la Corea del Sud. Ha detto di voler interrompere esercitazioni militari congiunte con l’alleato che durano da 70 anni, e che hanno come obiettivo il contenimento della minaccia della Corea del Nord e del suo arsenale nucleare. Peggio, ha accusato Seul di non aver pagato i suoi canoni per il contributo al mantenimento delle basi americane e di non aver aiutato l’America nella Guerra in Iran. Come dire, se abbiamo dei problemi con Theran è colpa vostra.
La prima affermazione è falsa. La Corea del Sud ha pagato fino all’ultimo centesimo i suoi canoni anche dopo aumenti esorbitanti imposti da Trump, che hanno raddoppiato e triplicato i contributi economici all’America. Sul secondo punto, l’amministrazione Trump non aveva mai pianificato in anticipo un possibile coordinamento con la Corea o col Giappone e, se per questo, con l’Europa, prima di attaccare l’Iran e ha messo tutti davanti al fatto compiuto.
Per chiudere in bellezza il cerchio della confusione il Presidente ha poi minacciato di «obliterare» l’Oman, dirimpettaio dell’Iran a Hormuz e alleato degli Stati Uniti almeno dagli anni Ottanta. L’insieme di queste uscite ha naturalmente distratto i titoli dei giornali e annacquato il fallimento del negoziato con l’Iran.
Ma la tattica trumpiana non cambierà l’esito finale di questa giornata: il Presidente ha perso contro gli Ayatollah, espone l’America a nuovi aumenti del costo dalla benzina (siamo già tornati anche a 4.50 e a 5 dollari al gallone). Soprattutto sconquassa il rapporto con un alleato storico come la Corea del Sud, simbolo stesso del successo delle democrazie industriali: dopo la Seconda Guerra Mondiale Seul aveva un Pil e reddito pro-capite identico a quello dell’Egitto.
Negli anni, seguendo il modello che ha dominato la politica estera americana al di la del colore politico della Casa Bianca, La Corea del Sud si è trasformata in una potenza economica e in un fiore all’occhiello per Washington e per il suo vecchio modello geopolitico che poggiava su egemonia e consenso. Queste incongruenze spaventano l’America sana e indeboliscono Trump e i repubblicani nell’imminenza delle elezioni di novembre per il midterm. Il pronostico resta marginalmente a vantaggio dei democratici. Se non fosse che, presi anche loro da una furia idealista riescono con altrettanto senso autodistruttivo a produrre candidati dell’estrema sinistra che spaventano la grande America e che in elezioni statali hanno minime possibilità di vittoria. Risultato tipico questo, della protesta, della sperequazione, ma anche del ritrovarci in pieno nell’«Era dell’Incertezza» che così bene ci aveva descritto l’economista John Kenneth Galbraith nel suo saggio del 1977, tornato di piena attualità.
18 agosto 2026 ( modifica il 18 agosto 2026 | 12:30)
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